Il Mostro. TREDICI PORTE. Storia degli insegnamenti esoterici “da Adamo ai giorni nostri”. P r e f a z i o n e
Senza astuzie ho imparato,
senza invidia insegno.
La sapienza di Salomone, 6:13.
Questo libro nasce da un ciclo di lezioni tenute dall’autore nel 1994-95 presso l’Università di storia della cultura. Da tempo l’autore nutriva il desiderio di provare a esporre in modo complesso e oggettivo la storia delle origini di ciò che oggi viene comunemente chiamato esoterismo, poiché una simile esposizione non esisteva ancora.
Sebbene esistano molti libri che descrivono le visioni dei nostri antenati su varie questioni esoteriche, nessuno di essi rispetta il principio formulato già da Giamblico: dell’esoterismo si deve parlare con il linguaggio dell’esoterismo, della filosofia con il linguaggio della filosofia. Questi libri narrano la storia e il contenuto degli insegnamenti esoterici dal punto di vista (o nell’ambito) della storia della filosofia, della storia delle religioni o addirittura della “Storia delle superstizioni e della magia”, come il noto testo di Alfred Lehmann. E, sebbene l’esoterismo si intrecci con tutti questi ambiti del pensiero umano, esso rimane comunque un campo particolare della coscienza umana, la cui comprensione richiede un approccio specificamente esoterico, che non si limiti a tenere conto dei termini e delle categorie accettati dagli esoterici, ma sia anche libero da qualsiasi adesione a una direzione filosofica, religiosa o “superstizioso-magica”. Perché un esoterico può essere sia un filosofo (Ibn Arabi, F. Bacone) o un teologo (Origene, P. Florenskij), sia un poeta o uno scrittore (G. Chesterton, D. Andreev), o addirittura un semplice calzolaio (Hassanlar, Jakob Böhme). Inoltre, nel corso dei secoli l’esoterismo si è arricchito di così tante leggende e miti che il suo vero contenuto si è completamente perduto, benché esso sia semplice e sostanzialmente unico in ogni epoca. Pertanto, questo ciclo di lezioni, in sostanza, avrebbe dovuto intitolarsi “Storia e significato degli insegnamenti esoterici”, ma la questione non è nel titolo.
Il tema è, ovviamente, molto vasto e meriterebbe non un libro, ma un’opera monumentale in più volumi sul modello di Le monde primitif analyse et compare avec le monde moderne (“Il mondo primitivo analizzato e confrontato con il mondo moderno”) di Antoine Court de Gébelin. Court de Gébelin, così come altri autori che hanno affrontato questo compito impossibile, non è riuscito a completare la sua opera: evidentemente, un simile lavoro non può essere portato a termine.
Per questo l’autore si è limitato a un compito, se non altrettanto nobile, almeno realistico. Questo libro offre una presentazione divulgativa (o forse scientifico-divulgativa) della vera storia dello sviluppo del pensiero esoterico, senza cedere al culto dei suoi singoli profeti o correnti, ma senza neppure scadere in un eccessivo criticismo dettato dall’adesione ad altre direzioni.
Pertanto, naturalmente, l’esposizione è risultata breve e incompleta nel senso che si è dovuto tralasciare molti dettagli straordinariamente interessanti (soprattutto quelli polemici). L’autore è stato costretto a limitarsi solo a ciò che gli sembrava più importante. In una certa misura, ciò può essere considerato soggettivismo, poiché un altro autore avrebbe sicuramente evidenziato altri aspetti, citato altri autori e così via.
Tuttavia, la pluriennale esperienza dell’autore nel campo della filosofia, della teologia e dell’esoterismo stesso gli dà il diritto di sperare che il suo soggettivismo sia “meno soggettivo” di quello degli ascoltatori, che hanno subito e volentieri iniziato a criticare le sue lezioni. Di solito, a loro piaceva tutto, tranne ciò che riguardava la loro specializzazione: gli studiosi di cultura cinese ascoltavano con entusiasmo le parti dedicate all’India, alla Grecia e all’Africa, accusando l’autore di trascurare la Cina; gli egittologi ringraziavano per le informazioni sui rosacroce e sui massoni, ma si lamentavano per la scarsa attenzione riservata alle ricchezze della cultura dell’antico Egitto; i buddisti e i krishnaiti erano insoddisfatti della secchezza della relazione sulle visioni dei loro predecessori indiani, mentre i teologi di tutte le religioni mondiali scuotevano la testa criticando l’autore per il suo “approccio non religioso”. Per non parlare dei moderni “iniziati”, che non tollerano alcuna tentativo di porsi AL DI SOPRA dell’insegnamento che considerano il loro prediletto.
L’autore, che si considera un esoterico per vocazione, non lo nega. Sia pure. Dopotutto, ha tenuto e scritto le sue lezioni non per i fedeli/adepti di una o altra corrente, ma per persone che ancora non sanno nulla e che, quindi, ha cercato di evitare ogni “indottrinamento”, affinché ciascuno potesse scegliere da sé l’insegnamento che più gli si addice, senza che l’autore avesse il compito di indirizzarlo verso una fede specifica. Anche se, naturalmente, anche lui ha un suo “bagaglio”.
L’autore ringrazia i fondatori dell’Università di storia della cultura per averlo costretto a trovare il tempo e intraprendere questo lavoro. E, anche se il risultato è breve e divulgativo (“per scolari”), in queste pagine potranno trovare qualcosa di nuovo anche i filosofi, i teologi, i poeti, gli scrittori e i semplici calzolai di oggi. Perché solo chi sa giudicare al di sopra del proprio lavoro può essere considerato un vero calzolaio.
L’autore ha cercato, per quanto possibile, di unificare la terminologia utilizzata dagli esoterici di diverse correnti, poiché si tratta di un problema spinoso, uno di quegli scogli su cui si arenano i tentativi di comprensione reciproca tra le varie scuole. Del resto, questo problema non riguarda solo l’esoterismo, ma anche la maggior parte delle altre discipline accademiche, e non resta che sperare che l’era dell’Acquario, ormai alle porte, aiuti tutti i ricercatori a trovare un linguaggio comune.
Per questo motivo, l’autore ha scritto la parola “svit” (mondo) nel senso di “Universo” (`o Kosmos) con la “i” decima, mentre “svit” nel senso di “assenza di guerra” (`h’ Eirhnh) con la “i” normale, come è consuetudine nelle opere teologiche: così gli era più comodo, e non avrebbe certo creato problemi al lettore. Storia degli insegnamenti esoterici
1. Che cos’è l’esoterismo
2. Le culture preariane
3. L’era dell’Ariete
4. Cina e Tibet
5. India e Persia
6. Culture esotiche (Bambara, Benin, Suriname, sciamanesimo)
7. Sumeria e Babilonia
8. Cabbalisti e sufi
9. Greci e barbari
10. L’Europa cristiana
11. Il XVIII secolo
12. Il XIX secolo
13. Il XX secolo
Il Mostro. Storia degli insegnamenti esoterici
Lezione 1. Che cos’è l’esoterismo
Nell’etica confuciana esisteva il concetto di “zhengming”, letteralmente “rettifica dei nomi”, che significava che il nome doveva corrispondere all’essenza della cosa. Il problema dell’unità dei termini, o meglio della sua mancanza, è da tempo maturo in tutti gli ambiti del sapere umano, e l’esoterismo non fa eccezione. Per questo vorrei iniziare proprio dalla definizione dei concetti. Tanto più che molti dei concetti a cui ci rivolgeremo in questa lezione hanno riacquistato nuova vita più volte nel corso della nostra storia.
***
Gli uomini non hanno mai dubitato che, accanto al mondo visibile, ne esistesse uno invisibile, indipendentemente da come lo si chiamasse. Alle origini della storia umana, questi due mondi non erano affatto distinti nella coscienza umana: uomini e dèi coesistevano, ogni cosa aveva un’anima. In seguito si verificò una certa differenziazione, ma l’idea che le leggi che governano l’uno e l’altro mondo fossero unitarie rimase. L’insegnamento che afferma l’unità di queste leggi è oggi chiamato esoterismo.
ESOTERISMO, anche esoterica, esoterico: queste parole derivano dal greco esoterikòs, “interno”. Il termine nacque in epoca ellenistica (IV-III sec. a.C.) e storicamente indicava la dottrina segreta, la “DOTTRINA INTERNA” di un insegnamento religioso, filosofico o di altro tipo, accessibile solo dopo i riti superiori di iniziazione, a differenza dell’ESOTERICO, “esterno”, la cui conoscenza era accessibile a tutti ed anzi imposta come dovere.
Si confronti, ad esempio, l’insegnamento segreto e il “programma di istruzione generale” di Pitagora, i batin e zahir negli ismailiti, i misteri cristiani, di cui nella sola Chiesa ortodossa sia i sacerdoti che i laici hanno accesso a tutti e sette, mentre nella cattolica questo diritto spetta solo ai chierici; i diversi gradi di iniziazione massonica (dal primo al terzo nei francesi e fino al trentatreesimo in quelli scozzesi); e infine i segreti del Politburo, accessibili solo a una cerchia molto ristretta, da un lato, e le lezioni di educazione politica che molti di noi ricordano ancora, dall’altro. Chi era iniziato alla conoscenza esoterica doveva mantenerla segreta e si sentiva, naturalmente, prescelto, appartenente all’“élite”.
Oggi l’ESOTERISMO è il termine generale che indica l’attuale dottrina o, più precisamente, la visione del mondo secondo cui l’uomo è l’unità del macrocosmo e del microcosmo, che non si limita all’analisi delle sole caratteristiche materiali, ma rappresenta un metodo di conoscenza della “sostanza interiore” di tutte le cose, la cui misura, come è noto, è l’uomo stesso.
Inoltre, sin dai tempi del “grande ciarlatano” Cagliostro (fine del XVIII secolo) e, definitivamente, da quelli di Madame Blavatsky (fine del XIX secolo) e di Aleister Crowley (inizio del XX secolo), alla base dell’esoterismo moderno vi è lo studio comparato delle dottrine dell’Oriente e dell’Occidente, il cui scopo è aiutare l’uomo a conoscere innanzitutto se stesso, poiché, se l’uomo è la misura di tutte le cose, senza questa conoscenza non potrà conoscere altro. E, come è noto, la conoscenza di sé è non solo il compito più antico, ma anche il più difficile che l’uomo si sia mai posto; non a caso sul tempio di Apollo a Delfi era scritto: Gnwri se auton – “Conosci te stesso”.
Questo termine si è definitivamente affermato dopo la Seconda guerra mondiale in Occidente come sostituto di due termini analoghi e, in generale, sinonimi, il cui significato era ormai mutato: ERMETISMO e OCCULTISMO.
Se prescindiamo dai dettagli, tutti e tre i termini indicano la stessa cosa: in ambito filosofico, una particolare visione del mondo che presuppone che l’ignoto, e persino ciò che viene riconosciuto come inconoscibile, richieda un atteggiamento altrettanto rispettoso e un approccio scientifico rigoroso quanto ciò che è già noto o riconosciuto come conoscibile; in ambito pratico, un insieme di discipline che studiano le leggi comuni a entrambi gli aspetti.
Qual è la differenza tra loro?
La parola ERMETISMO, così come la parola ESOTERISMO, fu coniata dai greci durante l’epoca ellenistica o poco prima; Erodoto (484-425 a.C.) racconta degli egizi che possedevano un sapere segreto e lo attribuivano a un certo Hermes Trismegisto, dal cui nome deriva il termine stesso.
Da questa stessa parola, o meglio dal nome, deriva anche il concetto di “ermeneutica” – l’arte dell’interpretazione dei testi sacri, il termine “esegesi”, che ha trovato applicazione nella pratica ortodossa (interpretazione delle Sacre Scritture), nonché la ben nota parola “ermetico” nel senso di “ermeticamente chiuso”.
Gli antichi, e persino i greci dell’epoca ellenistica, quando si recavano in terre straniere, non si preoccupavano di questioni di ermeneutica, cioè non approfondivano i dettagli del pantheon locale. Semplicemente assimilavano gli dei stranieri ai propri, principalmente in base alle funzioni, anche se queste funzioni nei greci mutavano nel tempo.
Immaginate la scena: ai tempi di Alessandro Magno, un dotto greco giunge in Egitto. Lo conducono a un santuario del dio Thot (così lo avrebbe chiamato).
– Come si chiama questo vostro dio? “Interprete”? Ha dato agli uomini la scrittura, il numero e l’arte di pesare? Allora è Hermes!
Per gli egizi questo dio si chiamava Djehuty (Thot), e il centro del suo culto era la città di Khemenu, nel sud dell’Egitto, che i greci chiamavano Ermopoli. Questo dio era una divinità lunare, raffigurata con due corna: le corna simboleggiavano la saggezza e l’insegnamento. In seguito, questo simbolismo apparve anche nel nome (arabo) di Alessandro Magno: Dhu l-Qarnayn (il Bicorne). Le corna (sotto forma di raggi di luce) come simbolo di saggezza adornano anche le rappresentazioni del profeta Mosè e di altri grandi riformatori.
In realtà, è evidente che Thot inizialmente non era un dio, ma un sacerdote del tempio di un antico dio lunare con lo stesso nome (Thot, Djehuty) in quella città, uno studioso. La storia, del resto, viene sempre scritta a posteriori, e più ci si allontana dagli eventi descritti, più essa appare grandiosa e affascinante.
Alla fine, fu divinizzato – prima dagli egizi, poi dai greci. Tuttavia, a differenza del loro dio Hermes – un’antica divinità accadica che incarnava le forze della natura – i greci chiamarono l’Hermes egizio “Tre volte grande” (Trismegisto).
Sul confine tra l’antichità e l’epoca ellenistica si svilupparono le scienze ermetiche, che studiano i fenomeni di un piano (livello) dell’essere attraverso le loro manifestazioni in un altro, secondo il principio di analogia. Questo principio, altrimenti chiamato legge di analogia (o simpatia), fu, secondo la tradizione, scoperto dallo stesso Hermes Trismegisto ed espresso nella famosa formula: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto”.
L’epoca ellenistica rappresenta in generale una sorta di spartiacque tra il mondo antico e quello nuovo. Perché questo sia, lo vedremo in seguito. Quando fu? Contate da Alessandro Magno: 333 a.C., drei – drei – drei, bei Issos Keilerei, come imparavano a memoria gli studenti tedeschi delle scuole superiori, la vittoria a Isso.
Coloro che vissero prima di questa epoca ci sembrano persone piuttosto primitive o, almeno, strane. Per rendersene conto, basta provare a leggere i libri dell’Antico Testamento scritti prima dell’epoca di Alessandro, o, per essere precisi, prima di Esdra e del suo discepolo Neemia (V secolo a.C.). L’uomo moderno non comprende la logica che guidava gli autori di questi libri e i loro personaggi. Come disse una volta Viktor Vasil’evič Byčkov, filosofo e storico della cultura: “Sembra sempre che fossero degli alieni”. La nostra logica inizia con l’Ecclesiaste.
In seguito, Hermes come scienziato e possessore di un sapere segreto fu rivendicato dai gnostici. Clemente Alessandrino (III secolo d.C.) lo considerava autore di ben 42 opere di carattere astrologico, cosmografico e religioso. Ci sono pervenute in versioni greche e latine: De natura deorum (“Sulla natura degli dei”), Poimandres sive de potestate et sapientia Dei (“Poimandro o sulla potenza e la saggezza di Dio”) e la famosa Tabula smaragdina (“Smeraldina tavola”). Per ulteriori dettagli, cfr. ad esempio Z. Agapova, Hermes – dio della conoscenza della terra e del cielo, Almanacco “Hermes”, Mosca, 1992.
Pertanto, con il termine ERMETISMO, le persone di quell’epoca intendevano una dottrina che riconosceva l’esistenza di una sostanza nascosta e inconoscibile delle cose, accessibile solo agli iniziati. Il termine ESOTERISMO, invece, fu adottato dagli ecclesiastici cristiani: essi si consideravano esoterici, e non senza motivo – quale dottrina può essere più esoterica di una dottrina religiosa? – mentre consideravano gli altri, compresi i sovrani, exoterici. Non a caso, persino il santo Costantino, la cui memoria insieme a quella di sua madre Elena viene celebrata dalla Chiesa ortodossa il 21 maggio (3 giugno), nei documenti del Concilio di Nicea (325) è chiamato o ‘episkopos twn ‘exoterikwn – “Vescovo degli esterni”.
L’ermetismo come dottrina e come termine è sopravvissuto fino al confine tra il millennio precedente e quello attuale, cioè fino allo Scisma d’Oriente del 1054, quando il papa romano Leone IX e il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda. L’XI secolo fu in generale il periodo della definitiva sistematizzazione delle tre religioni mondiali – ebraismo, cristianesimo e islam.
Le conseguenze di ciò furono molteplici, ma per noi è importante quanto segue. Se si è formata una dottrina, si è formata anche l’idea di ciò che ad essa non appartiene, il concetto di dottrina e di non-dottrina. In precedenza, la conoscenza almeno basilare dell’ermetismo era considerata un segno di cultura e erudizione. Si poteva credere o meno agli oroscopi, ma la loro compilazione era ben nota – ad esempio, lo scrittore e cortigiano bizantino Michele Psello (1018-1078), contemporaneo dello Scisma d’Oriente, ne era capace. Ora, invece, questa conoscenza divenne peccaminosa, malvagia (“pagana”, dal latino paganus). Il diritto di comunicare con il mondo invisibile fu monopolizzato dalla Chiesa, mentre tutti gli altri esoterici divennero rivali, concorrenti, e la repressione nei loro confronti non tardò ad arrivare – ebbe inizio l’epoca dei roghi delle streghe. L’ermetismo, insieme a tutto il resto dell’eredità antica, fu dichiarato diabolico e dimenticato.
Tuttavia, esso rinacque molto presto, e ancora una volta insieme a tutta l’eredità antica, ma con un nome diverso: OCCULTISMO.
La parola OCCULTISMO deriva dal latino occultus, “nascosto”, e indica la stessa dottrina sull’esistenza di un nesso nascosto tra eventi e fenomeni, non completamente comprensibile né dal punto di vista della teologia canonica né da quello della scienza razionale.
Nel XII secolo, Rabbi Abraham ben David di Toledo raccolse antichi testi, ne aggiunse alcuni di suo pugno e presentò al mondo la prima raccolta degli insegnamenti della Cabala. Nel XIII secolo, il conte di Bollstädt, noto anche come Alberto Magno, rinunciò alla carica di vescovo e divenne maestro di scienze occulte. Nel XIV secolo, Raimondo Lullo creò la sua Ars Magna – “Grande Arte”, un libro di magia e alchimia. Nel XV secolo, il giovane conte Pico della Mirandola comprese che il mondo visibile e quello invisibile sono uniti, e indicò nella Cabala il mezzo migliore per conoscerli. Nel XVI secolo, un soldato di nome Enrico, per il suo valore consacrato cavaliere sul campo di battaglia con il nome di Cornelio Agrippa, scrisse un’opera in tre volumi sulla filosofia occulta – il De occulta philosophia, divenendo di fatto il fondatore dell’esoterismo moderno (noi lo conosciamo come Agrippa). Nel XVII secolo, il giovane Benedetto Spinoza… ma di Spinoza, invero, si parla meglio nel corso di storia delle religioni.
Lo sviluppo delle scienze naturali nei secoli XVI-XVII (l’invenzione del telescopio e del microscopio, il binomio di Newton, il sistema eliocentrico) indebolì l’interesse per l’occultismo, e ben presto giunse anche l’epoca dei Lumi, i cui rappresentanti iniziarono a scacciare dalla coscienza di massa non solo il diavolo, ma anche Dio, e, come è naturale, insieme all’acqua sporca buttarono via anche il bambino – anzi, non uno solo, ma diversi. Noi, per ora, ci interessiamo solo di un bambino, cioè dell’occultismo: fu dimenticato quasi per un secolo e mezzo. Intendo dire, invero, solo gli ambienti colti, poiché la fede popolare nei miracoli non è mai morta.
La scoperta di Urano (1784) coincise con l’inizio di un nuovo periodo nella storia dell’esoterismo. Alla fine del XVIII e soprattutto nel XIX secolo, l’occultismo rinacque con nuova forza grazie alle ricerche filosofiche dei membri di numerose società segrete (rosacrociani, illuminati, massoni), alle necessità pratiche degli scienziati naturalisti, in particolare dei medici (Mesmer, Gall, Hahnemann), e alla “scoperta” da parte degli europei delle dottrine orientali e delle loro antiche tradizioni, rielaborate a un nuovo livello teorico (chiropratica, spiritismo, teosofia).
Attraverso molti tentativi ed errori, gli occultisti cercarono di unire le antiche teorie, in gran parte obsolete, con i dati della scienza moderna. Tuttavia, ogni piccola società sviluppava il proprio linguaggio concettuale. Le differenze tra questi linguaggi si fanno ancora sentire. Il problema è che l’occultismo li spingeva verso la politica. La visione esoterica del mondo è una filosofia dell’uomo libero da qualsiasi pregiudizio, e i principianti che la studiavano spesso confondevano la liberazione spirituale con quella sociale. Basti pensare alle unioni russe dei decabristi, nate dalle logge massoniche. Ma dei massoni parleremo a parte.
In ogni caso, verso la fine del XIX secolo l’occultismo si era ormai consolidato come una visione del mondo coerente e scientificamente fondata. Nel corso di tutto il secolo erano state fatte molte scoperte in tutti gli ambiti dell’occultismo, e molte nuove discipline erano nate. Tuttavia, l’epoca del fin de siècle e il ventennio successivo di guerre e rivoluzioni rimisero tutto in discussione. Dapprima l’occultismo divenne una moda, e naturalmente emersero moltissimi ciarlatani e imbroglioni, al punto che l’occultismo smise di essere preso sul serio e iniziò a essere deriso. Persino Jaroslav Hašek, ne Le avventure del buon soldato Švejk, fece comparire il cuoco occultista Jurajda. Per gli intellettuali, interessarsi di occultismo divenne motivo di vergogna.
Negli anni Venti e Trenta ebbe inizio una nuova fase nello sviluppo dell’esoterismo, che ancora oggi rappresenta l’ultima. Il termine “occultismo”, divenuto dispregiativo, fu dimenticato e si cercarono nuovi nomi.
La Società Teosofica, fondata da Elena Blavatskaja, si riprese dalle avversità. In Svizzera, il dottor Rudolf Steiner fondò il tempio dell’antroposofia. In America nacque l’Istituto di Parapsicologia, in Russia un’intera corrente scientifica dedicata allo studio delle potenzialità umane (Bechterev). In Germania, i nazisti cercarono di mettere al proprio servizio astrologi e veggenti. In Inghilterra, sotto il nome di “Stella d’Argento” rinacque l’ordine della “Stella Dorata”, fondato alla fine del XIX secolo, e così via.
I governanti più lungimiranti iniziarono a comprendere il valore della scienza esoterica. Tutte le ricerche che potevano in qualche modo influenzare l’equilibrio delle forze nel mondo o il prestigio di uno Stato iniziarono a essere finanziate e tenute segrete. Fino ad allora, per millenni, tutta l’esoterica, inclusa la Chiesa, aveva vissuto solo grazie ai propri introiti e alle donazioni private, per quanto regali potessero essere.
Durante la Seconda guerra mondiale, questo sviluppo subì un rallentamento: molti esoterici morirono o perirono. Ma subito dopo la guerra riprese e avanzò rapidamente. Sorsero numerose società e organizzazioni, centri di formazione, facoltà, case editrici e negozi; iniziarono a essere pubblicati sempre più libri nuovi e ristampe di opere antiche. L’avvento dei computer permise di creare programmi e database specializzati. Nacquero nuove correnti e discipline, e alle vecchie teorie furono trovate nuove chiavi di lettura. E così si affermò il termine ESOTERICA come termine ombrello. Inizialmente, ovviamente, si diffuse all’estero, e dopo il crollo del socialismo anche da noi.
Da noi, invero, l’esoterismo fiorì in modo rigoglioso, come all’inizio del secolo. Ma passerà, anzi, sta già passando.
In generale, nonostante il riconoscimento evidente, l’esoterismo occupa ancora una posizione marginale, quasi ai margini della coscienza collettiva. L’esoterismo come filosofia è comodo perché aiuta a spiegare e comprendere molte cose, oltre a prevederne lo sviluppo. In altre parole, risponde alle esigenze poste alla teoria (come è noto, una teoria deve non solo spiegare, ma anche prevedere). Inoltre, le sue costruzioni sono affascinanti, e la bellezza è un altro segno di una buona teoria. Le discipline esoteriche applicate sono ancora più convenienti perché aiutano a trovare soluzioni a molti problemi pratici.
Tuttavia, il marchio millenario di “vergogna” non si è ancora cancellato. E sebbene re e presidenti, campioni sportivi e servizi segreti, per non parlare della gente comune, utilizzino con successo i servizi di guaritori e veggenti, astrologi e indovine, ammetterlo pubblicamente non è considerato appropriato. Il problema non sta tanto nella segretezza, quanto nella posizione della scienza accademica, che ha sostituito silenziosamente la Chiesa nel ruolo di custode delle tradizioni.
Non è un segreto che molti settori della scienza moderna stiano attraversando un periodo non certo felice. Non è un segreto neppure che molti rappresentanti di questa scienza siano più interessati al proprio successo che a quello altrui. Tuttavia, esistono anche studiosi onesti che continuano a smascherare questi “medievali pregiudizi” solo perché la loro conoscenza dell’esoterismo deriva da letteratura americana scadente, da astrologi incompetenti o da medici ciarlatani.
Ma non sarà sempre così. Nella storia dell’umanità sta per arrivare un nuovo punto di svolta, una “soglia”, e molto probabilmente, nel XXIII secolo, noi sembreremo agli abitanti del futuro come oggi ci appaiono gli abitanti dell’antica Sumeria. Già nel prossimo futuro, nel XXI secolo, cioè molto presto, le scienze esoteriche troveranno il loro posto nei programmi delle istituzioni educative, accanto a tutte le altre. In realtà, entrambe sono strettamente collegate tra loro. Tuttavia, il passaggio dalla vecchia logica a quella nuova, benché già iniziato, richiederà diversi secoli.
Questa previsione si basa su una cronologia particolare, accettata dagli astrologi e in generale nell’esoterismo moderno. Probabilmente avrete sentito l’espressione: “sta arrivando l’Era dell’Acquario”. Cosa significa?
Comincerò da lontano. Nel II secolo d.C., l’astronomo Ipparco, che viveva sull’isola di Rodi, scoprì il fenomeno della precessione, cioè lo spostamento del punto dell’equinozio di primavera.
Il punto dell’equinozio di primavera è il punto di intersezione tra l’equatore celeste e l’eclittica. Il giorno in cui il Sole attraversa questo punto, passando dall’emisfero celeste australe a quello boreale, è chiamato giorno dell’equinozio di primavera, secondo il calendario moderno il 21 marzo. Da questo giorno, in molti antichi calendari, iniziava l’anno, e ai nostri giorni questo punto rappresenta l’inizio delle coordinate celesti.
Ecco, Ipparco confrontò le sue osservazioni con le tavole astronomiche degli egizi risalenti a diversi secoli prima e scoprì che quel punto si era spostato. Calcolò anche la velocità angolare del suo movimento: circa 50 secondi all’anno. Questo significa che, per un osservatore terrestre, l’intera fascia delle costellazioni zodiacali si sposta gradualmente: se al tempo di Ipparco il Sole, in quel giorno, sorgeva effettivamente insieme alla costellazione dell’Ariete, oggi in quel giorno sorge insieme alla costellazione dei Pesci, benché la sua posizione rispetto all’equatore e all’eclittica non sia cambiata. E nei prossimi duemila anni sorgerà in quel giorno insieme alla costellazione dell’Acquario.
Su questo, tra l’altro, si basa l’argomentazione di chi si oppone all’astrologia:
— Gli astrologi affermano che dal 21 marzo al 21 aprile il Sole si trova nella costellazione dell’Ariete, ma in realtà vi entra solo il 18 aprile!
È vero, ma in astrologia non si considerano le costellazioni, bensì i segni zodiacali. Le costellazioni hanno estensioni diverse e cambiano effettivamente posizione, mentre i segni sono settori convenzionali della volta celeste, ciascuno di 30 gradi, misurati a partire dal punto dell’equinozio di primavera. Pertanto, quel punto si sposta solo rispetto alle costellazioni, mentre i segni seguono il suo movimento perché l’inizio della loro sequenza è vincolato a esso. Tra diecimila anni, nel giorno dell’equinozio di primavera, il Sole sorgerà insieme alla costellazione della Bilancia, eppure per gli astrologi le persone nate nel mese successivo a quel giorno avranno comunque le “qualità dell’Ariete” — non della costellazione dell’Ariete, che ovviamente non possiede qualità, ma dell’archetipo psicologico descritto in letteratura come “Ariete”.
Con una velocità di 50 secondi angolari all’anno, il punto dell’equinozio di primavera impiega circa duemila anni per attraversare una costellazione (o, per essere precisi, un segno dello Zodiaco vero). Nel periodo che va approssimativamente dall’inizio della nostra era a oggi, si trovava nella costellazione dei Pesci. Prima di allora, per circa duemila anni si trovava nell’Ariete, cioè grosso modo dall’epoca delle “grandi migrazioni dei popoli” del XX secolo a.C. fino alla nascita di Cristo. Due millenni prima ancora si trovava nel Toro, e così via. Nel prossimo futuro passerà nella costellazione dell’Acquario.
In base a questa scansione temporale, anche la storia dell’umanità può essere suddivisa in segmenti di circa duemila anni ciascuno: la storia dei sumeri e dell’Egitto fino alla fine del Medio Regno — era del Toro e il toro come simbolo del potere divino e regale, circa 4000–2000 a.C.; dopo un periodo di guerre e cambiamenti durato quattro o cinque secoli, subentrò l’era dell’Ariete — Assiria e Babilonia, gli ebrei con il loro capro espiatorio e i greci con il vello d’oro, II e I millennio a.C.; ancora un periodo di cambiamenti, corrispondente all’epoca ellenistica e alle prime comunità cristiane, altri tre o quattro secoli, e l’inizio dell’era dei Pesci — come forse ricorderete, il simbolo dei primi cristiani erano proprio i pesci.
Dopo l’era dei Pesci dovrebbe seguire l’era dell’Acquario, il cui avvento è già iniziato. Se si escludono i primi precursori apparsi già nel XIX secolo, il vero inizio si sta verificando solo ora. Anche questa transizione richiederà tre o quattro secoli, quindi prima del XXIII secolo sarà prematuro parlare di un definitivo abbandono dell’era dei Pesci. Del significato di ciascuna di queste ere parleremo più avanti, ma potete già consultare la letteratura astrologica per capire cosa rappresentano gli archetipi del Toro, dell’Ariete, dei Pesci e dell’Acquario.
È chiaro che questa suddivisione è convenzionale — così come lo è quella della storia in “epoca della schiavitù”, “epoca del feudalesimo” e così via. È altrettanto evidente che la nostra esposizione si concentra principalmente sulla cultura giudeo-cristiana, cioè in sostanza su quella europea: in diverse regioni della Terra il passaggio tra le ere è avvenuto in modo diverso. Ma di questi dettagli parleremo in seguito.
In generale, questa cronologia ci è utile perché ci permette di tracciare facilmente le tappe principali dello sviluppo del pensiero esoterico, strutturandole secondo la logica del pensiero umano. Ora dovrebbe esservi chiaro anche il senso del titolo della seconda e della terza lezione: “Le culture pre-ariane” e “L’era dell’Ariete”. E, riflettendo su cosa abbia significato ciascuna di queste ere per la coscienza umana, potremo comprendere meglio le tappe del suo sviluppo.
Discipline esoteriche applicate
Le scienze esoteriche si sono sviluppate allo stesso modo di tutte le altre, ad esempio la fisica o la chimica. Se inizialmente venivano praticate “in modo integrato” — un chimico si occupava in modo del tutto naturale di alchimia, un astronomo di astrologia e così via — in seguito le strade di queste discipline si sono separate, tanto che oggi dobbiamo confrontarci con una moltitudine di ambiti specialistici. Tuttavia, i confini tra loro sono sfumati, e al loro incrocio nascono continuamente nuove discipline; inoltre, l’ambito delle scienze esoteriche si interseca strettamente con altre aree del sapere umano, che potremmo riunire sotto la denominazione di scienze dell’uomo.
Queste discipline sono moltissime. Anche un semplice elenco alfabetico, dall’antropologia alla linguistica, occuperebbe lo stesso spazio di questo articolo. Oggi chi decide di studiare una di queste scienze si trova costretto non solo a “conoscere sempre di più su argomenti sempre più ristretti” (specializzazione spinta), ma anche a rivolgersi costantemente a “discipline limitrofe”. Ad esempio, uno psichiatra spesso deve studiare sociologia, pedagogia e filosofia, mentre un astrologo può aver bisogno di chiromanzia, grafologia o Tarocchi.
Per avvicinarci meglio alle scienze esoteriche, per comodità le divideremo in tre gruppi. In primo luogo, ci sono le discipline che utilizzano dati oggettivi sull’uomo, cioè quei parametri che egli stesso non può modificare: la data di nascita, la forma e le linee della mano, la grafia e così via. A questa categoria appartengono innanzitutto l’astrologia, la grafologia e la chirologia (chiromanzia), oltre alla dattiloscopia, che in sostanza è una branca della chirologia.
A queste si aggiungono la frenologia (determinazione del carattere in base alle protuberanze del cranio), la fisiognomica (stesso metodo, ma basato sui tratti del viso) e la numerologia — la determinazione del carattere e la previsione del destino in base al valore numerico delle lettere del nome e delle cifre della data di nascita.
A queste discipline si avvicinano anche quelle neo-occultistiche, che utilizzano dati oggettivi: la criminologia, la paralinguistica (studio della mimica e della gestualità) e molte tecniche diagnostiche — ad esempio l’iridologia, che valuta lo stato di salute in base all’iride dell’occhio. In definitiva, bisognerebbe includere qui anche la psichiatria, le cui conclusioni si basano su manifestazioni oggettive della personalità — reazioni, affermazioni e così via, che è difficile simulare.
Il secondo gruppo delle scienze occulte opera su dati soggettivi, cioè su quel materiale che la persona fornisce autonomamente. Si tratta principalmente di immagini dell’inconscio che la persona stessa di solito non riesce a interpretare; lo specialista funge da “decodificatore”. Qui rientrano tutte le discipline mantiche, cioè i vari metodi di divinazione.
I metodi di predizione sono moltissimi, da quelli con le carte, i bastoncini o la lettura del fondo del caffè fino a tecniche esotiche di popoli antichi e “selvaggi”, che prevedevano il destino dal volo degli uccelli, dalle crepe sul guscio di una tartaruga o dalle caratteristiche del fumo che si alza sull’altare sacrificale. In realtà si può predire su qualsiasi cosa, perché la risposta alla domanda è già contenuta nell’inconscio di chi la pone; altrimenti non si sarebbe posto il quesito. I simboli divinatori servono solo a rendere comprensibile quella risposta.
L’interpretazione dei sogni (oneirologia) rientra in questo gruppo perché i sogni appartengono al mondo soggettivo, non a quello oggettivo. Qui va annoverata anche la numerologia cabalistica, che studia le combinazioni casuali di lettere e numeri.
Dal lato delle scienze neo-occultistiche, alle discipline mantiche si affianca la psicologia, che studia anch’essa i dati che la persona fornisce autonomamente, comunicando alcune cose e nascondendone altre. Gli aspetti più evidenti di questo legame con la psicologia si riscontrano nella psicoanalisi freudiana. Ovviamente, a questa categoria appartengono anche i diffusi test psicologici odierni.
E, infine, il terzo gruppo di scienze occulte — le scienze magiche, il cui scopo principale non è lo studio del carattere umano né la previsione del destino, ma piuttosto la manipolazione di entrambi. La magia era praticata sia da professionisti (sacerdoti, stregoni, sciamani) che da persone comuni. I tre Magi che, secondo il Vangelo, giunsero ad adorare il bambino Gesù non erano altri che maghi babilonesi, i quali appresero della nascita del Salvatore osservando il cielo.
Esistono diversi tipi di magia, distinti per scopi e metodi. La magia professionale era tradizionalmente suddivisa in magia bianca (teurgia) e magia nera (stregoneria, incantesimi). La differenza tra loro è più di ordine etico che tecnico: se la prima mira a ridurre il male nel mondo, la seconda persegue l’obiettivo opposto.
La magia naturale o “popolare” costituisce invece una parte integrante della nostra vita. “Ogni azione compiuta con intento è già magia”, affermava Aleister Crowley, e aveva ragione: la consapevolezza umana del proprio proposito genera cambiamenti nel mondo circostante, facilitando la realizzazione dell’intento se non viola l’equilibrio cosmico, o ostacolandola se invece lo fa.
Per approfondire le singole discipline esoteriche e la loro storia, si può leggere il libro di Alfred Lehmann “Storia illustrata dei pregiudizi e della stregoneria” (Mosca, 1900, ristampa Kiev, 1993). La trattazione della storia in quest’opera è presentata in modo critico, se non addirittura sarcastico, ma i fatti sono esposti con precisione e correttezza.
Het Monster. Storia delle dottrine esoteriche
Lezione 2. Le culture pre-indoeuropee
La storia, come ho già detto, viene scritta in modo retrospettivo. Più il tempo che separa lo storico dalle persone e dagli eventi descritti è ampio, più questi ultimi appaiono nobili e significativi, e più indietro nel tempo si sposta l’inizio stesso della storia. Ad esempio, i Caldei (Babilonesi) affermavano che le loro conoscenze esoteriche si erano accumulate in 500.000 anni, gli Egizi pretendevano di averne 600.000 e più, mentre gli Indiani arrivavano a milioni (si sostiene che il primo manuale di astrologia, il Surya Siddhanta, fosse stato scritto nel 2.163.102 a.C.).
La storia dell’esoterismo può essere considerata più o meno documentata a partire dall’epoca ellenistica. Secondo la nostra cronologia, si tratta dell’inizio o della vigilia dell’Era dei Pesci, dal VI al III secolo a.C. Tutto il resto sono solo ipotesi, per quanto possano apparire convincenti. Tuttavia, poiché non ci interessa solo la storia dell’esoterismo in sé, ma anche la percezione che gli stessi esoteristi ne hanno, vorrei iniziare con una teoria affascinante, o meglio, una teoria che ha acquisito grande diffusione. Si tratta della teoria delle Sette Razze Radice, esposta nelle opere di Helena Blavatsky, Helena Roerich e altri ammiratori occidentali dell’Oriente.
Il numero sette, la sacralità del sette, è presente in molte civiltà terrestri. Per comprendere meglio di cosa si parli, ricordiamo che, secondo la concezione esoterica, anche l’essere umano è composto da sette corpi, la cui combinazione costituisce la sua essenza. Talvolta questi corpi vengono raggruppati in “piani” o “livelli” — fisico, astrale, mentale.
Nell’antica Cina esistevano le “tre anime” dell’uomo: Gui e Hun. La prima, la più bassa (ebr. ruach, gr. pneuma, lat. anima, sanscr. prana), andava nella terra; la seconda (gr. daimon/as/: entità incorporea, elementale) diventava lo spirito di un antenato da venerare; la terza, la più alta (lat. spiritus, sanscr. atman), saliva al cielo, dove si univa alla schiera degli spiriti. In seguito, anche i taoisti differenziarono questi piani, arrivando a sette sottolivelli.
In diverse fonti, il numero e i nomi dei corpi variano: possono essere più o meno di sette, anche se il sette prevale (e perché lo vedremo in seguito). Gli occultisti più recenti (C.W. Leadbeater) suddivisero ogni corpo in sette sotto-piani o sotto-livelli, ottenendo così quarantanove. Chi lo desidera può consultare i libri di Leadbeater nelle traduzioni di A.V. Trojanovskij (“Il piano astrale”, San Pietroburgo, 1908, ristampa Baku, 1990; “Il piano mentale”, San Pietroburgo, 1912, ristampa Mosca, “KOKON”, 1991). Noi, invece, adotteremo la versione più diffusa: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, corpo mentale (manas, intelletto inferiore), corpo buddhico, ossia intelletto astratto, e gli ultimi due corpi — il corpo dello spirito spirituale e il corpo causale. Gli ultimi due formano la monade.
MONADE (dal gr. monas, “unità”): l’elemento più semplice, la particella indivisibile dell’essere; nell’occultismo è la base dell’essenza umana, che unisce il corpo causale e il corpo dello spirito spirituale. Nota fin dall’antichità, nel Medioevo la monade veniva chiamata “sostanza radice” non solo dell’uomo, ma di tutte le cose complesse. La monade è immortale e garantisce la reincarnazione sia in forma maschile che femminile. Secondo Leibniz, è una sorta di “atomo” spirituale dell’essere, dotato di capacità di percezione (percezione) e appercezione (azione attiva). Non esistono due monadi identiche. Le monadi possono essere di diverso ordine: inferiori (monadi delle pietre, delle piante), superiori (animali, uomini) e supreme (Dio).
Ecco, in breve, la teoria.
Teoria delle Sette Razze
La vita intelligente sulla Terra è stata creata in modo intenzionale, cioè con un fine premeditato, ma non da un Dio antropomorfo creatore, come probabilmente tutte le religioni hanno immaginato nelle loro fasi iniziali, bensì da un complesso di forze superiori, per la cui descrizione non esistono parole nelle lingue umane.
Questa idea di un Creato intenzionale, nata dall’immagine di un Dio creatore, ha poi dato origine a numerose teorie sull’”origine extraterrestre” della vita sulla Terra — pensiamo almeno ai film del paleofuturista tedesco Erich von Däniken o ai racconti di Stanisław Lem, uno dei più grandi filosofi contemporanei.
Le prime monadi furono create contemporaneamente alla nascita della Terra. Tuttavia, erano composte solo di corpi sottili, invisibili per noi. Inoltre, erano prive di intelletto. Questa fu la Prima Razza.
A poco a poco, tutte le monadi originarie si divisero e i loro elementi formarono la Seconda Razza. Queste erano monadi simili alle prime, ma nel corso dell’evoluzione trovarono un nuovo metodo di riproduzione, che può essere descritto come “deposizione di uova”. Gradualmente, questo metodo divenne dominante.
Così nacque la Terza Razza — la Razza degli Ovipari. All’inizio, anch’essi non avevano un corpo fisico denso, il che era addirittura un vantaggio, poiché le condizioni geologiche della Terra erano allora inadatte alla vita fisica dei corpi proteici.
La Terza Razza evolse più rapidamente: comparve all’inizio dell’era Archeozoica, l’era della comparsa dei primi organismi viventi, e in seguito, dopo un certo tempo, nelle monadi avvenne la divisione dei sessi e comparvero i primi rudimenti dell’intelletto. Anche il mondo animale e vegetale della Terra si sviluppò gradualmente, ma noi non stiamo considerando la loro evoluzione, bensì solo quella delle proto-monadi dell’UOMO.
Ogni razza era ulteriormente suddivisa in sette sotto-razze, ognuna con le proprie caratteristiche. Le prime tre sotto-razze della Terza Razza accumularono gradualmente un involucro denso — per noi sarebbero state parzialmente visibili, “semitrasparenti” — finché, nel periodo della quarta sotto-razza della Terza Razza, non comparvero i primi UOMINI con un vero corpo fisico. Era ancora l’epoca dei dinosauri, cioè circa 120 milioni di anni prima della nostra era. I dinosauri erano enormi, e di conseguenza anche gli uomini erano giganteschi, alti fino a 18 metri o più. Nelle sotto-razze successive, la loro statura diminuì gradualmente. A testimonianza di ciò dovrebbero esserci fossili di ossa di giganti e miti sui giganti (Golia presso gli ebrei, Pelope presso i greci, ecc.).
Tuttavia, i primi uomini non avevano ancora il completo insieme di corpi che abbiamo noi oggi. Non possedevano un’anima cosciente, cioè il corpo dello spirito spirituale (secondo altre versioni della stessa teoria, gli uomini non avevano neppure il manas, cioè la coscienza). Per questo si comportavano come animali, da cui deriva il mito della caduta dell’uomo e la brillante teoria collaterale secondo cui i pacifici Neanderthal, che non avevano commesso la caduta, furono sterminati dagli uomini guerrieri (lo stesso Stanisław Lem). Da questi uomini-bestie derivarono i primati superiori (scimmie) — non il contrario, come ci hanno insegnato a scuola, cioè non gli uomini dalle scimmie, ma le scimmie dagli uomini.
Dopo di ciò, secondo una versione, le supreme forze creatrici che avevano dato origine alla vita intelligente sulla Terra intervennero di nuovo e infusero nella coscienza umana la “Scintilla Divina” — non certo in tutti, ma almeno in alcuni. Secondo un’altra versione, essa si generò spontaneamente in alcuni individui, che divennero così i Maestri delle generazioni successive.
Gli ultimi sottorami della Terza Razza crearono la prima civiltà sul protocontinente di Lemuria, secondo altre versioni su Gondwana. Questo continente si trovava nell’emisfero meridionale e comprendeva l’estremità meridionale dell’Africa, l’Australia con la Nuova Zelanda, e a nord il Madagascar e Ceylon. Una buona mappa di Lemuria è pubblicata nel libro di Jennifer Westwood, The Atlas of Mysterious Places. Weidenfeld & Nicolson, New York 1987. Alla cultura lemuriana apparteneva anche l’Isola di Pasqua.
Nel periodo della settima sottorazza della Terza Razza, la civiltà dei lemuriani decadde e, alla fine, il continente stesso sprofondò nell’oceano. Questo avvenne alla fine del Periodo Terziario, circa 3 milioni di anni prima della nostra era.
La Terza Razza viene a volte chiamata anche Razza Nera. I suoi discendenti sono considerati le popolazioni di pelle nera, le tribù africane e australiane.
A quel tempo era già sorta la Quarta Razza — quella degli Atlantidei, naturalmente sul continente noto come Atlantide. “A nord, il suo territorio si estendeva per alcuni gradi a est dell’Islanda, includendo Scozia, Irlanda e la parte settentrionale dell’Inghilterra, mentre a sud arrivava fino all’attuale Rio de Janeiro” (Stulgińskis, vedi sotto).
Gli Atlantidei erano discendenti dei lemuriani che si erano trasferiti su un altro continente circa un milione di anni prima della scomparsa di Lemuria. Le prime due sottorazze della Quarta Razza provenivano da questi “primi coloni”. La terza sottorazza apparve già dopo la scomparsa di Lemuria o Gondwana: erano i Toltechi, la Razza Rossa, giunti da Occidente.
Gli Atlantidei adoravano il Sole e la loro statura era superiore alla media — due metri e mezzo. In generale, con ogni nuova razza la statura degli abitanti della Terra diminuiva gradualmente. La capitale del loro impero era la città delle Cento Porte Dorate. Il culmine del loro sviluppo civile fu raggiunto proprio durante il periodo dei Toltechi o della Razza Rossa. Era circa un milione di anni fa.
Ma questo splendore non durò a lungo: l’attività geologica della Terra continuò. La prima catastrofe, avvenuta circa 800.000 anni fa, interruppe il collegamento terrestre tra Atlantide e le future Americhe ed Europa. La seconda, circa 200.000 anni fa, spezzò il continente in diverse isole, grandi e piccole, dando origine ai continenti moderni. Dopo la terza catastrofe, circa 80.000 anni prima della nostra era, rimase solo l’isola di Poseidonis, che affondò intorno al 10.000 a.C. La sua scomparsa è descritta in modo molto convincente nel romanzo di A. Beljaev L’ultimo uomo di Atlantide.
Gli Atlantidei prevedevano queste catastrofi e prendevano misure per salvare i loro scienziati e le conoscenze da loro accumulate. Si ritiene che furono loro a costruire i giganteschi templi in Egitto e a fondarvi le prime scuole di esoterismo. Già i lemuriani erano esoterici, la filosofia esoterica era, per così dire, la loro filosofia di Stato e la loro visione del mondo. Di fronte alla minaccia della scomparsa dei continenti, si salvavano innanzitutto gli iniziati più elevati, grazie ai quali le antiche conoscenze sopravvissero per secoli e millenni.
A questo proposito esiste un’altra interessante teoria collaterale — secondo cui gli Atlantidei, o addirittura i lemuriani, costruirono astronavi e salvarono gli iniziati più elevati sul pianeta Marte. Per quanto ne so, fu esposta per la prima volta dall’inglese Frederick Spencer Oliver (pseudonimo Phylos the Tibetan) nel romanzo Un abitante di due mondi, pubblicato nel 1894 (Philon the Tibetan. A Dweller on Two Planets).
Noi la conosciamo grazie ad Aleksej Tolstoj, che in gioventù era appassionato di occultismo. In generale, chi volesse approfondire le prime razze può semplicemente rileggere il suo romanzo Aelita, in cui sono esposte in modo intelligente e dettagliato tutte le informazioni sopra riportate (“Il secondo racconto di Aelita”).
Le catastrofi di Atlantide provocarono nuove ondate di migrazioni, durante le quali dal continente fuggirono non solo gli iniziati, ma anche persone comuni (“esoterismo esterno”). Nacquero così i sottorami della Quarta Razza: gli Unni (quarta sottorazza), i Proto-Semiti (quinta), i Sumeri (sesta) e gli Asiatici (settima). Gli Asiatici, mescolatisi con gli Unni, vengono a volte chiamati anche Razza Gialla, mentre i Proto-Semiti e i loro discendenti, che formarono la Quinta Razza, sono la Razza Bianca.
Noi siamo la Quinta Razza. Essa si divide a sua volta in sette sottorazze, delle quali ne esistono attualmente solo cinque.
La Quinta, o Razza Ariana: Indiani (tribù di pelle chiara), [2] Semiti più giovani (Assiri, Arabi), [3] Iranici, [4] Celti (Greci, Romani e loro discendenti), [5] Teutonici (Germani e Slavi).
Naturalmente, dopo di loro dovrebbero arrivare la Sesta e la Settima Razza primordiale. Ma di cosa saranno fatte o dovrebbero essere, ne parleremo più tardi; per ora torniamo alla storia.
In generale, chi fosse interessato ai dettagli può consultare il libro di S.A. Stulgińskis Leggende cosmiche dell’Oriente, già pubblicato in diverse edizioni, ad esempio: Mosca, “Sfera”, 1991, o il libro di Édouard Schuré I grandi iniziati, anch’esso ripubblicato in Russia (Kaluga, 1914, ristampa Mosca, 1990).
Dunque, dagli Atlantidei la fiaccola delle conoscenze esoteriche passò agli Egizi. Gli Egizi, tra l’altro, gli europei li hanno a lungo considerati i creatori di tutte le conoscenze esoteriche in generale, convinti che prima di loro sulla Terra non ci fosse nessuno: la teoria delle razze primordiali si è formata solo alla fine del XIX secolo. Fu allora che ricevette nuovo impulso (retrospettivo) il quasi dimenticato mito di Atlantide, che Chimal aveva già ripreso; un ruolo importante nella sua riscoperta fu giocato, naturalmente, anche dalle concezioni indiane dei periodi storici mondiali (kali-yuga), che durano centinaia di migliaia di anni.
Tanto più che all’inizio dell’Era del Toro, cioè nel IV millennio a.C., iniziarono a formarsi culture non solo in India ed Egitto, ma anche in Sumeri, Cina e Messico. E sebbene si sviluppassero in modo indipendente, molte cose le accomunavano. Che cos’è, quindi, l’Era del Toro?
L’Era del Toro
In questo periodo il pensiero umano è mitologico: il mito si rivela il mezzo migliore per comprendere e ricordare le connessioni tra i fenomeni. Noi, ad esempio, diciamo che le eclissi di Sole e di Luna avvengono quando, dal punto di vista dell’osservatore terrestre, entrambi gli astri si trovano vicino ai nodi della loro orbita, con una piccola differenza di latitudine. Gli antichi dicevano invece: “Il Drago divora la Luna (o il Sole)”, e questo per loro significava la stessa cosa. Vi ricordate il piccolo Mitja in Aleksej Tolstoj?
Parlava molto, molto bene. Ma chiamava il cavallo “vevit”, il cane “avava”, e l’orso di peluche “Patapum”. In questo modo Mitja capiva meglio, e il cavallo, il cane e l’orso lo capivano meglio.
Qui l’anziano occultista Aleksej Tolstoj, tra l’altro, tocca un importante problema esoterico, che i censori ignoranti degli anni Trenta, per fortuna, non notarono. È noto che l’embrione e poi il bambino ripetono, per così dire, la storia evolutiva degli organismi superiori: l’uscita dall’ambiente acquatico a quello aereo (le branchie si trasformano in polmoni), il graduale passaggio dalle forme inferiori di percezione a quelle superiori, l’acquisizione della ragione. Gli occultisti ritengono che l’embrione e il bambino ripetano anche le tappe dello sviluppo spirituale delle sette razze summenzionate: un bambino piccolo, che non sa ancora parlare, comunica con il mondo circostante in modo telepatico, e poi questa capacità si perde.
Vi ricordate “La storia dei gemelli” nel libro di Pamela L. Travers su Mary Poppins? (Mosca, 1972). “Volete dire che capivano anche gli stornelli e il vento, e… — E gli alberi, e il linguaggio dei raggi di sole e delle stelle — sì, sì, sì — disse Mary Poppins. /…/ Non c’è nulla da fare. Non esiste una sola persona che ricordi qualcosa dopo aver compiuto un anno”. — È, naturalmente, una descrizione molto figurata e semplificata del problema, ma non c’è dubbio che Pamela Travers fosse a conoscenza di questa teoria: in Occidente le basi dell’esoterismo sono accessibili a tutti e fanno parte integrante del “culturguut”, come dicono i tedeschi, cioè del patrimonio culturale.
Questa teoria non è sorta dal nulla. Voi stessi, naturalmente, non ricordate, ma se qualcuno ha vissuto accanto a un bambino piccolo, ha potuto constatare che tra il bambino e la madre, per molti anni, fino ai sette (!), esiste un legame invisibile strettissimo, un campo comune: essi formano un unico sistema, come la Terra e la Luna. Il bambino piange quando la mamma se ne va, se la mamma si ammala anche il bambino si ammala e viceversa, e così via.
Era nota anche agli antichi, che però ne davano spiegazioni più primitive. Esiste un’antica leggenda su un re che decise di scoprire quale fosse la prima lingua sorta sulla Terra. Radunò alcune decine di neonati di diverse nazionalità e vietò alle nutrici di parlare con loro, aspettando che parlassero da soli. E loro parlarono… in ebraico antico. (Stando alla conclusione della leggenda, essa fu composta dai rabbini al confine della nostra era).
Quindi, per spiegare le regolarità del mondo visibile e invisibile, l’uomo dell’era del Toro si serviva di leggende e miti. I miti nacquero infatti come descrizioni di fenomeni osservati, espressi nel linguaggio di allora. Pertanto, non furono i pianeti a ricevere i nomi degli dèi, come a lungo si è creduto, ma al contrario: le immagini degli dèi e degli eroi sorsero come riflesso dei fenomeni terrestri e celesti. Nel periodo dell’era del Toro si formano anche i grandi miti cosmogonici (generali).
Alla base dei miti cosmogonici di questo periodo vi è l’idea del caos primordiale, dal quale nascono il cielo, la terra e le altre cose. Essi sorgono attraverso la divisione degli elementi uniti nell’uovo cosmico (Egitto, India) o nell’oceano cosmico (Sumeria). Forse il motivo della divisione di questa “unità non fusa” risale all’era dei Gemelli — non a caso il tema dei gemelli ricorre in molte mitologie (Gilgamesh ed Enkidu presso i sumeri, Yama e Yami presso gli indiani, i Gemelli Celesti e Terrestri presso gli antichi messicani e, infine, i più tardi Dioscuri, Castore e Polluce).
Al posto di un unico Dio-Creatore vi è un intero pantheon di dèi di diverso rango, la cui gerarchia è in costante mutamento. Gli uomini, invece, facevano risalire la propria genealogia alla prima coppia umana, creata dagli dèi dall’argilla (Sumeria, Egitto) o semplicemente da loro generata nel matrimonio (India, Messico).
Tuttavia, una volta creato, il mondo per gli uomini di allora era ciclico: in natura tutto si ripete. Il mondo è così com’era dall’inizio dei tempi e sarà così fino alla fine. Nessun cambiamento è possibile, anzi, non è nemmeno necessario. “E Dio vide che era cosa buona” — frase tratta da una fonte successiva, ma in essa risuona l’eco delle concezioni dell’era del Toro sulla “chiusura spazio-temporale del mondo”, come scrive Vladimir Romanovič Arsen’ev (Zveri — bogi — ljudi. Mosca, 1991).
Per questo, tra l’altro, nelle culture “toroidi” non è caratteristico il timore della morte: la morte per loro non è una scomparsa totale, non è una partenza per sempre, ma solo la conclusione di un ciclo, seguito da un altro ciclo nell’aldilà, in un’altra vita, e da un nuovo ciclo sulla Terra, questa volta esteriormente in un discendente. Da qui la formazione delle concezioni sulla reincarnazione (le nuove incarnazioni dell’anima) e dei miti sugli dèi che muoiono e risorgono.
A proposito, tracce della coscienza mitologica si sono conservate anche nel moderno esoterismo. Quando vogliamo caratterizzare un fenomeno, diciamo “Venere”, perché è più breve. Tuttavia questa parola ha da tempo perso ogni legame con la “Stella del Mattino” e persino con le divinità dell’antico mondo a essa consacrate: per noi è un archetipo dinamico, un complesso sintomo-simbolico, un sistema di associazioni che mutano lentamente ma inesorabilmente, pur conservando una certa base, una “monade”.
Sì, Venere è innanzi tutto il simbolo dell’arte e dell’amore. Essa è legata al Toro per affinità di carattere, per questo il Toro è considerato “a casa” o “dimora” di Venere. Ma il Toro è anche il luogo di esaltazione della Luna, e la Luna è il simbolo della fecondità, della saggezza (la doppia corna) e della sensibilità alle sottili vibrazioni, ai “fluidi”.
Tuttavia il Toro ha anche sue peculiarità. Prima di tutto rappresenta uno dei quattro elementi, la terra, e le peculiarità degli archetipi della Luna e di Venere si modificano in base a questo: la sensibilità lunare alle sottili vibrazioni si attenua (nel periodo dell’era del Toro non avvengono nuove scoperte nel mondo invisibile, gli uomini si affidano non all’intuizione, ma all’autorità dei “più alti iniziati”), mentre la capacità di fecondità si rafforza (l’agricoltura come occupazione più diffusa nelle società dell’era del Toro).
In questo periodo nascono i culti della fecondità basati sul principio femminile, non maschile (il Toro è un segno “femminile”). Al contempo, l’amore (il sesso) e la fecondità (la maternità) non sono ancora differenziati: Iside egizia, Inanna sumera, persino le più tarde Ištar babilonese e Anahit armena uniscono in sé elementi degli archetipi della Luna e di Venere o sono semplicemente considerate dee lunari.
La “Grande Madre” dei popoli mediterranei, nota anche come Sorni-Ekva (“Donna d’Oro”) presso mansi e voguli, come la olmeca Chak Kit, come la famosa Cibele — è un archetipo lunare-terrestre non differenziato (sistema madre-bambino), simbolo dell’unità ancora indistinta tra la fecondità degli esseri intelligenti e non intelligenti.
Inoltre, il Toro accumula e conserva — riserve di cibo, valori materiali, terre, conoscenze, opere d’arte. Le società “toroidi” sono autosufficienti, non sono interessate alla vita di altri popoli. Non a caso gli abitanti di tali società si definiscono più spesso “uomini”, mentre gli stranieri sono “stranieri”, “forestieri” o, come più tardi i greci, “balbuzienti” (barbari).
Allo stesso tempo, il Toro è il patrono dell’arte, un conoscitore, e spesso anche l’autore delle sue opere. Nel periodo dell’era del Toro si forma (si formalizza) la principale gamma cromatica e la simbologia del colore. Vengono create opere d’arte che spesso sopravvivono per millenni: statue di pietra dipinte, templi e tombe, vasi e ornamenti. Ma Venere nel Toro è un’esecutrice, non una creatrice, e ancora una volta gli esempi scelti si ripetono di secolo in secolo.
Il Toro non è un teorico, è un pratico: non fa generalizzazioni, ma accumula semplicemente nuove informazioni, arricchendo la statistica che sarà utilizzata dalle persone dell’era successiva. Le sue scienze hanno carattere applicativo: la geometria, l’astronomia, la medicina servono solo a ordinare la vita quotidiana, all’“organizzazione del lavoro”, come diremmo oggi.
Inoltre, sono complesse: la geometria non è separabile dalla geomanzia, l’astronomia dall’astrologia, la medicina dalla magia. Non sono separate neppure nella coscienza delle persone che le praticano, che sono solitamente sacerdoti, una “casta di iniziati”. E qui non si tratta tanto del carattere segreto di queste conoscenze, quanto della necessità di garantirne la conservazione e la continuità: la scrittura non esiste ancora.
Da qui le ipostasi maschili degli dèi lunari: Thot presso gli egizi, Nanna presso i sumeri, Chandra presso gli indiani, come inventori della dottrina e della scrittura, patroni della magia e della medicina. All’inizio dell’era del Toro, gli dèi e le dee lunari occupano i primi, più importanti posti nei pantheon (anche perché la Luna è la base dei calendari più antichi).
Il Toro è conservatore e fedele alle tradizioni. Nel periodo dell’era del Toro, le operazioni puramente scientifiche acquistano carattere rituale, vengono fissate in inni e miti per una migliore memorizzazione. In questo stesso periodo, verso la fine dell’era del Toro, vengono elaborate anche i primi sistemi di scrittura — ancora una volta per consolidare le conoscenze accumulate.
I rituali, poi, si basano sul sentimento (poiché il Toro è principalmente sentimento, non ragionamento logico). Immaginatevi una cerimonia di iniziazione sacerdotale. Un ragazzo giunge al tempio. Viene lavato ritualmente, rivestito di abiti sacri, vengono pronunciate preghiere o incantesimi. Lo conducono attraverso un corridoio buio, decorato con immagini degli dèi più terrificanti dell’aldilà. Sostiene prove dolorose, trascorre molto tempo in solitudine, senza cibo né bevande. Se resiste a tutto questo, viene condotto alla promessa di fedeltà, e ora diventa custode delle antiche tradizioni. Che gamma di sentimenti deve aver provato!
Chi volesse approfondire i dettagli di questi rituali può consultare il magnifico film di Jerzy Kawalerowicz “Faraone”, tratto dal romanzo di Bolesław Prus, oppure il racconto dello stesso Édouard Schuré “La sacerdotessa d’Iside” (San Pietroburgo, 1993). Esiste anche il bel romanzo “La figlia di Montezuma” di Rider Haggard. Non si deve pensare che gli autori di questi libri abbiano semplicemente fantasticato sull’argomento o rielaborato fonti accessibili: tali opere non sono scritte da persone casuali, ma, di norma, da chi possiede una ricca memoria familiare, genetica o karmica, chiamatela come preferite. Del resto, anche J.R.R. Tolkien non fu un autore di nuovi miti celtici, ma solo un ispirato resuscitatore di antiche leggende.
L’era del Toro, quindi, rappresenta la posa delle fondamenta dei principali miti cosmogonici, la massima ritualizzazione delle azioni e l’accumulo di statistiche. Il mondo per gli abitanti dell’era del Toro è intero e unitario, e gli abitanti del mondo invisibile sono altrettanto reali di quelli della casa di fronte. Per comunicare con gli uni e con gli altri esistono regole precise e, se vengono rispettate alla lettera, si può ottenere il risultato desiderato. Ci sono persone che conoscono queste regole (i sacerdoti) e persone costrette a rivolgersi a loro per ricevere aiuto, pagando per questo. Il mondo è ben organizzato e logico, e non c’è nulla da cambiare.
Questa visione del mondo è semplice e comoda. Non stupisce che molte culture tradizionali, ancora oggi, conservino tratti di “taurinità”: in primo luogo, India e Cina, benché si parli, ovviamente, non di tutto il paese nel suo complesso, ma solo di alcuni gruppi confessionali o etnici. In secondo luogo, alcuni popoli africani — i beninesi, gli ashanti — e molti altri. Tuttavia, la maggior parte delle culture ha superato questa fase ed è passata all’era dell’Ariete, che segnò una nuova fase nello sviluppo della coscienza umana, sia collettiva che individuale.
Fatte le debite considerazioni, si può affermare che la cronologia da noi scelta permette di ordinare molti aspetti della storia umana che non possono essere sistematizzati attraverso altri calendari o cronologie. Tuttavia, la cronologia precessionale non è l’unico metodo di suddivisione esoterica della storia. Esistono suddivisioni più ampie e più piccole, ad esempio i cicli di cinquecento anni, con i quali dovremo ancora confrontarci. La cronologia precessionale consente di analizzare in modo più o meno preciso un periodo di diecimila anni a partire da oggi, in una direzione o nell’altra, ma per il nostro caso attuale non ci serve altro.
Ere antiche
Un’ulteriore conferma dell’efficacia della cronologia precessionale può essere fornita dall’antica tradizione di associare agli archetipi planetari determinati metalli o, più in generale, elementi della tavola periodica di Mendeleev. Come è noto, il metallo di Venere — e quindi del Toro — è il rame. Il IV millennio a.C. segna l’inizio dell’età del rame e del bronzo. Il metallo di Marte — e quindi dell’Ariete — è il ferro: l’inizio dell’era dell’Ariete (II millennio a.C.) coincide con l’inizio dell’età del ferro.
Secondo questa logica, l’era precedente, dei Gemelli, governata da Mercurio (VI-V millennio a.C.), dovrebbe corrispondere al mercurio. Tuttavia, dal mercurio non si possono creare né ornamenti né armi. Come risolvere la questione? La risposta ce la offre l’alchimia: “il mercurio è la madre della pietra”, credevano gli antichi. “Il padre” della pietra, tra l’altro, era lo zolfo. E cosa si ottiene unendo mercurio e zolfo? Il cinabro, un minerale di colore rosso, una tintura rossa molto utile per dipingere sulle pareti delle caverne e per applicare sul viso e sul petto come “colorazione di guerra”, e in seguito una delle sostanze magiche più importanti negli esperimenti alchemici.
L’era dei Gemelli corrisponde alla fine dell’età della pietra, al sistema tribale, al culto degli antenati e degli spiriti della natura: delle montagne, dell’acqua, della foresta. In questo periodo predominava il pensiero logico: gli uomini cercavano di comprendere le cause degli eventi attraverso il ragionamento. Naturalmente, avvertivano la presenza del mondo invisibile, ma le loro conoscenze erano troppo limitate. Pertanto, nascevano miti cosmogonici minori (locali), diversi per ogni tribù, seppur con una struttura simile.
Una simile mitologia è descritta da Daniel Defoe nel dialogo tra Robinson Crusoe e Venerdì. Robinson chiese a Venerdì: “Chi ha creato il mare e la terra su cui camminiamo, chi ha creato le montagne e le foreste?”. Lui rispose: “Un vecchio di nome Benamuckee, che vive molto in alto, molto in alto”. Non riuscì a dirmi altro su questa figura importante, se non che è molto vecchio, molto più vecchio del mare e della terra, più vecchio della luna e delle stelle”.
Il nostro ambito giudeo-cristiano non ha conservato miti simili, ma essi sopravvivono ancora in culture in via di estinzione, perdute ai margini delle moderne civiltà tecnologiche, dagli aborigeni australiani fino alla tribù degli yanomami, recentemente scoperta da Vitalij Sundakov nelle profondità dell’Amazzonia (cfr., ad esempio, “Komsomol’skaja Pravda”, edizione del sabato del 22 luglio 1994).
Questi miti, di norma, includono un unico Dio Creatore — pensiamo al “Signore della Vita” di Hiawatha o al “Creatore della Vita” di Kjangnik, secondo le leggende degli eschimesi asiatici — ma non si tratta di monoteismo nel senso successivo del termine, bensì di una concezione più primitiva e personificata dell’origine di tutto ciò che esiste.
Le popolazioni delle “culture dei Gemelli” tracciano la propria genealogia direttamente da questo Dio Creatore o, nel caso peggiore, dagli animali da lui creati: il popolo del Roditore, il popolo del Cigno… Non esistevano sacerdoti, ma sciamani, la cui funzione era limitata, poiché chiunque poteva entrare in contatto con il mondo invisibile. (Lo sciamanesimo, come si vede, è un fenomeno molto antico.) Ogni cacciatore poteva tracciare sulla corteccia o sulla parete della caverna un’immagine di bisonte con il cinabro e chiedere che diventasse preda. Ognuno poteva disegnare l’immagine di un nemico e trafiggerla con una freccia, oppure modellare con l’argilla la figura della ragazza amata e spalmarla di grasso per attirarne l’affetto. Era naturale. Si può dire che in quei tempi non esisteva un “esoterismo” come dottrina per un’élite ristretta: in pratica, tutti erano esoterici, e lo sciamano era “eletto” solo nel senso che veniva scelto per ricoprire la carica ufficiale di esecutore dei rituali, venendo così esonerato da altre attività. In realtà, la storia delle dottrine esoteriche non è poi così lunga.
Nel periodo dell’era del Toro, questa “autogestione” era già vietata, e per apprendere come si svolgono rituali magici complessi non restava che rivolgersi ai sacerdoti, che si riservavano questo privilegio.
Le ere ancora più antiche, quella del Cancro e quella del Leone, si collegano bene all’idea dell’Età dell’Argento e dell’Età dell’Oro, poiché il metallo del Cancro è l’argento e quello del Leone è l’oro. Tuttavia, non bisogna prenderlo alla lettera: gli uomini dei secoli X-VI a.C. non mangiavano su piatti d’oro o d’argento, e la loro vita non era affatto spensierata come la immaginavano molto più tardi gli antichi greci. Leone e Cancro indicano, in questo caso, solo il tipo dominante di autocoscienza — “l’identità”, come amano dire in Occidente. Il Cancro rappresenta la formazione della famiglia, per quanto poligama, la creazione del proprio “nido” e l’acquisizione di antenati, mentre il Leone simboleggia l’affermazione del diritto del più forte, il diritto di scegliere il partner, che va sostenuto in un duello con un altro pretendente.
È possibile, inoltre, che il Cancro, come simbolo del principio femminile e del matriarcato, abbia generato l’immagine della Signora degli Animali, giunta fino a noi sotto forma di Potnia Theron nei miti micenei delle isole greche (era del Toro). Come spesso accade, i tratti ereditari si trasmettono attraverso le generazioni, dai nonni ai nipoti, così un segno “femminile” (Toro, IV-II millennio a.C.) potrebbe aver resuscitato il mito di un altro segno “femminile” (Cancro, VIII-VI a.C.).
Le concezioni esoteriche in queste epoche erano ancora più primitive: il Cancro, un altro segno femminile, non indicava solo il matriarcato, ma anche il politeismo — ogni pietra, ogni passo e ogni azione aveva il suo spirito, che non si poteva controllare, ma solo placare; il Leone, segno maschile, non indicava tanto il patriarcato, o meglio, l’assenza di legami familiari stabili, la convivenza di individui isolati, quanto la completa identificazione con le forze del mondo invisibile: l’uomo è mortale e immortale al tempo stesso. Egli invoca il nome di una divinità o spirito immortale e, credendo di aver ricevuto da esso la sua forza, compie imprese che nel suo “stato mortale” ritiene impossibili.
Ai nostri giorni, culture di questo tipo sono quasi scomparse. Di quelle che restano parleremo, se ci sarà tempo. Nel prossimo incontro, invece, dovremo passare all’era dell’Ariete.
Antico Egitto
Se abbiamo tempo, possiamo ancora parlare un po’ dell’Antico Egitto, perché poi non ci torneremo più.
La storia dell’Antico Egitto, come già detto, si inquadra piuttosto bene nell’era del Toro. Verso la metà del IV millennio a.C. si formarono i regni del Nord e del Sud. All’inizio del III millennio a.C. iniziò la costruzione delle piramidi. Le piramidi e i templi sono considerati la testimonianza più importante del livello elevato delle conoscenze degli egiziani.
Sulle piramidi esistono numerose teorie. All’inizio del nostro secolo lo studioso tedesco Nettling rilevò una corrispondenza tra alcune dimensioni della piramide di Cheope e le distanze nel sistema solare. Su questa base ipotizzò che gli egiziani conoscessero anche i pianeti transaturniani, cioè Urano, Nettuno e Plutone, scoperti solo negli ultimi duecento anni. Non solo: secondo lui, la piramide prevedeva anche l’esistenza di un altro pianeta tra le orbite di Saturno e Urano. Nel 1977, già dopo la morte di Nettling, proprio lì fu scoperto l’asteroide Chirone — un vero pianeta, solo molto piccolo. Nettling avanzò anche altre ipotesi astronomiche simili, ma finora non hanno trovato conferma.
Ai giorni nostri, con le dimensioni delle piramidi, in particolare della piramide di Cheope, si lavora attivamente in diversi paesi. Vengono realizzati piccoli modelli di piramidi in legno, metallo e altri materiali, spesso aperti (struttura reticolare) piuttosto che chiusi. Se vi si pongono delle piante, queste crescono più in fretta, le lamette si affilano e una persona, seduta all’interno della piramide, acquisisce capacità paranormali. (Per approfondire le piramidi si possono consultare, ad esempio, i libri di Katalin e Cellar: Architettura del paese dei faraoni, Mosca, “Budvydav”, 1990; e Toth, Max; Nielsen, Greg: Pyramid Power, Freiburg, 1988.)
A questa realtà c’è una spiegazione: alla base della forma della piramide ci sono il quadrato e il triangolo, il quattro e il tre — due simboli che rappresentano due principi opposti, come lo yang e lo yin. La somma di tre e quattro dà sette. Ogni cosmogonia antica è quadripartita in orizzontale (nord, est, sud, ovest) e tripartita in verticale (cielo, terra, mondo sotterraneo). E se si considera che le piramidi erano dedicate al culto del Sole, diventa chiaro che, volenti o nolenti i loro costruttori, in esse vennero fissate le principali regolarità proprie del nostro sistema solare…
Spiego meglio. I numeri da uno a dieci sono semplici, corrispondono ai pianeti. Il tre è formato dai tre pianeti più vicini al Sole: Mercurio, Venere, Terra (o, secondo l’ipotesi di Nettling, Mercurio, Venere e un pianeta ipotetico prima di Mercurio). Il quattro è formato dai quattro pianeti noti agli antichi: Luna, Marte, Giove, Saturno. La Luna non è solo un satellite della Terra, nelle teorie esoteriche le viene attribuito un ruolo molto importante, quindi merita a pieno titolo il rango di pianeta. Un altro gruppo di tre (i pianeti transaturniani) completa il sette fino a dieci. Oggi si ritiene che gli antichi, pur non potendo osservare i pianeti transaturniani, ne prevedessero l’esistenza. E il dieci è il simbolo del sistema solare. Questo è un numero di ordine superiore. Di conseguenza, le centinaia e le migliaia sono simboli di stelle, galassie, metagalassie e così via.
Avvicinandoci in modo oggettivo alla storia, è difficile supporre che gli egiziani conoscessero davvero, come noi, tutte queste complesse interrelazioni. Tuttavia, essi osservavano e ricordavano. Non inventavano nulla, ma semplicemente registravano le regolarità del mondo che li circondava. Non c’è da stupirsi se le annotazioni degli egiziani si rivelarono corrette: il nostro mondo è unico sia nel macrocosmo che nel microcosmo. Questo è ciò che affermava Ermete Trismegisto, geniale studioso vissuto tremila anni prima della nostra era a Ermopoli (la stessa parola, tra l’altro, significa “otto” — cfr. ebr. “shmune”, cioè quattro coppie dei primi dèi, maschili e femminili). Il sistema decimale non nacque perché l’uomo ha dieci dita, ma perché il sistema solare stesso è decimale. Non potevano costruire le loro piramidi diversamente: tutto ciò che l’uomo crea, inevitabilmente si basa sulle leggi generali dell’Universo.
Het Monster. Storia degli insegnamenti esoterici. Lezione 3. L’era dell’Ariete
L’era dell’Ariete iniziò con un’altra grande migrazione dei popoli.
In generale, le migrazioni dei popoli hanno chiaramente favorito il progresso della coscienza umana, cioè l’eliminazione dei residui della coscienza delle ere passate e lo sviluppo di nuove consapevolezze. Laddove questo movimento non c’era, le caratteristiche del passato potevano persistere per millenni. Il passaggio da un’era all’altra, come già detto, dura diversi secoli, inoltre le varie tribù intrapresero il viaggio in tempi diversi; pertanto, per noi è importante non tanto la datazione precisa, quanto il quadro generale.
Perché, tra l’altro, si spostavano?
Per lungo tempo nella scienza occidentale, e soprattutto in quella sovietico-marxista (Engels F., Anti-Dühring), prevalse l’idea che: 1) i popoli “selvaggi” esaurivano tutte le risorse offerte dal territorio di origine e partivano alla ricerca di nuovi luoghi di sostentamento; 2) gli abitanti delle regioni climaticamente sfavorevoli (che lo divennero, ad esempio, a causa delle glaciazioni) cercavano terre più calde.
Senza ricorrere ora ad Arnold Toynbee, Mircea Eliade e ad altri meta-storici, ricordiamo Boris Fëdorovič Poršnev, uno dei primi (già ai tempi sovietici) a osare avanzare un’altra ipotesi: dalle vecchie terre partivano i giovani, che non sopportavano più il dominio degli anziani, la loro cieca fedeltà alle tradizioni e le richieste di obbedienza da parte dei più giovani (il conflitto “padri e figli” è in realtà eterno). — Cfr. Poršnev B.F., Sul principio della storia umana (Problemi di paleopsicologia, Mosca, “Dumka”, 1974).
Il fatto è che, una volta giunti in un nuovo luogo, i giovani creavano le proprie tradizioni, poi diventavano vecchi e tutto ricominciava da capo…
Quindi, nei primi secoli del II millennio a.C., gli indoarii invasero l’India e l’Iran dal nord.
Gli indoarii erano di pelle chiara (“la prima sottorazza della quinta razza”, come dicono i teosofi). Scacciarono verso sud i dravidici di pelle scura che vi abitavano (resti della quarta razza) e iniziarono a creare la cultura indiana.
Dalla Mesopotamia verso la Palestina si mossero gli hamiti-canaaniti (fenici), portando con sé l’abitudine al commercio e l’alfabeto fenicio (una versione modificata dell’accadico).
Venivano chiamati hamiti perché, secondo la tradizione, i tre figli di Noè biblico — Sem, Cam e Jafet — sono considerati capostipiti di popoli e persino di interi gruppi etnici. Sem divenne il progenitore dei semiti, cioè degli ebrei e degli arabi, nonché di altri popoli; Cam diede origine agli hamiti, cioè ai popoli meridionali, principalmente di pelle scura (etiopi, fenici) — le loro lingue, pur essendo imparentate con quelle semitiche, se ne discostano già notevolmente. Infine, i popoli iafetici, discendenti di Jafet, che vivevano sulle coste del Mar Nero e nel Caucaso (armeni, georgiani e molti altri popoli minori).
Di loro e delle loro lingue scrisse Nikolaj Jakovlevič Marr (1864-1934), figlio di uno scozzese e di una georgiana, grande linguista russo, autore di una straordinaria teoria della semantica sistemica (origine di tutte le parole da quattro radici primitive: sal – ber – jom – roš). Non riuscì a formulare appieno la sua teoria, che venne esposta dai suoi allievi e molto dispiacque a Stalin: “questo… è come leggere le sorti nel fondo di una tazzina di caffè” (I. Stalin, Il marxismo e i problemi di linguistica, p. 33).
Quindi, se mai vi capiterà di trovare in biblioteca voluminosi tomi bianchi con la copertina dorata delle opere di N.Ja. Marr, non fatevi sfuggire l’occasione di leggerne almeno un brano: troverete molte cose interessanti.
Da Ur di Sumeria, con tutta la sua stirpe, si mise in viaggio Abramo, figlio di Terach, alla ricerca di fortuna in Canaan (Fenicia) — ebbe inizio la storia degli ebrei. Non a caso il nome “Av-Ra’am” significa “Padre del popolo”. Dall’Arabia verso la Siria e la Mesopotamia si diressero le tribù nomadi di altri semiti.
Tuttavia, gli ebrei rimasero a lungo un popolo nomade primitivo. Non si stabilirono immediatamente in Palestina, ma vagarono anche in Egitto, poi tornarono indietro, e Abramo con sua moglie Sara e suo fratello Nachor vennero a lungo considerati dèi antenati, il cui culto sopravvisse quasi fino alla prigionia assira (VII secolo a.C.).
In Grecia, ancora una volta dal nord, invasero le tribù degli achei — ebbe inizio la storia degli antichi greci.
Gli achei scacciarono le popolazioni che vi abitavano — i driopi, i cari, i pelasgi (filistei) — prima verso le isole del Mediterraneo, poi in Africa, Asia Minore e Palestina. Da qui il nome “filistei” — abitanti della Palestina.
Secondo alcune ipotesi, in questo stesso periodo si verifica un’ulteriore ondata di popolamento dell’America Meridionale: sul territorio di Messico, Colombia e Perù irrompono gli Olmechi o altre tribù a noi sconosciute, che modificarono la proto-civilizzazione agricola.
Alcuni egizi non si spostarono affatto (il che, probabilmente, ne ritardò a lungo la permanenza nell’era del Toro). In questo periodo l’Egitto si unifica sotto il dominio di Tebe — anch’essa città delle Cento Porte, anche se non d’oro. Questo nome fu loro attribuito dai greci, per distinguerla dalle loro Tebe beotiche, che chiamavano “dalle Sette Porte”. Tuttavia, gli egizi non rimasero inerti: intrapresero campagne militari e conquistarono i paesi limitrofi — la Nubia, la Siria, la stessa Palestina — o vennero a loro volta conquistati (gli Hyksos, poi i persiani, poi Alessandro Magno).
Tuttavia, questo “scambio” verso la fine dell’era dell’Ariete produsse risultati importanti: elementi della cultura egizia, e soprattutto della sua esoterica — cioè la visione del mondo visibile e invisibile — si trasmisero a molti dei loro vicini, dagli Ashanti a sud-ovest fino alle tribù indiane a nord-est, come avremo modo di vedere. Gli egizi stessi, come si addice ai nativi del Toro, quasi non recepirono nulla di tutto ciò, come dimostra l’esempio del faraone Akhenaton.
Intorno al 1500 a.C., quando Mosè condusse gli ebrei fuori dall’Egitto, salì al trono il faraone Amenhotep IV, che assunse il nome di Akhenaton e cercò di introdurre il culto dell’unico dio solare — Aton. Con la sua morte, anche questo culto “monoteistico” ebbe fine: gli egizi non si spostarono, rimanendo nell’epoca del Toro, e il culto del “Signore” non attecchì. Tuttavia, gli ebrei, lasciando l’Egitto, portarono con sé questa idea, e già nel X secolo a.C. apparve il primo regno unificato di Israele e Giudea (Suleyman ibn Daud, pace con entrambi — la dinastia dei Salomoni). Una recidiva della “coscienza taurina” si manifestò negli ebrei quando Mosè sul monte Sinai parlò con Dio per ricevere da lui le tavole dell’unicità divina, mentre i suoi compagni costruirono un vitello d’oro per adorarlo.
Yahweh aveva una moglie, chiamata Anat, protettrice della città di Hebron, i cui atti di valore come condottiera erano descritti nel “Libro delle guerre di Yahweh”, andato perduto; c’era poi il dio della guerra Lacham e la dea della morte Mot, il dio solare Shamash e molti altri.
Ma lo stato “ariete” degli ebrei si rivelò fragile. L’archetipo principale degli ebrei, Pesci (più precisamente, il quinconce Pesci-Scorpione), è scarsamente compatibile con i principi dell’Ariete, e anche Yahweh è un dio saturnino, quindi ha un rapporto molto indiretto con l’Ariete. L’idea degli ebrei raggiunse il suo vero splendore solo nell’era dei Pesci, cioè praticamente nel nostro tempo. Ma inizialmente questa idea era antistatale, quindi la diaspora (Galut) è una legge di natura, non una punizione divina. E la diaspora iniziò molto prima della distruzione del Tempio da parte dell’imperatore Tito (9 o 70 d.C.).
Verso la metà del II millennio a.C., questa transizione si era ormai conclusa. Intorno al 1400 a.C., il capo cinese Pan Geng condusse la sua tribù lungo il fiume Huanghe, dove fondò la “grande città di Shang”, che diede il nome alla dinastia e all’epoca della storia cinese (Avdiev V.I., Storia dell’Oriente Antico, Mosca, “Scuola Superiore”, 1969).
Praticamente ovunque sorsero nuovi regni, che subito iniziarono a combattersi tra loro. L’elemento dell’Ariete è il fuoco, divoratore e consumatore di tutto: Shiva gettò il suo seme fecondo nel fuoco di Agni e nacque il dio della guerra Skanda, noto anche come Karttikeya, Mangala e Kujā. Iniziò un lungo periodo di conquiste e formazione di grandi regni, “imperi”: non a caso nei Tarocchi l’archetipo dell’Ariete è associato al IV arcano, l’onnipotente “Imperatore” o “Signore”.
L’Ariete è considerato la “casa” di Marte. Si tratta innanzitutto di un principio maschile, fecondante. Nei miti cosmogonici compare il motivo della fecondazione o dell’autofecondazione (il famoso lingam di Shiva, Atum egizio “che si fecondò da solo”, casi di automutilazione tra gli antichi dei e titani greci, e infine il giuramento “posando la mano sotto la coscia” presso i popoli semitici e altri).
La coscia (ebr. yarech: “parte superiore della gamba”) è, ovviamente, una versione successiva. Cfr. i commenti di N.M. Nikol’skij e di p. P. Florenskij. In generale, tutti i passaggi della Bibbia che parlano degli organi sessuali sono stati accuratamente emendati, anche se è possibile capirli. Si giurava proprio sulle parti sessuali, posando la mano destra su di esse. Non a caso, in seguito i romani chiamavano queste parti verenda, dal termine vere — “vero”.
Lo stesso Ariete, cioè il capro o il montone, antico simbolo dell’elemento fuoco, era simbolo di sacrificio espiatorio e purificatore. Da qui il “capro espiatorio” degli antichi ebrei — un caprone nero su cui venivano addossati tutti i peccati del popolo, dopo di che veniva scacciato nel deserto e consacrato al demone Azazel. E innumerevoli divinità cornute, caprine e simili: il Capro-Pesce Ea, dio della saggezza dei babilonesi, il vello d’oro dei greci e così via.
Marte guerriero sostituì Marte agricoltore, poiché il metallo di Marte è il ferro. Già intorno al 1500 a.C. la maggior parte dei popoli utilizzava il ferro. Gli dei maschili della fertilità dell’era del Toro non ebbero più una vita tranquilla. Al posto del fallo, iniziarono a brandire la lancia. Il dio maschile (yang) della fertilità si trasformò in dio della guerra, “incarnazione di una ferocia bellicosa, fonte di rovina, distruzione e spargimento di sangue” (Leggende e racconti della Grecia Antica e della Roma Antica, a cura di A.A. Neuhardt, Mosca, “Pravda”, 1987). Purtroppo, questo aggiunse al concetto di uomo, inizialmente puro simbolo della forza yang, i concetti di violenza e guerra, che per lungo tempo determinarono la coscienza e l’autocoscienza dell’individuo e della società.
Un esempio classico è Ares greco, cioè Marte romano (Mavor). Inizialmente dio della fertilità e della forza maschile, nell’età del ferro divenne una divinità crudele che esigeva sangue. Prima dell’inizio della guerra, soprattutto contro un nemico superiore, si offrivano sacrifici al dio della guerra, spesso umani.
Il poeta tedesco Ludwig Uhland compose la poesia Ver Sacrum, “Primavera sacra” (scritta, tra l’altro, esattamente 165 anni fa, nel novembre 1829):
Tutto ciò che finora abbiamo custodito nel nostro granaio,
lo sacrificheremo al fuoco sacro:
non si vedranno più gioghi per i vitelli, agnelli tosati,
e cavalli sellati non usciranno più!
Uhland descrive la nota leggenda romana secondo cui gli abitanti di Lavinio, assediati dagli etruschi, decisero di sacrificare al dio Marte i giovani e le fanciulle più valorosi; li salvò solo un miracolo: la lancia conficcata nel terreno prese fuoco e il sacrificio fu rinviato (purtroppo non annullato. Cfr. Uhland L., Poesie, Mosca, “Letteratura artistica”, 1988).
Ma la cosa peggiore non era nemmeno questa. Marte in Ariete, “nella sua casa”, non significa solo aggressività e un egoismo senza limiti, ma anche perfidia, inganno e viltà. Chi ti ostacola va ucciso, se è più debole. Se è più forte, bisogna ingannarlo per non farti uccidere.
Per non andare troppo lontano con gli esempi, ricordiamo “il padre dei popoli” Abramo, che per due volte spacciò la moglie Sara per sua sorella, sperando che il re straniero “la prendesse” e fosse benevolo nei suoi confronti (Genesi 12:13, 20:2), o la storia di Giuditta, che uccise il dormiente Oloferne. Per non parlare poi del “re giusto” Davide, che in gioventù si dedicò al brigantaggio e non disdegnò alcun mezzo per rafforzare il suo regno (Libri dei Re 1, 2).
Di esempi del genere se ne potrebbero citare a iosa, e non solo dalla Bibbia. Gli dei indiani, greci, cinesi mostrano autentici prodigi di astuzia e perfidia.
Questa logica primitiva prese il sopravvento nella coscienza umana al punto che, verso la fine dell’era dell’Ariete (sotto l’influenza dell’era dei Pesci), in tutti i libri sacri e nelle leggi comparve il comandamento “Non uccidere”. E anche altri comandamenti volti a porre fine agli eccessi dell’archetipo di Marte: “non rubare”, “non mentire”, “non commettere adulterio” … (i dieci comandamenti della Bibbia, i cinque comandamenti dello yoga e del buddismo, i tabù delle proto-civilizzazioni africane e americane, ecc.). “Chi commette violenza deve essere considerato un criminale peggiore di un ubriacone, un ladro e uno che picchia con un bastone” (Leggi di Manu, cap. VIII, trad. S.D. El’manovich, Mosca, 1992).
Un’altra conseguenza del carattere marziano dell’era dell’Ariete fu la nascita dell’idea di tempo lineare o “assiale”, come lo chiamano alcuni studiosi moderni. La rotondità e la ciclicità dell’archetipo venusiano, che presuppone un eterno alternarsi di fasi spazio-temporali, viene sostituita dalla linearità, dalla progressione dell’archetipo marziano: il complesso delle idee cosmogoniche si arricchisce dell’idea di una fine dell’Universo e di una catena di reincarnazioni umane, del pericolo per il macrocosmo e il microcosmo. Lo sviluppo logico di questa idea porta al “fine del mondo” o al Giudizio Universale.
Il Giudizio Universale significa la fine dell’evoluzione cosmica dell’umanità o il suo passaggio a uno stato puramente spirituale. Nell’esoterismo indiano (venusiano) si tratta dell’assorbimento della materia da parte del principio spirituale, la fine di “un giorno di Brahma”; in quello persiano (marziano) della vittoria di Ormuzd su Arimane, del bene sul male. Nelle tre religioni mondiali (ebraismo, cristianesimo, islam) si tratta della definitiva sconfitta del male-diavolo, della punizione dei peccatori e della ricompensa dei fedeli, della costruzione della Città di Dio.
“Quest’ultima possiamo considerarla come una sublimazione morale-psicologica del disagio spirituale di un individuo che non accetta più come scontato l’ordine mondiale, ma è impotente a cambiarlo”, scrive Ju.V. Pavlenko dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina. (Pavlenko Ju.V. L’aspetto temporale del problema della Liberazione-Salvezza nelle culture del “tempo assiale”, in: Spazio e tempo nelle culture arcaiche, atti del convegno, Mosca, 1992).
Così nasce l’idea della Salvezza. Pavlenko e altri studiosi la collocano a metà dell’era dell’Ariete (circa 1000 a.C.), ma la sua manifestazione definitiva si ha chiaramente solo nell’epoca di Ciro ed Esdra (VI-V secolo a.C.).
Dal punto di vista esoterico, la Salvezza è la purificazione dalla corruzione accumulata, cioè il ripristino dell’equilibrio, individuale o mondiale. In base a ciò, l’idea della Salvezza si divide in due modelli – per citare ancora Pavlenko: “Il primo, particolarmente caratteristico dell’India ma diffuso anche in Grecia e in Cina, può essere definito come Liberazione individuale al di fuori del continuum spazio-temporale attraverso la fusione con il principio primo universale (Brahma, Tao, ecc.). Il secondo, rappresentato nell’ideologia zoroastriana e veterotestamentaria ma in parte affine anche al confucianesimo, si configura come salvezza collettiva alla fine dei tempi, in un punto centrale dello spazio”.
Pertanto, la speranza di un cambiamento automatico delle fasi di sviluppo del cosmo e dell’individuo cede il posto alla speranza di essere annoverati tra gli eletti grazie all’appartenenza a una comunità o al proprio sforzo individuale, il che favorisce anche la formazione e la consolidazione delle future religioni mondiali.
Allo stesso tempo, anche i numerosi pantheon locali si organizzano infine in gerarchie ordinate, con a capo una divinità vincitrice delle altre. Come giustamente osservò F. Engels (in una lettera a K. Marx del 18 ottobre 1846): “un unico Dio non avrebbe mai potuto apparire senza un unico re”.
Sotto l’influenza dell’Ariete avviene anche la trasformazione dell’archetipo del Sole (l’Ariete è il segno di esaltazione del Sole): da giudice (si confronti il babilonese Shamash come protettore dei contratti, l’epoca ebraica dei Giudici, shofetim, Apollo come arbitro nelle gare, ecc.) si trasforma in re e conquistatore. Il mithraismo diventa la religione dei soldati.
Presso i greci, dopo la caduta di Troia (1200 a.C.), Zeus, uno degli dèi più giovani e protettore degli achei, diventa il principale dio dell’Olimpo.
Gli antichi dèi del periodo del Toro, i Titani e i diretti antenati degli Olimpi, Crono e Urano (“il vecchio e il mare”), si trasformano in nemici, e la vittoria su di loro diventa un atto benefico. I Titani e i Centauri erano divinità legate alla natura, mentre Crono (che non è Saturno, ma Chronos, dio del Tempo) e Urano, come dio delle acque celesti, hanno un’origine ancora più antica: basta pensare allo zoroastriano Zurvan e all’indoario Varuna, che, secondo Mary Boyce, corrisponde al persiano Apam Napat, dio delle acque terrestri e celesti.
L’archetipo moderno di Saturno racchiude in sé entrambe queste sfaccettature: è sia uno stratega-comandante, sia il simbolo del tempo e della morte fisica. Come stratega, può essere identificato con Jahvè, la cui figura fu poi trasmessa al Dio-Creatore Sabaoth (il cui nome, tra l’altro, in ebraico Tzevaot significa “forze armate”). Come dio del tempo, è innanzitutto Zurvan, simbolo del tempo eterno e infinito che sta al di sopra del bene e del male, poiché è padre del dio del bene Ormuzd (Ahura Mazda) e del dio del male Arimane (Angra Mainyu). E, naturalmente, la nostra immagine familiare della vecchia (o vecchio) con la falce, simbolo della morte. Ma si tratta pur sempre della morte fisica, non spirituale: non a caso nella maggior parte delle culture si distingue tra “prima” (fisica) e “seconda” (spirituale o definitiva) morte.
L’archetipo moderno di Urano differisce notevolmente da tutto ciò che gli era associato nell’antichità. Il fatto è che le immagini degli dèi antichi, come abbiamo già ricordato, ricevevano la loro interpretazione dalle caratteristiche del moto dei pianeti, ma gli antichi conoscevano solo i pianeti fino a Saturno; Urano fu scoperto nel 1781, Nettuno nel 1846 e Plutone solo nel 1930. Pertanto, questi pianeti transaturniani, come vengono chiamati, ricevettero i nomi di dèi, e non viceversa. Tuttavia, ben presto si comprese che gli archetipi antichi corrispondevano solo in parte alla situazione moderna, e da allora è iniziato un processo di integrazione e aggiornamento che continua ancora oggi.
Basti dire che l’archetipo uraniano moderno è l’Acquario, cioè la Russia (e, ad esempio, anche la Finlandia e la Lituania). Questo significa, innanzitutto, un’irrefrenabile sete di libertà che si traduce nel rifiuto di qualsiasi dovere e obbligo. Ma significa anche una mente non convenzionale, non vincolata da schemi, che genera continuamente nuove ipotesi, piani e idee.
Pertanto, la tendenza alla centralizzazione dello Stato portò anche alla “centralizzazione” del culto e della visione del mondo. La Terra occupa una posizione salda al centro dell’Universo. Al centro della Terra si trova una montagna sacra (l’Olimpo per i greci, il Meru per gli indiani, il monte Tabor per gli ebrei), dove dimorano gli dèi. L’idea di un eterno alternarsi dei cicli dell’essere nella maggior parte delle culture viene sostituita o integrata dall’idea della Salvezza.
In questo periodo (a partire circa dal XIII secolo a.C.) nascono gli epos (racconti protobiblici, Gilgamesh, i Veda, lo Yi Jing), compaiono le prime raccolte di leggi (Hammurabi) – inizialmente tramandate oralmente e poi come scritti, molto imperfetti. Solo verso la fine dell’era dell’Ariete, o più precisamente circa 500 anni prima dell’inizio della nostra era, questi scritti trovano finalmente una forma definitiva e giungono fino a noi.
Nascono così le “fonti primarie” della letteratura religiosa e mitologica storica. Dopo alcuni secoli, l’imperfezione e poi la perdita di parte degli scritti porteranno al loro rinnovamento e, spesso, alla loro riscrittura completa. Tuttavia, i libri riscritti o composti ex novo vengono ogni volta presentati come “originali”, e per conferire loro maggiore autorevolezza viene attribuita la paternità a questo o quel profeta, divenuto nel frattempo una figura leggendaria.
Così Mosè, Zoroastro, Buddha e Confucio diventano gli autori delle loro dottrine. Non a caso tutti loro, secondo le leggende, appartengono alla stessa epoca. La storia viene scritta in modo retrospettivo.
Vi ricordate di Bulgakov? “Cammina, cammina dietro di me un uomo con un pergamena di capra e scrive sempre”, dice Ieshua. “Una volta ho dato un’occhiata ai suoi appunti… Non c’è nulla di ciò che vi è scritto che io abbia detto”.
Esistevano davvero Mosè, Zoroastro e Buddha? Probabilmente sì, anche se per noi questo non è più l’aspetto principale. “E il bambino trovato tra i giunchi, cioè Mosè, fosse davvero lui, è una domanda che oggi non ha più senso. Tanto più che, se si parla di religione, porla è addirittura sconveniente. Da un punto di vista ecumenico, cioè filosofico, poi, non è importante: Mosè e gli altri sono da tempo diventati simboli non di una sola, ma di molte dottrine che fanno risalire la loro storia a loro.
Attraverso Mosè, che fosse o non fosse negro o forse fosse solo una reminiscenza rivolta allo stesso Echnatòn, fu retrospettivamente edificata la legge ebraica (Torah). Era un anello necessario, scoperto durante l’esilio babilonese: a Babilonia nessuno (!) aveva mai sentito parlare di Mosè e delle sue leggi. Fu allora che Esdra, la cui influenza nella storia dell’Antico Testamento è addirittura maggiore di quella di Mosè, riportò quest’ultimo in vita, quasi cancellando la sua scomparsa storica.
Di Zoroastro se ne contano addirittura tre: il primo è il nipote di Noè, figlio di Cam (al confine tra l’era dei Gemelli e quella del Toro), il secondo è contemporaneo di Mosè (culmine dell’era dell’Ariete), il terzo è contemporaneo di Esdra (VI–V secolo a.C.). Chi di loro sia stato una figura storica e in quale misura è difficile da stabilire. La studiosa britannica Mary Boyce ipotizza che Zoroastro storico fosse un contemporaneo più giovane di Mosè, vissuto tra il 1500 e il 1200 a.C. (Zoroastrians. Their Beliefs and Practices, Mosca, “Nauka”, 1988), il che è confermato dal tipo di pensiero rappresentato negli strati più antichi dell’Avesta, anche se la sua redazione canonica non risale a un’epoca anteriore a quella di Esdra.
Gli storici dubitano meno dell’esistenza del principe Śākyamuni, noto anche come Gautama Buddha, mentre la realtà storica di Confucio non sembra suscitare dubbi in nessuno, sebbene la personalità del suo contemporaneo Lao-Tzu continui a essere oggetto di controversie.
Proprio l’imperfezione degli antichi testi li rese in seguito la fonte più ricca di dottrine esoteriche. In questi insegnamenti, infatti, ciò che conta è l’interpretazione, e interpretare testi lacunosi, più volte rielaborati, che contengono inoltre un gran numero di parole dimenticate o il cui significato è mutato nel tempo, offre ampi margini di manovra.
Non a caso il grande esoterista e filosofo del nostro tempo, Pëtr Dem’janovič Uspenskij, riuscì a interpretare il Vangelo in modo tale che il lettore non avesse più dubbi: Gesù non era una divinità né un religioso, ma un maestro esoterico alla stregua di Apollonio di Tiana o dello stesso Buddha (Un nuovo modello dell’universo, San Pietroburgo, 1993, cap. 4).
È proprio durante l’era dell’Ariete, soprattutto nella sua seconda metà, che emergono figure dotate di “poteri soprannaturali”, vale a dire coloro che entrano in contatto diretto con Dio sotto forma di rivelazione, usando il termine degli antichi, o semplicemente si dedicano a riflettere sulle leggi del mondo e dell’uomo, se affrontato dal punto di vista della filosofia esoterica. Costoro possono essere suddivisi in tre categorie: 1) re e sommi sacerdoti, che per definizione ne hanno il diritto; 2) profeti, che dopo alcuni secoli hanno ottenuto riconoscimento; e 3) maghi (falsi profeti), che dopo alcuni secoli hanno meritato condanna. Eppure, al tempo della loro azione, la differenza tra gli uni e gli altri è inesistente: i contemporanei non sono in grado di valutare chi, tra coloro che si proclamavano profeti, dicesse la verità.
A proposito di verità e di realtà. In russo questi non sono sinonimi, anche se oggi le due parole vengono spesso confuse. Se “istina” (verità) è ciò che esiste, “istinna” (realtà), allora “pravda” (giustizia) è la LEGGE (basti pensare alla “Russkaja Pravda”, il codice delle leggi della Rus’ di Kiev). Non a caso Ponzio Pilato non chiede a Gesù “che cos’è la pravda” (la legge la conosceva bene), ma “che cos’è l’istina”. Pertanto, il nome del giornale “Pravda” non significava affatto ciò che i suoi fondatori credevano quando scelsero quel titolo.
Sul concetto di verità in altre lingue esiste un ottimo, anche se breve, studio di P. Florenskij (Il pilastro e la base della verità, San Pietroburgo, 1915). Ad esempio, in ebraico “verità” (Emeth) deriva dalla radice AMAN, “essere saldo”, in senso figurato “fedele”, da cui “amen”; in greco, invece, è “alétheia”, negazione di “lēthos” (lathos), “errore”, quindi “senza errore”. Presso i romani, infine, si tratta innanzitutto di un termine giuridico (veritas), che indica un giudizio vero come opposto a quello falso (cfr. true e false nell’algebra booleana e nella logica informatica odierna), ma che affonda le radici nel verbo “vereri” – ricordate il giuramento antico.
Il titolo di profeta viene attribuito solo retrospettivamente, e solo a coloro la cui predicazione corrisponde allo spirito del tempo (in tedesco Zeitgeist) o almeno agli ordini del sovrano regnante. Tuttavia, anche gli scritti dei falsi profeti vengono conservati – peraltro spesso per caso – per poi diventare materia di riflessione per le numerose sette che sorgono due o tre secoli prima della nostra era (sette degli esseni, farisei, sadducei, cefaiani). Ma questi appartengono già all’era dei Pesci.
In questo periodo iniziano finalmente a svilupparsi discipline esoteriche separate, in particolare l’astrologia e la divinazione. Inizialmente non servivano ai bisogni individuali dell’uomo, ma erano, per così dire, uno degli strumenti della politica statale. Si compilano oroscopi per re e stati, si fondano nuove città in giorni scelti appositamente. In Cina, medici, astrologi e indovini erano al servizio dell’imperatore al pari di scribi e altri funzionari.
Nella seconda metà dell’era dell’Ariete (I millennio a.C.), Babilonia diventa il più grande centro di sviluppo del pensiero esoterico. Proprio qui si elaborano la matematica basata sui sistemi decimale, vigesimale e sesagesimale, i principi della numerologia. Qui fu redatto anche il primo oroscopo individuale noto (quello di un cortigiano, non di un re, nel 410 a.C.).
Nel VI secolo a.C., l’astrologia e la numerologia penetrano da Babilonia in Grecia. Pitagora fonda la sua scuola. Ha inizio la rielaborazione dei testi antichi: accanto al senso sacro, vi si inserisce anche un significato filosofico. Del resto, anche la filosofia nel senso moderno del termine inizia proprio in questo periodo (Socrate, Platone).
E, infine, gli ultimi tre secoli prima della nostra era segnano una vera e propria impennata del pensiero religioso, filosofico ed esoterico. Sta per iniziare l’era dei Pesci: l’elemento fuoco (Ariete) si combina con quello acqua, e si forma una coppia, una nebbia – nulla è visibile, il futuro appare agli uomini come oscuro, minaccioso, oltretutto intorno infuriano guerre e la fine del mondo sembra imminente e inevitabile.
Vengono alla luce opere di profondo contenuto filosofico: l’Ecclesiaste, il Siracide (Libro di Gesù figlio di Sirach), le allegoriche Proverbi e il Cantico dei Cantici, attribuiti a Salomone (III secolo a.C.); si sviluppa il genere della letteratura apocalittica (Apocalisse di Elia, di Adamo, di Esdra e, infine, l’Apocalisse di Giovanni – l’Apocalisse neotestamentaria), oltre a una letteratura puramente mistica: i libri di Enoc, le Sibille e così via. Het Monster. Storia delle dottrine esoteriche. Lezione 4. Cina e Tibet
L’Impero di Mezzo
Iniziamo dalla Cina, centro delle civiltà dell’Estremo Oriente, da cui molti risultati del pensiero umano si diffusero nei paesi limitrofi – Tibet e Mongolia, Corea, Giappone e Vietnam. È chiaro che non si tratta solo di carta, inchiostro, porcellana e spaghetti, ma soprattutto di idee e concezioni volte a spiegare la struttura del mondo circostante e il ruolo dell’uomo in esso.
Queste concezioni si formarono definitivamente, o meglio, vennero formulate alla fine dell’era dell’Ariete (VI–V secolo a.C.) e sono rimaste immutate nella loro essenza fino ai nostri giorni, costituendo la base delle tre principali correnti del pensiero religioso-filosofico cinese: taoismo, confucianesimo e buddismo. Anche l’arrivo dall’Occidente di nuove religioni (cristianesimo e islam in varie forme), iniziato nella seconda metà del I millennio d.C., e di nuove teorie filosofiche, comparse solo alla fine del XIX secolo, non ha aggiunto nulla di sostanziale alla visione del mondo degli abitanti dell’Asia orientale, ma non ha nemmeno modificato quella esistente.
Oggi, naturalmente, sanno che la Terra ruota intorno al Sole, conoscono tutti i traguardi della scienza moderna e hanno raggiunto molti risultati in questo campo, eppure la loro visione del mondo, e di conseguenza in gran parte le loro azioni e decisioni, sono determinate proprio dal tradizionale quadro del mondo, di base esoterico. Non a caso lo studioso americano di cultura cinese J. Needham riteneva che il pensiero cinese fosse il più vicino a una filosofia universale ed ecumenica del futuro (Science in Traditional China: A Comparative Perspective, Cambridge/Mass./Hong Kong, 1981).
I cinesi sin dai tempi antichi chiamavano il loro paese Regno di Mezzo (Zhong Guo), ritenendo che esso “non ruoti intorno a nulla”, ma si trovi al centro non solo della Terra abitata, ma dell’intero universo. A nord vivono i barbari, a sud le tribù affini, a ovest si ergono le montagne e a est si stende l’oceano, dove tuttavia vivono altri popoli o, quantomeno, creature a esso affini, come sull’isola Penglai, dimora degli immortali, situata oltre l’orizzonte. Al di sopra della Cina si trovano i Cieli, popolati da una moltitudine di dèi di diverso rango, mentre sotto di essa si estende il regno dei morti, governato dal potente Yan-wang, sovrano di un’intera schiera di funzionari e giudici che esaminano le “cause” delle anime appena giunte.
In verità, nei tempi più antichi anche il regno dei morti dei cinesi si trovava sulla superficie della Terra, lontano a nord. Tuttavia, lo schema tripartito di divisione del mondo secondo la verticale si mantenne: tra Cielo e Terra si trovava l’Uomo. In ciò si riconosce facilmente lo schema già noto a noi della “piramide”, comune a tutte le culture antiche: tre “piani” in verticale e quattro punti cardinali in orizzontale.
Tuttavia, la concezione della posizione “centrale” del proprio regno indusse i cinesi non solo ad aggiungere un quinto elemento (il centro) alla rappresentazione della struttura orizzontale del mondo, ma permise loro di sviluppare e modificare questa schema in modo così ampio da farne la base della metodologia di conoscenza, determinando infine quella peculiarità del pensiero cinese che lo rende, per noi europei, almeno difficile da comprendere, se non addirittura del tutto incomprensibile. In sostanza, lo studio approfondito (e la comprensione!) del modello cinese di mondo da parte dell’Occidente iniziò solo nel XX secolo, e anche allora gradualmente, a pezzi, tanto che raramente si riesce a comporre un quadro unitario.
Non a caso Artem Igorevič Kobzev scrive che proprio la “dottrina dei simboli e dei numeri” (numerologia), che costituì la base della visione cinese del mondo come la più naturale, cioè la più corrispondente alla struttura della coscienza umana, aiutò questa visione a mantenere le sue caratteristiche fondamentali per millenni (!), mentre in Europa, nello stesso periodo, ne sono cambiate decine, se non centinaia.
In generale, il libro di Kobzev (Dottrina dei simboli e dei numeri nella filosofia classica cinese. Mosca, “Vost. lit.”, 1994) è una fonte estremamente dettagliata e accurata di informazioni sul modello cinese di mondo. In forma abbreviata, queste informazioni sono esposte nel suo stesso articolo “Caratteristiche della metodologia filosofica e scientifica nella Cina tradizionale“, pubblicato nella raccolta: Etica e rituale nella Cina tradizionale, Mosca, “Nauka”, 1988.
In una certa misura, ciò è legato anche alle peculiarità della lingua cinese, poiché la lingua è la base del pensiero. Ad esempio, in cinese non esiste il verbo copula “essere”, come nella maggior parte delle lingue europee.
Anche in russo esso è ancora presente, sebbene in forma ridotta: al presente non diciamo più “io sono”, come facevano gli antichi slavi o come fanno oggi i polacchi (“Jestem Polakiem”), e anche al passato è andato perduto: diciamo “ho corso”, non “ero stato a correre”, come fanno i serbi. Tuttavia, questo sviluppo della lingua russa, unito alla concezione del ruolo della Russia come Acquario nell’Era dell’Acquario, fa sperare che proprio noi potremmo comprendere meglio, o almeno più velocemente, la Cina rispetto agli abitanti dell’Occidente.
Pertanto, le questioni che hanno tanto occupato e continuano a occupare i parlanti delle lingue europee — l’essenza e l’esistenza, l’essere e il non-essere, l’identità e la differenza, cioè i termini formati nelle lingue europee tramite la sostantivazione di varie forme del verbo “essere” — nella filosofia cinese non venivano nemmeno poste. I cinesi, e con loro gli abitanti di altri paesi dell’area culturale, distinguevano solo l’esistenza e la non-esistenza di qualcosa. Se una cosa esiste, può essere espressa con le parole. Se non esiste, è indicibile. E l’indicibile può essere espresso solo tacendo… Ecco l’origine della “cultura del silenzio” dei giapponesi.
Il cinque e il dieci
“Dal Vero nacque l’Uno, dall’Uno nacquero i Due, dai Due si formarono i Tre, dai Tre tutto il molteplice”, come è scritto nel Daodejing. Due e tre sommati danno cinque — cinque i lati del mondo: est, sud, ovest, nord e centro. Secondo questa suddivisione vengono distribuiti gli elementi o principi primi della natura:
- est — legno — blu (verde) — Giove
- sud — fuoco — rosso — Marte
- centro — terra — giallo — Saturno
- ovest — metallo — bianco — Venere
- nord — acqua — nero — Mercurio
Questo è l’ordine esoterico di elencare gli elementi: tale è anche nel calendario e in varie esposizioni filosofiche. Per spiegare i fenomeni della natura e i processi che avvengono nella società, veniva usato un altro ordine: terra, acqua, fuoco, metallo, legno.
Alle direzioni cardinali sono associati determinati colori, nonché i pianeti del Sistema Solare. Essi possono essere rappresentati sotto forma di una comune “rosa dei venti”, ponendo la “terra” al centro:
Questa è la cosiddetta “Sedia Luminosa” (Ming Tang), lo schema classificatorio principale. Se si considerano anche i punti intermedi (sud-ovest, nord-ovest, ecc.), si ottiene il Ming Tang completo o a nove membri, un quadrato magico 3×3, un’enneagramma. Non a caso si dice: “Con l’aiuto delle terne si ordinano le quintuple”. E così appare, tra l’altro, anche la carta natale nell’astrologia cinese.
Lo stesso schema può essere rappresentato anche sotto forma di pentagramma:
rosso FUOCO Marte
sud
cuore — meridiano del Triplice Riscaldatore />
blu LEGNO Giove _ _ _ _ giallo TERRA Saturno
est . centro
fegato — meridiano della Vescicola Biliare . stomaco — milza .
nero ACQUA Mercurio bianco METALLO Venere
nord-ovest
reni — meridiano della Vescicola Urinaria polmoni — meridiano dell’Intestino Crasso
Da qui derivano le “Cinque camere del corpo” o “Cinque organi pieni” (Zhang): fegato, cuore, milza, polmoni e reni. E in generale molte cose e concetti che si raggruppano nel cinque, inclusi i Cinque Classici, il famoso corpus confuciano (Shujing, Shijing, Yijing, Liji e Chunqiu).
Secondo i buddhisti, il corpo umano è composto da cinque sostanze: vasi, ossa, carne (muscoli), pelle e sangue. Anche lo scheletro è composto da cinque parti principali: cranio, colonna vertebrale, scapole, costole e ossa lunghe degli arti (le ossa del bacino sono considerate una variante modificata delle scapole). Si noti inoltre che sulle mani e sui piedi ci sono cinque dita. Anche la colonna vertebrale è divisa in cinque sezioni: cervicale, toracica, dorsale, lombare e sacrale. I principali organi di senso sono cinque: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. L’uomo secerne cinque liquidi: muco, saliva, sudore, urina e lacrime. Egli assimila cinque sostanze dall’ambiente: aria, acqua, minerali, carne e piante.
Il feto nel grembo materno inizia a muoversi al quinto mese e nasce al decimo. Se una persona si ammala, la accompagnano cinque suoni: tosse, starnuto, sbadiglio, eruttazione e singhiozzo. La tosse è segno dell’attività dei polmoni, lo starnuto del naso, il singhiozzo della gola, lo sbadiglio dei nervi e l’eruttazione dello stomaco.
Se gli astrologi europei distinguono quattro temperamenti, i buddhisti ne individuano cinque: 1. collerico (tipo impulsivo); 2. sanguigno (emotivo); 3. flemmatico (duro, solido); 4. malinconico (quieto); 5. intermedio o calmo.
Tuttavia, ciascuno degli elementi esiste in due varianti — forte e debole, maschile e femminile: yang e yin. In totale si ottengono dieci — i Dieci Tronchi Celesti (Tian Gan) o segni statici, base del calendario e dell’astrologia cinese, e i Dieci principali organi — ai Cinque organi pieni si aggiungono i Cinque organi cavi (Fu): cistifellea, intestino tenue, stomaco, intestino crasso e vescica urinaria. Si ottengono così i Dieci meridiani principali del corpo umano, base della medicina cinese.
Il sei e il dodici
Ordinando queste due quintuple. Non a caso si dice “l’unità è più grande del cinque” (Mozi): l’unità è la mano, o meglio, il palmo, che “generalizza” le cinque dita. Dieci dita sono due mani, dieci più due fa dodici.
Si può affrontare questo argomento da un altro punto di vista. (Non a caso il concetto di “dao” ha anch’esso due facce: non è solo una via, ma anche il processo del movimento.) Da qualche parte cinque, da qualche altra sei: i cinesi non negavano l’esistenza dell’elemento aria. L’aria è ciò che respira l’uomo e ogni essere vivente; l’aria è l’incarnazione dell’energia vitale “qi” (in fonti diverse viene chiamata anche “chi” o “ki” – cfr. ginnastica Qi-gong, terapia Re-ki, ecc.).
In realtà, i cinesi non includevano il “qi” tra gli elementi ordinari, ritenendolo superiore a essi poiché permea tutto l’universo. Tuttavia, lo consideravano nelle loro schemi, posizionando l’uomo come simbolo del “qi” al centro di una pentagramma e ottenendo, così, uno schema a sei elementi. Ma ogni elemento di questo schema ha due forme – yang e yin – e, sommando, si arriva nuovamente a dodici.
In Tibet si andò oltre, includendo l’aria (qi) direttamente tra gli elementi e suddividendoli in due terne: elementi terrestri – terra, acqua, legno – e celesti – metallo, aria, fuoco. In questo modo, le terne riordinano le quintuple. Ne risulta un’esagramma:
CIELO fuoco
metallo aria
——————————————–
terra acqua
TERRA legno
Questo schema reca un chiaro segno del buddismo, giunto dall’India, dove l’esoterismo si sviluppava in modo alquanto diverso (più vicino alle nostre concezioni) – basti pensare all’esagramma indiano che raffigura tre coppie di dei, uomini e donne, e simboleggia i sei sensi:
Shiva (mente)
Lakshmi _ _ _/_ _ _ Saraswati (tatto) / / (udito) / / Brahma /_ _ _ _ _ _ Vishnu (vista) / (gusto)
Kali (olfatto)
E una doppia esagramma, come è noto, dà dodici. Nasce così il complesso dei Dodici Rami Terrestri (Di Zhi) o segni dinamici, la parte più importante del calendario e dell’astrologia cinese – tra l’altro, l’unica ben nota in Occidente: sono i dodici segni ciclici. Topo, Bue, Tigre, Coniglio e così via.
Tuttavia, in Occidente ci si è limitati a pubblicare le brochure più popolari sul significato di nascere nell’anno del Drago o del Cane. Ma a noi è ormai chiaro che questo sistema è molto più complesso e profondo.
Tra l’altro, il Drago nelle culture dell’Asia orientale non ha nulla a che vedere con l’orribile mostro che percepiscono i seguaci della nostra cultura giudeo-cristiana. Per i cinesi è l’incarnazione di una forza luminosa, simbolo di fecondità. Nel taoismo, il Drago è simbolo della forza creatrice, il pensiero materializzato. Il Drago Celeste incarna anche la foce della Via Lattea, luogo d’incontro delle particelle di materia e delle anime umane.
Il calendario cinese (e in generale dell’Asia orientale) si compone di due periodi che scorrono parallelamente: Tian Gan e Di Zhi, i Dieci Steli Celesti e i Dodici Rami Terrestri, che sommati danno un ciclo di sessant’anni. Il ciclo inizia con l’anno del Legno-Yang e del Topo (il ciclo attuale è iniziato nel 1984). Segue l’anno del Legno-Yin e del Bue, poi del Fuoco-Yang e della Tigre, e così via. La diversa lunghezza dei due periodi (10 e 12) garantisce la rotazione delle combinazioni degli elementi primari e dei segni ciclici. Allo stesso modo si alternano i segni statici e dinamici dei mesi e dei giorni dell’anno. Per approfondire, si può leggere in: Tsybulsky V.V., Calendario lunisolare dei paesi dell’Asia orientale. Mosca, “Nauka”, 1988; Klimishin I.A., Calendario e cronologia. Mosca, “Nauka”, 1985.
Ne risulta la principale cosmogramma cinese, che assume la forma del Trono Luminoso Ming-Tang:
+—————————————–+ |5 |3 |1 | | | | | | elemento | elemento | elemento | | del giorno | del mese | dell’anno | | | | | |————-+————-+————-| |6 |4 |2 | | segno | segno | segno | | del giorno | del mese | dell’anno | | | | | | | | | |————-+————-+————-| |9 |8 |7 | | | | | | simboli nascosti degli elementi | | | | | | | | | +—————————————–+
Proseguiamo. Ai dieci meridiani del corpo umano se ne aggiungono altri due – il “Signore del Cuore” (pericardio) e i Tre Riscaldatori (in seguito vennero aggiunti i cosiddetti “meridiani meravigliosi” e altri, ma non rientrano nello schema principale). Si forma così un cerchio a dodici settori o “tartaruga”, che costituisce lo schema più importante di suddivisione del mondo.
Perché la tartaruga? In Mongolia esiste questa leggenda:
In tempi antichissimi, un abile cacciatore viveva sulle rive di un lago. Un giorno uccise una strana bestia. Era una tartaruga. Cadde ferita e si rovesciò, mostrando il ventre. Il cacciatore si avvicinò e vide che sotto le quattro zampe c’erano grumi di argilla. Sotto le zampe anteriori c’era un frammento di freccia di legno con una punta di ferro, dalla bocca usciva fuoco e da un altro orifizio sgorgava acqua.
Il cacciatore osservò a lungo e comprese che terra, ferro, legno, acqua e fuoco sono i cinque elementi primari di cui è composto l’universo. Nel disegno che raffigura la tartaruga, le “terne riordinano le quintuple”, e i dieci segni statici si uniscono ai dodici dinamici:
TARTARUGA
Sud testa Serpente Cavallo fuoco-yin fuoco-yang SE ———— SO zampa Drago / Pecora zampa vento (yang) / terra (yin) /
Coniglio | | Scimmia legno-yin | | metallo-yang EST | | OVEST Tigre | | Gallo legno-yang | | metallo-yin / / Bue / Cane montagna (yin) ————– vuoto (yang) NE Topo Cinghiale NO zampa acqua-yang acqua-yin zampa coda NORD
Ecco la tartaruga – una sorta di modello vivente del mondo. In un sutra buddista tibetano si legge:
“Tutto l’universo si racchiude nella tartaruga. La sua testa è rivolta a sud, la coda a nord, le zampe a est e ovest. Il sud contiene l’elemento ‘fuoco’ e corrisponde ai segni del Cavallo e del Serpente; l’ovest è il ‘metallo’ o il Gallo e la Scimmia; il nord è l’’acqua’ o il Cinghiale e il Topo; l’est è il ‘legno’ o la Tigre e il Coniglio” (cit. da: Skorodumova L., Dzurhai: astrologia buddista).
Per gli abitanti della Cina e della Mongolia, il guscio della tartaruga fungeva da sorta di tavola naturale per la divinazione: perfino il libro “I Ching”, come è noto, si rifà al guscio della tartaruga.
Esso rappresentava anche il simbolo dell’armonia cosmica, dell’equilibrio immutabile dell’universo (Bilancia) – non a caso si credeva che la terra poggiasse sul dorso di una tartaruga gigante. Da qui il principio: non fare nulla che possa turbare questo equilibrio. Turbarlo è peccato, colpa, e la punizione è inevitabile. Mantenere l’equilibrio è una virtù (de), per la quale non spetta alcuna ricompensa particolare. La via per preservare l’equilibrio è il dao duale: il rispetto dei rituali e la conoscenza.
Il termine “de”, solo nel periodo dell’Era dell’Ariete assunse il significato di “buone azioni” alla stregua della greca “kalokagathia” (“non desiderare il male”), ma in epoche precedenti indicava una forza sacra, cioè divina, che si riversava solo in chi era pronto a riceverla – basti pensare ai profeti ebrei, alle pitonesse greche, agli sciamani, ai berserker, ai santi cristiani…
Inoltre, il cerchio (la tartaruga) è simbolo di ciclicità, di ripetizione di tutto ciò che esiste. Qui si avverte un chiaro richiamo alle concezioni dell’Era del Toro (il mondo è ben organizzato e non va cambiato), ma in una forma leggermente diversa (il mondo è così com’è e non va modificato in alcun modo) – non a caso la maggior parte delle culture dell’Asia orientale si descrivono attraverso l’archetipo della Bilancia, e la Bilancia, come il Toro, è la casa di Venere.
I meridiani cinesi sono pari, cioè presuppongono l’interazione di due settori opposti del cerchio, ad esempio del cuore e della cistifellea. Tra loro avviene uno scambio di energia. Ciò significa, ad esempio, che curare una disfunzione di un meridiano si può agendo sull’altro. Allo stesso modo sono legati tra loro gli archetipi dei segni zodiacali, ad esempio Ariete-Bilancia. Non stupisce, quindi, che nell’Era dell’Ariete si siano attivati molti elementi dell’archetipo opposto, quello della Bilancia, e nella cultura giapponese entrambi siano rappresentati quasi alla pari.
Torniamo però alla nostra illustrazione. Su di essa si nota che tra i componenti principali della “tartaruga” compare il numero otto.
Otto
Nel Ming Tang l’otto deriva dalla considerazione dei punti intermedi della rosa dei venti, mentre nel cerchio si ottiene con la rappresentazione simbolica del “centro” (elemento terra) come quattro piccoli settori, poiché ogni grande settore deve confinare con il centro. Tuttavia, i piccoli settori acquistano così una sorta di valore autonomo e, in questo modo, un grande elemento si suddivide in quattro piccoli:
albero vento | fuoco terra | ex metallo vuoto | terra acqua montagna |
L’idea delle otto energie, delle quattro grandi e delle quattro piccole, che compongono la quinta, nacque nell’antichità. Tuttavia, fu solo sotto l’influenza del buddismo (cfr. “l’ottuplice sentiero della condotta morale”) che l’ottavo ottenne il massimo sviluppo, inclusi i nomi (ricordate il zhengming), le interpretazioni e i principi di applicazione pratica, benché nella sua terra d’origine, l’India, il ruolo dell’otto come numero sacro rimase piuttosto modesto.
Il termine “vuoto” ha anch’esso origine indo-buddista. (E, di conseguenza, significato): è lo shunyata, il grande vuoto come ricettacolo, l’essenza di Adibuddha. Come è scritto nel libro Tao Te Ching:
“Trenta raggi e il mozzo formano la ruota, ma è il vuoto tra essi a costituirne l’essenza. Il fondo e le pareti di argilla formano il vaso, ma è il vuoto tra essi a costituirne l’essenza.
Il noto Trono Luminoso (Ming Tang), come ricordiamo, contiene l’ottavo: sono le celle del quadrato magico senza centro. Insieme al centro, formano il nove. L’otto e il nove ottennero un ampio sviluppo come basi della teoria della conoscenza soprattutto in Tibet, dove i cicli di otto e di nove anni furono inclusi anche nel ciclo calendariale:
Otto energie e nove colori
1 acqua 1 bianco 2 terra 2 nero 3 ferro 3 blu 4 vuoto 4 verde 5 fuoco 5 giallo 6 montagna 6 bianco 7 legno 7 rosso 8 vento 8 bianco 9 rosso
(In realtà qui ci sono sei colori, alcuni ripetuti, ma vengono considerati insieme al numero, cioè al loro ordine, il che fornisce la necessaria differenziazione – una formulazione insolita per noi).
Ogni anno, mese e giorno vengono verificati non solo secondo i 10 segni statici e i 12 dinamici, ma anche secondo le otto energie e i nove colori. Ogni persona conosce o può calcolare la propria energia e il proprio colore, il che permette di determinare per sé i giorni favorevoli e sfavorevoli, scegliere una professione o una sposa, e così via.
I Ching
L’otto è alla base della presentazione del noto materiale del trattato I Ching, detto anche “Libro dei Mutamenti”. In esso vengono descritte 64 esagrammi, composti combinando le otto trigrammi fondamentali. Esiste anche il trattato Nan Ching – uno dei più antichi trattati medici cinesi, basato sul nove: esso definisce 81 complessità della medicina classica. Questo ha indotto il nostro sinologo V.S. Spirin a definire I Ching “leggero” e Nan Ching “pesante”, poiché I Ching, secondo lui, opera con uno schema di divisione del mondo bidimensionale, mentre Nan Ching con uno tridimensionale. In seguito egli cerca di suddividere o distribuire in questo modo tutti i trattati filosofici cinesi, il che, come ormai comprendiamo, è sbagliato, poiché la “dimensionalità” è in tutti i casi la stessa (tre in verticale, quattro in orizzontale), a differire è solo il numero degli elementi contati. Per approfondire: Spirin V.S. La struttura dei testi dell’antica Cina. Mosca, 1976.
Non ci soffermeremo sul trattato Nan Ching a causa della sua specifica direzione, anche se chi è interessato può consultarlo nella traduzione di Denis Aleksandrovič Dubrovin: Domande difficili della medicina classica cinese, Leningrado, “Asta Press”, 1991.
I Ching opera innanzitutto con le otto trigrammi fondamentali (Ba Gua), quattro delle quali adornano ancora oggi la bandiera nazionale della Repubblica di Corea. Si tratta delle stesse otto energie, delle quattro grandi e delle quattro piccole, seppur con nomi leggermente diversi:
—– —– qian cielo creatività —–
— — — — kun terra esecuzione — —
— — — — zhen tuono eccitazione —–
— — —– kan acqua pericolo — —
—– — — gen montagna fermezza — —
—– —– sun vento raffinamento — —
—– – li fuoco chiarezza —–
— — —– dui palude gioia —–
Dalle otto trigrammi derivano 64 esagrammi, ciascuno accompagnato da una descrizione aforistica. In seguito, nei secoli successivi, a questi vennero aggiunti commenti più o meno ampi di carattere linguistico, letterario o filosofico.
In generale, è proprio l’aforisticità dei libri antichi che costringeva i lettori delle epoche successive ad aggiungere loro commenti, secondo la propria comprensione – prendete pure I Ching, l’Antico Testamento o l’Avesta. Persino il relativamente recente “Kitab-i-Aqdas” di Baha’u’llah, scritto ai tempi di Napoleone III, ha già accumulato una vera e propria biblioteca di commenti.
Probabilmente aveva ragione Julian Konstantinovič Ščuckij quando affermava che inizialmente il libro I Ching nacque come un insieme di regole puramente divinatorie, una guida pratica alla divinazione. Infatti, nel periodo dell’Era dell’Ariete, ovunque, e in Cina in particolare, gli indovini e gli astrologi erano considerati funzionari statali, senza la cui consulenza non veniva presa alcuna decisione importante.
Tuttavia, il punto di partenza stesso da cui l’autore di questo libro muoveva, cioè il sistema naturale (uno dei naturali) di divisione del mondo, l’otto, che ha ancora un carattere puramente terrestre, monoplanetario (a differenza del dieci, che abbraccia già il sistema solare), trasforma I Ching nel primo tra i testi a noi noti “enciclopedie” sul mondo e sull’uomo.
Per una simile “enciclopedia”, o meglio per la teoria del macrocosmo e del microcosmo, ciò che conta non è tanto il numero degli “articoli”, cioè dei casi singoli, quanto il grado di suddivisione, cioè, per così dire, la risoluzione dell’obiettivo. In linea di principio, anche una divisione in due (yang-yin) permette già di classificare tutte le cose e i fenomeni, unendoli in due grandi gruppi. 64 è due alla sesta, mentre (tornando al trattato Nan Ching o, ad esempio, al “Libro del Grande Mistero” (Taixuanjing) di Yang Xiong) 81 è tre alla quarta. Dove sta la maggiore dimensionalità?
Pertanto, ogni “articolo” del libro I Ching si rivela essere, pur se breve (aforistico), nondimeno una descrizione esaustiva di qualsiasi situazione con una precisione fino alla sesta cifra decimale, il che è già molto. Questo è sufficiente sia per descrivere eventi politici in un determinato paese, sia per analizzare la situazione vitale di un singolo individuo, e persino per prevedere i risultati di un qualche esperimento fisico-chimico. Infatti: molecola – uno, atomo – due, elettroni e protoni – tre, vari mesoni mu e pi – quattro, quark – cinque, gravitoni – sei…
Tuttavia, per poter consultare oggi il libro I Ching, occorre o conoscere approfonditamente la simbologia e la simbolologia dell’antica Cina – cosa difficile da chiedere a non sinologi – oppure rivolgersi alle sue interpretazioni moderne, dove il significato di ogni esagramma è commentato nel linguaggio del nostro tempo.
Un altro problema dei testi antichi è il mutamento della coscienza, o meglio del contenuto della coscienza, dei lettori di ogni nuova generazione. Cambia anche il linguaggio. Pertanto, almeno una volta ogni cento anni, questi testi richiedono una nuova traduzione o almeno un commento, affinché “l’obiettivo della comunicazione”, come si dice nella teoria della traduzione, continui a essere raggiunto…
Il senso principale di questo libro, come di molti altri, oggi non risiede nella divinazione. I Ching offre al lettore una metodologia di conoscenza del mondo, per quanto complessa e bisognosa di uno studio attento, ma accessibile anche ai non sinologi, poiché le basi del sistema cinese di visione del mondo sono molto semplici e logiche, come abbiamo già avuto modo di constatare.
Chi desidera conoscere il libro I Ching, per così dire, dalle primissime fonti, può rivolgersi all’opera di Julian Konstantinovič Ščuckij, che è diventata quasi classica come il “Libro dei Mutamenti” stesso: Ščuckij Ju.K. Il classico cinese Libro dei Mutamenti. Mosca, San Pietroburgo, AT “Komplekt”, 1992. Per la letteratura cinese antica in generale esiste un buon libro di N.T. Fedorenko: Antichi monumenti della letteratura cinese. Mosca, “Nauka”, 1978. Qui vengono forniti elenchi di letteratura specializzata su questi argomenti.
Lao Tzu, Buddha e Confucio
Non ci soffermeremo in dettaglio sulle tre principali correnti della filosofia cinese – il confucianesimo, il taoismo e il buddismo, per non parlare delle scuole minori.
Innanzitutto perché, come già detto sopra, alla base di ciascuna di esse vi è lo stesso modello del mondo. Senza la conoscenza delle basi non ha senso affrontare i dettagli, mentre conoscerle permette di orientarsi e comprendere autonomamente.
In secondo luogo, perché un’analisi simile è meglio condurla nell’ambito di un corso di storia della filosofia o della religione, e ancora meglio — presso la facoltà di filologia cinese, giapponese o tibeto-mongola. La religione e la filosofia sono comunque cose diverse, tanto più che anche noi in questo caso siamo interessati non alla filosofia in generale, ma solo all’esoterismo, cioè a una delle filosofie o, piuttosto, a uno dei componenti di qualsiasi filosofia, la cui quota può essere maggiore o minore.
Dal punto di vista dell’esoterismo, tra l’altro, nulla può essere rappresentato come una parte di un tutto pari al cento per cento o allo zero: in ogni intero c’è spazio per qualcos’altro, il più delle volte — direttamente opposto. Questo principio esoterico è espresso praticamente in tutti i libri dell’antica Cina, e in particolare nello I Ching: non a caso è chiamato “Libro dei Mutamenti”, cioè del costante mutamento dallo yang all’yin e viceversa.
Qual è la quota di esoterismo nelle principali scuole della filosofia cinese?
Confucianesimo
Il confucianesimo è innanzitutto un insegnamento per gli exoterici, cioè per i “profani”: per la gente comune, non per gli studiosi. Confucio stesso sottolinea di rivolgersi a tutti senza distinzione di età, condizione sociale e livello di istruzione.
Per garantire l’armonia del mondo, veniva ordinato di limitarsi a osservare i rituali (li), elaborati per ogni circostanza della vita. Il mancato rispetto dei rituali era equiparato alla violazione dell’equilibrio cosmico e lo era davvero. Tuttavia, Confucio e i suoi discepoli non ritenevano opportuno spiegare il contenuto dei rituali ai loro seguaci “profani”, poiché per capirli era necessaria una conoscenza erudita. In Cina c’è sempre stata una particolare attenzione verso gli studiosi, che formavano quasi naturalmente un’élite dotata di conoscenze inaccessibili ai non iniziati. All’élite, cioè agli studiosi, era ordinato di studiare l’eredità degli antichi, poiché questi “conoscevano il senso di tutte le cose”, e il compito dello studioso consisteva solo nel penetrarlo. Tuttavia, non sempre gli studiosi stessi riuscivano a scoprire questo contenuto segreto negli antichi testi, soprattutto perché spesso non c’era (basti ricordare le parole di Ju. K. Ščuckij a proposito dello I Ching). E allora loro — ed è questo il loro merito — si mettevano a scrivere un nuovo commento, inserendovi il proprio contenuto…
I testi di Confucio sono stati pubblicati in russo solo di recente. E, sebbene la traduzione a tratti sia zoppicante, chi è interessato può consultare l’almanacco “Rubež” n. 1/92, pp. 259-310. Su Confucio esiste un libro di Vladimir Maljavin, pubblicato nella collana “ЖЗЛ” (Mosca, “Molodaja Gvardija”, 1992).
Il rituale aiuta a indirizzare gli sforzi della coscienza e dell’inconscio nella giusta direzione. È necessario per chi non è capace, per chi non lo desidera e per i principianti. Chi sa governare gli sforzi della propria coscienza e dell’inconscio non ha bisogno del rituale.
Vi ricordate la parabola dell’orso bianco? Un sciamano andò da un malato e gli disse: “Ti guarirò, ma non pensare all’orso bianco”. Da allora il malato non riuscì più a pensare a nient’altro che all’orso bianco. Un caso classico di incapacità di governare sia la coscienza sia l’inconscio. Per chi non sa, il modo più semplice per “non pensare all’orso bianco” è il rituale: iniziare immediatamente a recitare mantra, preghiere o poesie, che hanno sempre proprietà magiche. Chi sa desiderare abbastanza può dimenticare l’orso bianco.
Taoismo
Il taoismo è già in misura molto maggiore un insegnamento per gli esoterici. Il testo del Dao De Jing è rivolto proprio a coloro che vorrebbero entrare nell’esigua élite di chi “sa” e “sa fare”. Naturalmente, non viene detto apertamente: l’autore (Lao Zi) si limita a esprimere rammarico per il fatto che pochissimi si prendono la briga di comprendere le sue parole, benché il loro contenuto sia semplice.
I rituali religiosi dei taoisti, che modellano il concepimento e la genesi dell’anima, erano accessibili a molti, ma in pochi riuscivano a penetrarne il vero significato — l’“alchimia interiore” (Nei Dan), su cui scrive in modo molto dettagliato e intelligente, ad esempio, Lu Kuan Yu — il traduttore russo E. A. Torčinov in Alchimia taoista e immortalità (San Pietroburgo, “ORIS”, 1993). Il libro di Torčinov stesso sul taoismo (San Pietroburgo, 1993) è dedicato piuttosto a questioni religiose che filosofiche.
La sostanza filosofica della questione, invece, è la seguente. All’umanità il taoismo deve la formulazione di due principi fondamentali: la Via della conoscenza e il Non-agire. Quanto alla Via della conoscenza (Dao), ormai abbiamo un’idea più o meno chiara: si tratta del riconoscimento del visibile e dell’invisibile, del descrivibile e dell’ineffabile. Se del descrivibile si può e si deve parlare, del ineffabile è meglio tacere: così sarà più comprensibile. Il Non-agire (Wu Wei) è lo stesso principio di non violazione dell’equilibrio cosmico, che dice: non fare nulla di superfluo!
Questi principi esoterici fondamentali, come vedremo ancora, in una forma o nell’altra sono presenti in tutte le religioni e filosofie, ma solo il taoismo li ha rivelati nella loro chiarezza e semplicità. Tuttavia, comprendere questa semplicità è molto difficile; da qui — la incomprensione o la non completa comprensione di questi principi da parte dei “taoisti” occidentali, in primo luogo, e l’incomprensione dei taoisti da parte dei non-taoisti, in secondo luogo…
Il Dao De Jing è stato pubblicato in russo più volte. Tra le cinque o sei traduzioni esistenti, meritano attenzione due: la traduzione scientifica di Jan Hin-šun (Mosca, AN SSSR, 1950) e la traduzione poetica di V. Perel’šin (Mosca, “KONEK”, 1994). La prima è pregevole per la scrupolosa precisione nella resa di tutte le varianti di significato e per l’ampio apparato di riferimento, ma risulta poco scorrevole; la seconda, come l’originale, è davvero un’opera letteraria e “raggiunge lo scopo della comunicazione” come i libri sacri.
Zen-buddhismo
Per quanto riguarda il buddhismo, in Cina e nell’Estremo Oriente lo attendeva un destino particolare. Per i taoisti l’appello di Buddha Śākyamuni al distacco da tutto ciò che è mondano era irrilevante, poiché loro stessi erano già usciti dal mondo. Tuttavia, l’insegnamento sull’identificazione del soggetto e dell’oggetto come metodo di conoscenza del mondo, così come quello sul karma e sui cicli delle reincarnazioni, culminante nell’unione con l’Assoluto, diedero un nuovo impulso allo sviluppo della visione cinese del mondo.
In questo caso si tratta della risonanza e della dissonanza di due archetipi: quello cinese (Venere, Toro-Bilancia) e quello indiano (Pesci, almeno in quella parte dell’India che confina con la Cina e il Tibet). Da un lato, ci fu un reciproco fecondarsi (Pesci — il segno di elevazione di Venere), dall’altro una quasi totale rielaborazione delle categorie della filosofia indiana, che non avevano analoghi nel quadro cinese del mondo.
L’idea buddhista della subordinazione dell’“Io” individuale all’Assoluto, moltiplicata per la già sviluppata concezione cinese dell’equilibrio cosmico, diede origine allo zen-buddhismo — una filosofia puramente esoterica e addirittura mistica, in cui l’unità del macrocosmo e del microcosmo è compresa attraverso l’identità tra l’oggetto conoscibile e il soggetto conoscente: l’intero universo è contenuto nella coscienza individuale o, più precisamente, nell’inconscio, che semplicemente vi si adatta e diventa identico ad esso, mentre la differenza tra loro diventa irrilevante.
L’identificazione è davvero un metodo comodo di conoscenza del mondo (filosofia esoterica), così come di influenza su di esso (magia), geniale per la semplicità del suo principio, ma incredibilmente difficile nella sua attuazione pratica, soprattutto per l’uomo occidentale.
Davvero, cosa c’è di più semplice: vuoi conoscere una pietra — identifícati con essa; vuoi conoscere le leggi dell’universo — identifícati con esse, e così via. Vuoi che il pugnale del nemico ti colpisca — identifícati con il pugnale. Questo principio, tra l’altro, è alla base di molte arti marziali orientali.
Sì, ma come farlo? Per una persona comune, soprattutto per un europeo, è molto difficile identificarsi completamente con qualcuno o qualcosa: gli ostacola la barriera invisibile che separa la sua preziosa personalità dal mondo esterno. Solo quando, come insegnano i buddhisti, smette di considerarla preziosa (sottomettere l’“Io” individuale all’Assoluto), riesce a superare questa barriera.
Gli stessi cinesi (così come i giapponesi e altri abitanti dell’Asia orientale) fanno appello all’esperienza spirituale di Buddha Gautama: se ci è riuscito a lui, allora potrà riuscirci anche a voi. Dopotutto, i mezzi che ha usato sono noti.
Il mezzo più importante tra questi è la meditazione. La stessa parola “zen” è la trascrizione giapponese del sanscrito Dhyāna — meditazione (attraverso il cinese chan, che significa la stessa cosa).
Da qui in poi tutto diventa molto semplice: la meditazione unita alla consapevolezza della legge dell’equilibrio del macrocosmo (karma universale) offre il primo grado di conoscenza dell’infinito — «il rifiuto dell’odio», come dice D. Suzuki. La meditazione unita alla consapevolezza del karma come legge dell’equilibrio del microcosmo (karma individuale) è il secondo grado, la «sottomissione al karma». La meditazione unita al principio wu-wei (non-agire) porta alla «assenza di desideri», terzo grado di conoscenza. Infine, la meditazione unita alla consapevolezza del dharma come legge teleologica (scopo) della propria esistenza è il quarto grado, che Suzuki chiama «sottomissione al dharma».
Daisetz Suzuki (1870-1966), giapponese, massimo teorico dello zen-buddhismo. Tenne lezioni nelle università di Europa e America e scrisse oltre novanta libri. Fu proprio grazie a lui che gli esoterici occidentali — coloro che si dedicarono a questo studio, ovviamente — poterono avvicinarsi alla comprensione dello zen-buddhismo. I suoi libri vengono ora pubblicati anche da noi (Suzuki D. Fondamenti dello zen-buddhismo. Biškek, «Odissej», 1993, oppure: La scienza dello zen. Kiev, 1992).
Talvolta si dice che lo zen sia un insegnamento segreto tramandato da Buddha Gautama solo ai suoi discepoli più vicini. In realtà, in esso non c’è nulla di segreto, è solo uno sguardo naturale sul mondo. Lo stesso sguardo di cui parliamo sempre, ma nella sua forma più semplice e pura. Come diceva uno dei maestri zen citato da Suzuki: «L’insegnamento di tutti i Buddha è racchiuso fin dall’inizio nella nostra stessa mente».
Esso presuppone principalmente il lavoro dello spirito, anzi non tanto un lavoro, quanto l’equilibrio dello spirito che non viene turbato da alcun fattore esterno. La meditazione e altri esercizi servono solo ai principianti per abituare la mente ad astrarsi da ogni sorta di ostacoli. Di norma, per le persone sotto i trent’anni, prima del completamento del ciclo di Saturno che segna un nuovo gradino di conoscenza, questa capacità di astrazione risulta difficile: troppe sono le tentazioni. In seguito, invece, spesso sopraggiunge da sé, anche al di fuori del contesto buddhista.
Lamaismo
Alla fine del XIV e all’inizio del XV secolo il monaco e filosofo tibetano Tsongkhapa decise di riformare la setta buddhista kadampa, esistente dall’XI secolo, con l’intento di tornare all’insegnamento «originario» come lo intendeva lui, e di elevare l’autorità dei monaci (lamas). La teoria del lamaismo è esposta nei 108 volumi delle raccolte chiamate «Gangjur».
Il lamaismo, in quanto forma di buddhismo tibetano, dedica molta più attenzione agli aspetti esteriori e secondari dell’insegnamento. L’idea nella sua forma pura sembrò ai lamaisiti, come ai taoisti, troppo semplice, poiché per comprenderla non servono solo il tempo di un’epoca, ma anche il tempo del tempo libero. Quanto tempo libero hanno i pastori di Tibet e Mongolia?
Da qui, in primo luogo, l’affermazione del sacerdozio come gruppo speciale di persone responsabili della salvezza di sé e degli altri.
Da qui anche la «eredità» del rango del grande lama — molti di voi avranno letto le rivelazioni del dalai-lama in esilio Lobsang Rampa (Il terzo occhio. L., 1991) — e l’elaborazione accurata di esercizi meditativi di vario genere: il raggiungimento della catalessi, la levitazione, i viaggi astrali, e un’astrologia estremamente dettagliata che tiene conto di molti più fattori rispetto, ad esempio, a quella cinese o persino indiana; infine, la famosa medicina tibetana, la cui raffinatezza può invidiare i medici moderni — si pensi ai libri di Badmaev e Pozdneev, al trattato Chzhud Shi e altri, che includono una ricchissima nomenclatura di piante medicinali, la diagnosi del polso, la considerazione dei parametri astrologici del tema natale e della situazione attuale. Tuttavia, tutto questo viene insegnato solo ai monaci.
Il buddhismo mahayana, e persino lo zen-buddhismo in Cina e Giappone, prevedono innanzitutto l’apertura di questo percorso, la sua accessibilità a tutti coloro che vogliano dedicarvisi. In Tibet, invece, il buddhismo assume un carattere più vicino allo hinayana, riservando questa possibilità solo agli iniziati. Inoltre, il lamaismo, pur derivando dal buddhismo, si è sviluppato sul terreno delle antiche religioni locali, partendo dall’animismo con il totemismo presso popolazioni del tutto primitive, fino alla famosa religione bon, detta anche bon-po.
La stessa parola deriva dal verbo ‘bod pa, che significa «evocare gli dèi, invocare gli spiriti». Si tratta di un culto animistico pre-buddhista di divinità, spiriti e forze della natura.
Quindi, se il buddhismo in generale e lo zen-buddhismo in particolare ammettono una massima generalizzazione, cioè hanno carattere di filosofia esoterica nel senso moderno del termine, il buddhismo tibetano (lamaismo) è un insegnamento particolare, speciale, principalmente di carattere applicativo, cioè magico. Tuttavia, del tema della magia parleremo in seguito.
Het Monster. Storia delle dottrine esoteriche. Lezione 5. India e Persia.
India
Nonostante la ricchezza e la varietà di sistemi filosofici, scuole, insegnamenti, tradizioni e correnti esistenti in India, nonostante la molteplicità delle sue lingue, caste, religioni e sette, possiamo comunque parlare di un fenomeno del pensiero indiano, o addirittura indo-iraniano, poiché alla base di tutte le varianti sopra elencate vi è una medesima concezione del mondo formatasi già al confine tra l’era del Toro e quella dell’Ariete, così perfetta e autosufficiente che qualsiasi successiva innovazione importante, sia che nascesse all’interno della cultura indiana, come il buddhismo, sia che venisse introdotta dall’esterno, come il cristianesimo, veniva poi respinta come superflua o «digerita», venendo degradata a semplice dettaglio di un’unica e indivisibile dottrina.
In breve, la storia dello sviluppo di questo insegnamento, o meglio, di questo pensiero, è la seguente. Le sue origini risalgono all’era del Toro — si tratta del noto postulato «il mondo è perfetto e non va cambiato» — ma le sue forme attuali si sono definite solo all’inizio dell’era dell’Ariete, dopo l’invasione degli indo-arii («i bianchi scacciano i neri», si ricordi la teoria delle Sette Razze). Le sofferenze di questa epoca di conquiste hanno aggiunto al suddetto postulato una seconda parte: «L’uomo è imperfetto e deve cambiare». In questo spirito vennero redatte le prime «bozze» dei Veda. La fine dell’era dell’Ariete, l’epoca della definitiva sistematizzazione dei libri sacri e della nascita dell’insegnamento della Salvezza (VI-III secolo a.C.) sotto l’influenza dell’era dei Pesci che sopraggiungeva, aggiunse a questa formula una terza parte: «Il cambiamento è la garanzia della Salvezza». Quindi, al più tardi entro il III secolo a.C., questa visione del mondo si era definitivamente consolidata e non era più oggetto di contestazione, poiché questa formula risultò così onnicomprensiva che tutti gli insegnamenti più giovani (zoroastrismo, buddhismo, cristianesimo, islamismo, ecc.) o venivano coperti e superati da essa come da un grande cappello, o venivano respinti come sciocchi e primitivi (se, ad esempio, proponevano di cambiare non l’uomo, ma il mondo e il suo ordine). Il senso esoterico di questa formula è evidente e non richiede commenti.
Ci si può aspettare che, nel passaggio dall’era dei Pesci a quella dell’Acquario, a questa formula verrà aggiunta una quarta parte, corrispondente allo spirito dei nuovi tempi.
Ribadisco che qui mi riferisco solo alla parte esoterica, cioè superiore, capace delle più alte generalizzazioni, della coscienza pubblica e individuale: basta scendere anche di un solo gradino, al livello della semplice filosofia o religione, ed ecco che iniziano le dispute e le contraddizioni: esiste il mondo o è solo illusione, quale dio è il principale e così via. Tuttavia, è proprio l’onnipresente esoterismo delle religioni e delle filosofie indiane a permettere di superare queste contraddizioni, grazie al quale i sostenitori dei punti di vista più opposti non arrivano mai a chiarimenti con le armi in mano, ma si riconoscono reciprocamente il diritto di dare una visione del mondo generale in qualsiasi forma privata. Questo è ciò che molti studiosi occidentali della cultura indiana non hanno saputo comprendere (cfr., ad esempio: Chattopadhyaya D. Storia della filosofia indiana. M., «Progress», 1966).
In cosa consiste la concezione dell’esoterismo indiano, se si sviluppa questa formula?
Abbiamo già parlato della cosmogonia dei popoli antichi in generale e degli indiani in particolare. «In principio non c’era nulla», cioè il caos. Poi in questo caos cominciò a formarsi una qualche struttura da cui ebbe origine l’Uovo Cosmico — l’embrione dell’Universo (Miti dell’India antica. Esposizione letteraria di V.G. Erman ed E.M. Temkin. M., «Nauka», 1975). Se affrontiamo questo dal punto di vista numerologico (soprattutto perché le cifre «arabe» che usiamo hanno in realtà origine indiana), il caos corrisponde chiaramente allo «zero».
Tuttavia, cosa si dovrebbe considerare come unità – l’Uovo Cosmico? Ma esso è già duale, poiché in esso sono presenti il centro e la periferia, il “tuorlo” e l’”albume”. Tuttavia, l’uovo non è ancora l’Universo, poiché è inanimato finché non viene fecondato. E la fecondazione è, ancora una volta, un’unità; ricordiamo il mito pittoresco del lingam di Shiva che agita le acque cosmiche. Forse è più semplice supporre che lo zero (il caos) abbia anch’esso le sue fasi di sviluppo “nulle”?
L’idea che l’uovo ricordi un piccolo modello del Sistema Solare balenò agli uomini già nell’antichità. Studiando l’uovo, traevano conclusioni sulla struttura del Sistema Solare, e queste conclusioni erano corrette. Ma noi sappiamo già che il legame tra le due strutture non è causale (cioè non si può dire che una sia la causa dell’altra), bensì teleologica: nel nostro Universo tutto è organizzato secondo le stesse leggi (cioè questi fenomeni hanno una medesima causa).
Questa semplice e, ancora una volta, onnicomprensiva immagine della creazione del mondo piacque molto agli europei alla fine del XIX secolo, dopo la “scoperta dell’India” da parte degli inglesi. Il tormentone su come interpretare l’affermazione dei “sei giorni della creazione” sembrò finalmente risolto. E.P. Blavatskaja sviluppò dettagliatamente il problema dello “stato nullo” dell’Universo, individuando tre fasi del suo sviluppo: lo spazio astratto unico (caos privo di qualsiasi struttura), il segno: il cerchio (simbolo del Sole senza punto); lo spazio potenziale all’interno dell’astratto (inizio della strutturazione), il segno: il Sole con un punto; e la Madre Natura intatta (l’uovo), il segno: il cerchio con una linea orizzontale.
Qui sorge anche un’interessante questione: cosa provocò l’insorgere della struttura nel caos? Gli antichi indiani e, in seguito, i teosofi spiegavano ciò con l’azione di un certo fattore interno, immanente al caos. Una semplice interpolazione logica ci porta alla conclusione che questa “incertezza fattoriale” sia identica al concetto di Assoluto o Dio, che è tutto e, innanzitutto, la natura in tutte le sue fasi di sviluppo, anche iniziali e precedenti.
Non sorprende che, più o meno nello stesso periodo e non senza l’influenza di queste concezioni indiane rielaborate dai teosofi, sia sorta l’idea del “Big Bang”, che spiegava almeno qualcosa nel quadro materialistico del mondo dei fisici occidentali, o meglio, della cultura giudeo-cristiana. Tutta la materia dell’Universo, raccolta in un punto, analogamente allo “spazio potenziale”, seconda fase dello zero, e il Big Bang, inizio dell’espansione dell’Universo – terza fase, la “Natura innocente”. Sulla prima fase, cioè su ciò che c’era PRIMA del Big Bang, ai fisici materialisti era difficile pronunciarsi, poiché il concetto di “caos” non può avere una definizione rigorosa.
Nel frattempo, a noi dovrebbe essere ormai chiaro che il fattore che determinò l’insorgere della struttura nel caos primordiale, cioè ciò che provocò la diminuzione dell’entropia dell’Universo, è piuttosto “esterno” che “interno”, se si guarda la questione dal punto di vista dei teosofi e dei fisici, poiché proviene dalla coscienza umana, non dell’Universo: in parole povere, come pensiamo, così sarà – o meglio, così è stato (will have been). Non a caso ripeto in ogni lezione che la storia si scrive retrospettivamente. Il tempo, infatti, è solo una delle funzioni dell’Universo, non procede in modo lineare (o almeno non sempre lineare, come vedremo in seguito), quindi il nostro pensiero può influenzare tanto il passato lineare relativo quanto il futuro… In breve, questa questione sulla definizione del caos, cioè la domanda su cosa ci fosse PRIMA del Big Bang, cioè la domanda sulla illusorietà o realtà dell’Universo, diventa puramente scolastica e perde ogni senso, simile alla famosa domanda su “quanti angeli possono stare sulla punta di un ago” – finché non troveremo risposta alla domanda su cosa sia la Verità – tra l’altro, chi ricorda cosa dice al riguardo il libro del Dao De Jing?
Dal Vero nacque l’Uno,
Dall’Uno apparvero i Due,
Dai Due si formarono i Tre,
Dai Tre, tutte le miriadi di cose.
Quindi, la Verità sarebbe il caos?
In realtà, ovviamente, è una trappola. Semplicemente, dal punto di vista degli antichi indiani (e degli esoteristi moderni), i concetti di “esterno” e “interno” applicati al fattore che provocò la strutturazione del caos non hanno senso, poiché l’uomo è presente in Dio, così come Dio nell’uomo…
Il postulato sull’identità di Dio e dell’uomo, in una forma o nell’altra, è presente in tutte le religioni, come avremo modo di constatare più volte. Ma noi ci siamo già allontanati troppo dal tema.
Vedete quante idee e associazioni genera una singola immagine, apparentemente semplice, di una dottrina esoterica antica. Tuttavia, il punto è proprio questo: questa dottrina costituisce una delle pietre angolari del nostro odierno modo di vedere il mondo, poiché tutti coloro che si definiscono europei, americani, arabi, turchi, greci, indù, punjabi, sikh e così via, in sostanza, appartengono inizialmente a una medesima cultura, e solo gli strati successivi e le innovazioni hanno portato alla nascita di molteplici insegnamenti divergenti, ciascuno dei quali, prima di tutto, afferrava la spada per dimostrare la propria verità.
La tolleranza e la pacatezza degli indiani, spiegabili in gran parte con il principio yin, lunare-venereo della loro cultura (non a caso anche l’energia cosmica, il qi o chi, nell’interpretazione indiana, è considerata un’energia femminile – shakti), in seguito giocarono loro, naturalmente, un brutto scherzo, non permettendo di impugnare la spada contro i conquistatori, di cui la storia dell’India è piena. Tuttavia, proprio questa tolleranza e pacatezza, il rifiuto della spada come mezzo per risolvere le controversie filosofiche, crearono l’ambiente ottimale per la crescita di idee esoteriche, religiose e filosofiche senza alcun freno, che trovarono i loro seguaci e continuatori ben oltre i confini dell’India – cioè crearono ciò che oggi si chiama pluralismo.
Per gli indiani, in linea di principio, era indifferente come numerare le fasi dello sviluppo del mondo. Essi non avevano un atteggiamento così rigoroso e solenne verso la simbologia dei numeri come i cinesi o Pitagora. Tuttavia, la simbologia stessa era in linea di principio la stessa: il mondo si divide verticalmente in tre “piani” – prima il cielo, l’aria e la terra, poi il paradiso (Goloka), la terra e il regno sotterraneo (Naraka) – e in quattro direzioni del mondo (esse stesse le quattro essenze, le quattro stagioni, ecc.).
Da qui derivano numerose triadi e ancora più quaterne: la Trimurti – la triade degli dèi Brahma (il creatore), Visnù (il preservatore) e Shiva (il distruttore); il Trikarman – i tre doveri principali del brahmano (il sacrificio, lo studio dei Veda e la carità); il Tripitaka – i tre “cesti”, cioè le raccolte del canone buddista: la disciplina monastica, le istruzioni sulla fede e la dottrina religiosa; e così via. La quaterna dà la quadrupedezza e la quadrilateralità di molti dèi, i quattro strati dei Veda – il Rigveda (veda degli inni), il Samaveda (veda dei canti), lo Yajurveda (veda dei versi sacrificali) e l’Atharvaveda (veda degli incantesimi), i quattro doveri dell’uomo (purushartha) – dharma, artha, kama e moksha, di cui parleremo più avanti, e i quattro stadi della vita (ashrama) a essi collegati – discepolo, capofamiglia, eremita e santo, le quattro ere (yuga), le quattro nobili verità del buddismo e così via.
Tra queste, per noi sono importanti, in senso concettuale, i quattro purushartha, poiché da essi si compone il karma.
Prima di tutto, vorrei dissipare un errore molto diffuso. Con la parola “karma” oggi si indica di tutto: l’ereditarietà, i “debiti” che ci rimangono dalle vite passate, il dharma (ruolo), il moksha (servizio) e il kismet… Il più delle volte, si tratta proprio del kismet, cioè della sorte, del destino (dall’arabo qisma – parte), che ha valore solo per questa incarnazione e non è in alcun modo collegato alle incarnazioni passate o future.
Il karma, invece, è un concetto filosofico astratto applicato alla vita quotidiana altrettanto poco quanto il concetto di “materia” alla tavola a cui pranziamo. Nell’induismo, esso rappresenta la causalità generale, simile al concetto greco-europeo di “telos” (causa finale), per cui il normale nesso causale-effetto, per il quale si presuppone la irreversibilità nel tempo (prima viene sempre la causa, poi l’effetto), non si applica nell’ambito del karma.
Nel buddismo e nel taoismo questo è una legge impersonale di equilibrio cosmico, che tende sempre a ristabilirsi. L’uomo può violarla in qualche punto; il mondo non crollerà per questo, ma l’uomo, come si dice, farà del male a sé stesso, perché l’equilibrio tenderà a ristabilirsi e l’uomo ne pagherà le conseguenze per la sua violazione. (Nella mitologia mondiale è descritto un unico caso di una violazione così profonda di questo equilibrio che il mondo in realtà “è crollato”, ma ciò fu compiuto non da un uomo).
Dharma (sanscrito): dovere, legge, ordine della vita. “Il dharma del fuoco è bruciare, il dharma della tigre è essere feroce…” (D. Redyar, La psicologia della personalità). Nell’astrologia indiana le case che indicano il dharma di una persona sono I, V e IX.
ARTHA (sanscrito, “scopo”): attività pubblica volta all’acquisizione di benefici e ricchezza. Nell’astrologia le case di artha sono II, VI e X. Nell’avestismo — Arta o Asha (Asha-Vahishta), “Verità Suprema”, archetipo celeste di ordine e armonia.
KAMA (sanscrito): amore, desideri sensuali e passioni. Nell’astrologia indiana le case di kama sono III, VII e XI.
MOKSHA (sanscrito): liberazione dell’anima, emancipazione dai vincoli del mondo materiale, uno dei compiti più importanti della vita umana e della sua filosofia indiana. Nell’astrologia indiana le case di moksha sono IV, VIII e XII.
Le combinazioni di cinque, sette e nove come “strutture portanti” sono molto più rare. L’India, in generale, predilige i numeri pari. Molto diffusa è la combinazione di sei e, in misura minore, di otto. Della combinazione indiana di sei (esagramma) abbiamo già parlato nella lezione precedente:
Shiva (mente)
Lakshmi _ _ _/_ _ _ Sarasvati (tatto) / / (udito) / / Brahma /_ _ _ _ _ _ Vishnu (vista) / (gusto)
Kali (olfatto)
Alla combinazione di sei è legato anche il sistema dei chakra, che in sanscrito si chiama shat-chakra-nirupana, cioè “sistema dei sei chakra”, che descrive l’intero quadro del mondo indiano. Si tratta di uno schema della struttura del microcosmo e del macrocosmo, alla base di tutte le dottrine “indigene” — sia antiche che moderne.
CHAKRA (sanscrito, “cerchio, disco”): organo del corpo astrale (o eterico) dell’uomo, “trasformatore dell’energia vitale”. Nella tradizione indiana si contano sei chakra principali più uno superiore, il sovrachakra (Sahasrara). I sei chakra principali sono situati non sul (o nel) corpo fisico, ma sul corpo eterico, considerato portatore di informazioni sul corpo fisico e sugli altri corpi.
Ogni chakra possiede proprietà specifiche che si manifestano su tutti i livelli, cioè in tutti i corpi. A ogni chakra sono associati anche una divinità o un’ipostasi divina, un elemento, una mantra e una shakti. La mantra, come ricorderete, è una breve formula o preghiera, mentre la shakti in questo caso è una divinità femminile, una delle personificazioni dell’energia cosmica shakti.
Ogni chakra ha anche un proprio segno o simbolo, accompagnato da una complessa decifrazione che include diverse lettere dell’alfabeto devanagari. I sei chakra coprono tutte le 50 lettere dell’alfabeto, mentre il settimo, il più alto, il loto dai mille petali, include ogni lettera in 20 ripetizioni. Ai chakra classici appartengono (elencati dal basso verso l’alto):
1. Muladhara — a livello del coccige. Loto a quattro petali. È Brahma che si manifesta nella dea dell’amore Kama. È il chakra più basso, la cui attivazione risveglia il canale della kundalini (dal sanscrito *kundali*, “serpente”, che in India simboleggiava bellezza e forza). Attraverso questo canale l’energia vitale (Shakti) sale verso le regioni superiori della coscienza umana, affinché alla fine i principi maschile e femminile, Shiva e Shakti, si uniscano nella beatitudine cosmica. Lo yoga “integrale” moderno si occupa di esercizi volti a far fluire questa energia dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso. Elemento: terra.
2. Svadhisthana — solo a livello del pube. Loto a sei petali. Vishnu. Elemento: acqua.
3. Manipura — a livello del plesso solare. Loto a dieci petali. Shiva che si manifesta nell’immagine del dio gioveo Rudra, signore dei fulmini. Elemento: fuoco.
4. Anahata — tra i capezzoli. Loto a dodici petali. Shiva-Harikodra (Shiva nell’immagine di Vishnu e viceversa). Elemento: aria.
5. Vishuddha — a livello della tiroide. Loto a sedici petali. Sada Shiva (Shiva-Ardhanarishvara, cioè androgino). Elemento: akasha (etere, forza creatrice).
6. Ajna — leggermente sopra il naso. Loto a due petali. Param-Shiva (Shiva supremo). Elemento: linguaggio immaginario, non articolato (manas).
7. Sahasrara — sopra la sommità del capo. Loto dai mille petali. Dimora della coscienza pura di Shiva, fusione della mente individuale e universale, dei principi maschile e femminile.
Oggi gli esoterici lavorano non solo con i chakra classici, ma anche con alcuni aggiuntivi — come Akitra, Dvadasharna (Manas-chakra), Lalana e Soma-chakra e altri. Per approfondire si veda: Woodroffe, John. The Serpent Power. Madras 1918, 1958; Rajneesh, Bhagwan Shri. Meditation: The Art of Ecstasy. Rajnesh Foundation, Poona, 1977; Kapten, Yu.L. Osnovy meditatsii. San Pietroburgo, “Andreev i syny”, 1991.
L’idea di “chiusura spazio-temporale del mondo”, della ciclicità di tutte le sue manifestazioni, come abbiamo già detto, risale al “pensiero taurino”, cioè al pensiero dell’era del Toro, i cui elementi sono sopravvissuti nella cultura indiana. L’espressione di questa idea è la mandala — simbolo dell’eterno ciclo di tempi ed eventi, dell’anno solare, delle incarnazioni e delle reincarnazioni, un modello dell’Universo raffigurato come un cerchio con una croce o un quadrato inscritti, che rappresentano i punti cardinali.
Lo stesso termine indica anche i “cerchi”, cioè le sezioni del Rigveda, e alcuni altri cerchi — ad esempio, il cerchio celeste dello Zodiaco e tutto ciò che vi è correlato. Ad esempio, l’astrologo e filosofo-esoterico Dane Rudhyar ha scritto un’opera intitolata Astrological Mandala, in cui vengono fornite descrizioni figurative delle proprietà di ciascuno dei 360 gradi dello Zodiaco.
Dopo aver brevemente familiarizzato con le basi dell’esoterismo indiano, passiamo ora a considerare le tappe del suo sviluppo.
La “religione naturale” del vedantismo, fino alla metà circa dell’era dell’Ariete (VI–III secolo a.C.), viene sostituita dal brahmanesimo, che sviluppò la dottrina dell’anima universale (Brahman), del karma e della reincarnazione. In questo stesso periodo si forma il sistema delle caste, che crea una sorta di “nucleo” in una società indiana precedentemente amorfa (venereo-lunare). Questo sistema garantiva l’esoterismo (cioè, in questo caso, l’inaccessibilità ai non iniziati delle conoscenze dei Veda e dei gradi superiori di perfezionamento spirituale per le donne e i membri delle caste inferiori. Solo un brahmano poteva diventare e aveva il dovere di diventare un *sannyasi* (santo). Leggi di Manu. Mosca, “Nauka”, 1962; ristampa 1992).
Alla fine dell’era dell’Ariete, dal brahmanesimo si separarono sei insegnamenti ortodossi e un certo numero di dottrine non ortodosse:
— Vedanta: l’unica realtà esistente è il Brahman (anima universale), tutto il resto è manifestazione dell’illusione divina (maya); esposto nei Brahma-sutra di Badarayana;
— Mimamsa: l’unica realtà esistente è il mondo reale, non esiste alcuna anima universale; il mondo è governato dal karma e dalla ragione comprensibile;
(e si potrebbe discutere all’infinito se il nostro mondo sia un’illusione o no, portando prove innumerevoli, ma a un vero filosofo-esoterico è chiaro che hanno ragione sia gli uni che gli altri, perché non c’è differenza tra illusione e non-illusione, non esiste un confine tra mondo visibile e invisibile — o, più precisamente, questa differenza è irrilevante, questo confine è superabile; come sappiamo, questa idea è portata alle sue estreme conseguenze nel buddismo zen, ma anche altre filosofie insegnavano a superarlo, ognuna a modo suo…)
— Samkhya: dottrina della sofferenza e della liberazione da essa;
— Yoga: derivato dal samkhya, dottrina del perfezionamento del corpo e dello spirito. Si divide in otto gradini (*anga*):
yama | niyama | asana | kriyayoga | pranayama | pratyahara | dharana | dhyana | samadhi
Per approfondire si veda, ad esempio: Yoga-sutra di Patanjali e Vyasa-bhashya. Traduzione e commento di E. Ostrovskaya e V. Rudogo. Mosca, “Nauka”, 1992;
Per quanto riguarda lo yoga e la sua applicabilità da parte nostra, “in Occidente”, citiamo il dottor Friedrich Feuerbach — Astrologia come base della terapia, estratti pubblicati sulla rivista Nauka i religia, n. 1/94:
Il fatto stesso che l’insegnamento dello yoga stia esercitando un’influenza sempre più profonda sullo sviluppo dei popoli occidentali appare molto incoraggiante, poiché grazie ad esso la natura spirituale superiore dell’uomo può prevalere sulla sua essenza inferiore, emotiva e fisica. Tuttavia, la natura umana dell’Occidente, incline a tutte le passioni, distorce troppo spesso il vero significato di questo insegnamento: o l’uomo inizia a tormentare senza pietà e inutilmente il proprio corpo, cercando di cambiare l’egoistica direzione delle sue forze psichiche attraverso l’ascesi, o cerca di utilizzare le sue capacità psichiche per rafforzare fisicamente l’organismo. Finché gli esercizi di respirazione servono solo a rafforzare e migliorare la salute del corpo per renderlo più docile allo spirito, ciò può essere considerato del tutto giustificato; tuttavia, nella maggior parte dei casi, qui prevalgono altre motivazioni: una curiosità immatura e pericolosa verso le esperienze extrasensoriali, un’ambizione sfrenata al potere psichico e magico, ecc. In questi casi la catastrofe è inevitabile: l’irragionevole forzatura dei centri psichici e nervosi si vendica, seguita da disturbi nervosi e malattie, depressioni, psicosi; nel migliore dei casi, tutto si conclude con l’esaltazione e la “frattura” interiore.
L’esperienza dimostra che gli stessi esercizi psichici che portano una persona orientale (ad esempio un indiano o un persiano) a un brillante successo possono rivelarsi letteralmente fatali per un europeo. La ragione di ciò risiede nella differenza della costituzione innata delle varie razze, determinata dal loro sviluppo storico; in molti casi, l’organismo dell’europeo si rifiuta semplicemente di sopportare tali esercizi, come ad esempio le tecniche delle “Tattva” o gli esercizi di respirazione profonda.
Gli indiani hanno vissuto per migliaia di anni in un clima e in condizioni del tutto opposte alle nostre. Hanno sviluppato un certo tipo di pensiero, elevato a modo loro, ma che in definitiva influisce in modo diverso su determinati tipi di individui. Pertanto, per noi è vano cercare di seguire il loro percorso, che, pur conducendo le popolazioni dell’India alle vette della conoscenza occulta, è altrettanto poco adatto ai popoli occidentali quanto una dieta a base di avena per un leone.
Infine, il Vaisheshika e il Nyaya (astika-nyaya): sistemi scolastici che cercavano di racchiudere tutte le concezioni antiche e moderne in schemi rigorosi, cosa che, ovviamente, non è affatto semplice. Questi schemi, in un modo o nell’altro, derivano dallo shat-chakra nirupana, arricchendosi solo di alcune aggiunte. I dettagli possono essere trovati in qualsiasi libro di filosofia indiana.
Queste dottrine sono state come “adottate” dalla famiglia delle filosofie indiane, poiché non pretendevano di assumere il significato e il ruolo delle religioni. Invece, gli insegnamenti che ambivano a qualcosa di più, cioè che hanno dato origine a nuove religioni o sette, sono considerati “eterodossi”, cioè escono dai confini della dottrina ufficiale.
Innanzitutto, il Tantrismo (dal sanscrito *tantra* – “segreto, magia”): una serie di sette e scuole con rituali particolari, che affondano le radici negli antichi culti della fertilità. La loro caratteristica principale è l’esoterismo dei rituali, l’incompatibilità con il rituale brahmanico e la concezione dell’energia maschile e femminile. La relazione tra i sessi era considerata un atto mistico, in seguito al quale entrambi i partner acquisivano una parte dell’energia cosmica (*shakti*). Molti elementi del tantrismo sono stati adottati dal lamaismo, di cui si è parlato nella lezione precedente.
In secondo luogo, naturalmente, il Buddismo nelle sue forme originarie, l’insegnamento del principe Gautama. Il buddismo ha elaborato la dottrina del *samsara*, cioè del ciclo della nostra vita ordinaria, che include la reincarnazione e le rinascite ripetute, inevitabilmente legate alla sofferenza, e del *nirvana*, cioè dello “spegnimento della sete”, dell’abbandono delle gioie di questo mondo, della fine del ciclo della sofferenza e dell’unione con l’assoluto.
Questa dottrina è stata formulata sotto forma delle “quattro nobili verità”: 1) tutto è sofferenza; 2) la sofferenza ha una causa; 3) la sofferenza può essere eliminata; 4) esiste un percorso che porta alla cessazione della sofferenza.
Questo percorso, a sua volta, includeva quattro stadi di meditazione o “gradi di immersione religiosa”. Gli adepti che avevano raggiunto questi stadi o gradi, dopo aver completato un ciclo di vita (gli *ashrama*, vedi sopra), si dividevano anche in diversi “gradi” in base alla loro santità (vedi, ad esempio, Pischel R. *Budda, la sua vita e il suo insegnamento*. Mosca, 1911, ristampa 1991).
Allo stesso tempo, dal arsenale mistico buddista venivano eliminate sia la gamma completa delle credenze tradizionali indiane, che includevano il culto di numerose divinità e le loro manifestazioni, sia la personalità umana in quanto tale come partecipante a qualsiasi processo mondiale, poiché la condizione più importante per il raggiungimento del *nirvana* (la Salvezza) era considerata il rifiuto di qualsiasi attività finalistica (lo stesso principio del *non-agire*). Questo, tuttavia, contrastava con il sistema delle caste, che richiedeva a ogni membro della società di compiere azioni ben precise e finalizzate.
Tuttavia, dal punto di vista esoterico, il buddismo rappresentava un passo avanti, poiché la conoscenza delle leggi del mondo visibile e invisibile richiede effettivamente il rifiuto di interferire nel corso di queste leggi (il noto postulato sull’influenza dell’osservatore sull’esito dell’esperimento). Pertanto, il buddismo non ebbe grande diffusione sul suolo indiano tradizionale e all’inizio dell’era dei Pesci fu soppiantato dall’induismo – la forma più recente della religione indiana antica, che tuttavia diede origine a numerose varianti ai margini dell’area indiana.
Prima di ciò, il buddismo si divise in due grandi correnti: il Mahayana e l’Hinayana.
Il Mahayana (sanscrito “Grande Veicolo”): la corrente più diffusa del buddismo, il “Grande percorso della Salvezza”, diffuso in India, Cina, Corea e Giappone. A differenza dell’Hinayana, ritiene che la Salvezza possa essere raggiunta da chiunque segua gli insegnamenti del Buddha Shakyamuni e viva nell’amore verso il prossimo. Ha un carattere più esoterico rispetto all’Hinayana.
L’Hinayana (sanscrito *Hinayana*, “Piccolo Veicolo”): il “Piccolo percorso della Salvezza”, una corrente del buddismo meno diffusa del Mahayana, considerata tradizionalmente più antica. È diffusa in Birmania, Thailandia e Sri Lanka. Nel Hinayana, il Buddha è una figura storica, un esempio da seguire, non un Salvatore, poiché nessuno può aiutare un altro a purificarsi o a liberarsi. Per raggiungere l’illuminazione, la vita solitaria è considerata quasi obbligatoria. Ciò significa che solo pochi possono raggiungere la Salvezza.
Il Giainismo, che inizialmente rappresentava una delle sette del buddismo, oggi è una religione indipendente. Tradizionalmente, il suo primo “profeta” è considerato Mahavira, un contemporaneo più anziano del Buddha, ma le sue radici affondano nelle antiche credenze totemistiche degli abitanti dell’India (simili al lamaismo, che ha assorbito elementi della religione tibetana antica del Bön). In termini esoterici, il giainismo ha probabilmente espresso nel modo più completo l’idea della relatività di qualsiasi definizione umana dei fenomeni del macrocosmo e del microcosmo, riconoscendo che qualsiasi cosa esiste e non esiste allo stesso tempo, dipende solo da cosa si intende con questo.
Inoltre, il giainismo considera la conoscenza perfetta e la beatitudine suprema attributi indispensabili di ogni anima (individuo), mentre la loro mancata manifestazione in ogni caso particolare è il risultato della violazione della legge del karma da parte dell’individuo. L’obiettivo supremo dei giainisti era la liberazione dal peso del karma attraverso l’ascesi, il cui elemento più importante era il principio di non nuocere (*ahimsa*).
Persia
La religione dei parsi, antenati degli abitanti dell’Iran, ha radici molto antiche, cioè affonda le sue origini nei primi culti indo-iraniani animistici e totemistici. Gli antichi parsi veneravano gli elementi e le loro personificazioni: il fuoco, l’acqua, la pietra, il vento, facevano sacrifici e adoravano le divinità del sole e della luna.
Il fuoco è considerato l’elemento più potente e, in alcune teorie, il più antico degli elementi. Il fuoco purificatore, questo *Esh-Mezaref* cabalistico, corrisponde perfettamente all’obiettivo della Salvezza, poiché libera dalla corruzione. Pertanto, lo zoroastrismo, che sostituì il puro culto degli elementi e del fuoco, non poté rinunciare al culto del fuoco.
Il ZOROASTRISMO come dottrina di Zarathustra (non ci soffermeremo sui dettagli della questione riguardante la personalità di Zarathustra e il periodo della sua vita) si formò verso la fine dell’epoca dell’Ariete, cioè nel VI-V secolo a.C. In ogni caso, esso era già diffuso nello stato del re persiano Ciro (558-529 a.C.), e gli ebrei, che in quel periodo si trovavano prigionieri a Babilonia conquistata da Ciro, erano riusciti ad assimilare alcuni elementi della filosofia religiosa dello zoroastrismo. A questo stesso periodo risale anche la redazione dei primi testi dell’Avesta.
Nella Biblioteca Statale (già Lenin) è presente un’edizione dell’Avesta in lingua tedesca: Avesta. Die heiligen Buecher der Parsen. Berlino-Lipsia, Verlag De Gruyter, 1924. In russo questi testi non sono mai stati pubblicati. In linea di principio, essi non si sono nemmeno conservati integralmente: delle 21 parti che esistevano ai tempi dei Sasanidi, cioè nel Medioevo, ci sono pervenute solo quattro, e tra queste solo una (Vendidad) senza lacune e perdite. Esiste, tuttavia, una traduzione di inni scelti: Steblin-Kamenskij I.M., Avesta. Gigli scelti dal Videvdat. Mosca, 1993.
Molte cose nella visione iraniana del mondo sono simili alle concezioni degli antichi indiani: le radici sono comuni. E, sebbene le funzioni delle divinità e degli altri elementi della mitologia presso i parsi spesso si trasformino in qualcosa di diametralmente opposto rispetto agli indiani, la parentela dei loro nomi e delle loro denominazioni è evidente.
Cfr. sanscrito artha e avestico aša – legge della necessità cosmica, sanscrito Yama e avestico Yima – dio del regno sotterraneo, ma sanscrito Dēva – “dio” e avestico daēva – spirito maligno, forza distruttrice (cfr. georgiano divi).
La società e la cultura originarie degli iranici, a differenza di quelle indiane, presentano un carattere marcatamente marziano (culto del fuoco, guerre di conquista che non cessarono per secoli, “culto” della personalità invece che della sua rinuncia, e infine il Leone con la spada e il Sole nello stemma dell’odierno Iran), motivo per cui le differenze tra loro sono molteplici. Senza approfondire tutti i dettagli, evidenziamo due idee importanti non solo dal punto di vista dogmatico, ma anche filosofico; forse furono recepite dagli iranici da tribù semitiche vicine o addirittura da popolazioni dell’Africa orientale più remote: si tratta dell’idea del purgatorio e dell’idea della grazia.
Pur non affermando che entrambe queste idee siano penetrate in Iran direttamente dall’Africa, ricordo comunque l’ipotesi molto diffusa sull’origine di tutte le razze umane dal continente africano (e, tenendo conto della teoria delle Sette Razze, dal continente “nero” di Gondwana), e citerò inoltre lo scrittore iraniano Golamhossein Saedi: “La cultura swahili ha influenzato più di ogni altra i costumi e le tradizioni della popolazione della costa meridionale dell’Iran” – cit. da: Žukov A.A., Cultura, lingua e letteratura swahili. Leningrado, Università di Leningrado, 1983.
Il purgatorio, avestico Činvat (Chinvad), Činvatō-Pərəθa, poi Sirat: un ponte magico, piatto e stretto come una spada. Attraversarlo possono solo coloro che sono stati giusti e hanno servito fedelmente Dio. Quando un peccatore vi si avventura, il ponte si trasforma in una lama tagliente.
Purgatorio (lat. Purgatorium): nella mitologia monoteistica successiva – un luogo intermedio tra il paradiso e l’inferno, la “prima istanza” in cui le anime dei defunti si presentano al giudizio che valuta le loro azioni terrene. I primi accenni di questa idea risalgono già agli antichi popoli (cfr. Campi Elisi, Bardo, Bišrēst). Lo sviluppo del concetto di purgatorio ebbe luogo nell’epoca dei Pesci: il ponte Činvat degli zoroastriani, che permette il passaggio solo ai giusti, da essi derivò l’idea del “ponte sottile come un capello” nei musulmani (l’uomo da solo non può attraversarlo, deve essere trasportato dal cammello, dall’ariete o dall’asino che in vita aveva sacrificato ad Allah), e l’idea cattolica romana del purgatorio come luogo di purificazione attraverso il fuoco (ted. Fegefeuer). La disputa sul purgatorio fu una delle cause dello scisma della Chiesa universale in cattolica e ortodossa (l’Ortodossia non riconosce il purgatorio).
Grazia (gr. hárisma, lat. gratia, ebr. BERACHA, ar. Baraka); i russi moderni spesso la chiamano “bontà”, poiché il termine arcaico “grazia” per loro sembra più vicino al concetto di “sballo”, ma si tratta di un termine tecnico: si tratta del concetto esoterico più importante, che indica una speciale forza divina inviata all’uomo. Viene trasmessa all’uomo da una divinità sotto forma di emanazione o durante i sacri misteri (iniziazioni) da altri portatori di grazia, e può essere così sottratta (si pensi all’eroe persiano Afrasiab, privato della grazia dalla dea per i suoi crimini, alla deposizione e scomunica nella Chiesa cristiana, ecc.).
Nel cristianesimo, i padri della Chiesa occidentali consideravano la grazia l’unica condizione di salvezza, mentre quelli orientali, accanto ad essa, ammettevano anche il libero arbitrio (pelagiani). Negli zoroastriani, il farn (gloria) è considerato un’emanazione del fuoco divino, una “parte buona”, che indica ricompensa anche nella vita terrena – potere, ricchezza, così come la berakhah (ebr. bərūkhāh) presso gli ebrei. Nei musulmani, i portatori della grazia celeste (baraka) erano considerati i sufi e altri “pilastri della fede” (Ayatollah, sceicchi).
Il termine greco khárisma, che in antichità significava “dono degli dèi” (o agli dèi – sotto forma di sacrificio), oggi viene usato per indicare il dono del servizio a un ideale o semplicemente il talento per la comunicazione con le persone (“leader carismatico”). Nelle culture moderne, il concetto di grazia presenta delle sfumature: il fr.-ingl. grace, il ted. Gnade indicano piuttosto la “misericordia divina” (pietà, mercy, gr. to éleos), come anche nel giudaismo moderno (ebr. PĒSED, “benevolenza”, da cui il chassidismo).
Nonostante le ricerche, in nessun trattato indiano (antico o moderno) ho trovato un concetto che corrispondesse, almeno in parte, all’idea di grazia. Naturalmente, in lingue e culture diverse il suo significato varia, ma il nucleo rimane lo stesso. Presso gli indiani, a partire dai Veda fino ai lavori di Krishnamurti, esiste tutto ciò che si vuole: forza divina, prāṇa, śakti, aśima, rettitudine – tranne la grazia.
Questo perché presso gli indiani (e così è stato fino ai giorni nostri) i “portatori della forza divina” non sono individui che l’hanno meritata in un modo o nell’altro, ma tutti i membri della casta dei brahmani per diritto di nascita. Se sei anche un kshatriya (guerriero, patrizio), per quanto tu possa essere un eroe anche quaranta volte, non conoscerai mai la grazia suprema. Al contrario, anche commettendo un crimine, un “due volte nato” può perdere il titolo di brahmano, ma non perderà la sua appartenenza alla grazia suprema (cfr. i nobili decabristi, privati dei “diritti di stato”, ma che non hanno perso la nobiltà innata).
In questo senso, la separazione dello zoroastrismo dalla religione proto-vedica rappresentò un passo avanti, poiché offriva la possibilità di salvezza non solo a una ristretta cerchia di eletti, ma a chiunque avesse accettato la dottrina.
Un’altra differenza tra la visione indiana e quella persiana consiste nel riconoscimento dell’esistenza di una coppia di divinità supreme: il dio del bene Ohrmazd e il dio del male Ahriman come due principi indipendenti, ciascuno dei quali realizza i propri intenti: uno con azioni buone, l’altro con azioni malvagie. Per questo motivo, i persiani vengono spesso accusati di dualismo. Tuttavia, questo dualismo è relativo, poiché sia Ohrmazd che Ahriman sono in realtà “gemelli celesti”, figli del dio del tempo eterno e infinito – Zurvan, anche se nell’Avesta viene menzionato solo di sfuggita.
Nello zoroastrismo stesso non c’è molto esoterismo, e ciò che esiste sono per lo più elementi ereditati dalla stessa visione indo-iranica del mondo. Molto più esoterico dello zoroastrismo sono i suoi derivati – le “eresie” e le dottrine moderne (ad esempio, Così parlò Zarathustra di Nietzsche), una delle quali si rivolge direttamente a Zurvan: si tratta dello ZURVANISMO (zervanismo), dottrina del tempo infinito.
Zurvan, anche Zervan, Zruvan (pahlavi; armeno Zruam, Zruan; ingl. Zurvan, Zervan): Zurvan Akarana, “Tempo Illimitato”, dio supremo della mitologia zurvanita (Iran), personificazione non tanto del tempo, quanto del principio dell’equilibrio cosmico (la bilancia, i cui piatti sono il bene da una parte e il male dall’altra). Secondo una delle versioni, si tratta addirittura di una divinità androgina, che “non sapeva nemmeno ciò che si trovava nel suo grembo”. Viene percepito come tempo infinito, mentre il mondo è finito e destinato alla distruzione. I creatori del mondo sono i figli di Zurvan: Ohrmazd e Ahriman, ma il tempo è più potente di entrambi, cioè del bene e del male. Da qui il culto di Zurvan si diffuse in Siria, Palestina ed Egitto (Eone). Teodoro di Mopsuestia lo chiamava “Silenzioso” (gr. týchē – “sorte”, “destino”).
Fedoro di Mopsuestia (m. 425) – grande esegeta della scuola antiochena, allievo di Paolo di Samosata. Per primo fornì commentari dettagliati a tutti i libri della Bibbia e compose “risposte” a tutte le eresie. Nel 553 d.C. (al V Concilio Ecumenico) fu condannato come eretico (nestoriano) perché ammetteva in Gesù due nature, divina e umana. Scrisse l’opera “Sui magi in Persia”, di cui Fotio Patriarca (ca. 820-891) fornisce un breve riassunto.
Nel periodo tardoantico lo zervanismo si diffuse anche in Sicilia e in Siria “tra i magi”, come scrive Bartel Van-der-Waerden (La scienza risvegliata II. La nascita dell’astronomia. Mosca, “Nauka”, 1991). Tuttavia in Iran stesso i seguaci della setta zervanita furono alla fine repressi dai Sasanidi e oggi quasi non ne sono rimasti. I loro punti di vista filosofici, più vicini all’esoterismo che alla filosofia dell’”Avesta” propriamente detta, offrono ancora oggi spunti di riflessione.
Altra setta, non meno interessante dal punto di vista esoterico, furono i manichei.
Mani-Zendig, Manes figlio di Patál (trascrizione latina Manes o Mani, 216 – ca. 277): fondatore del manicheismo. Si considerava discepolo di Faridun. Apparve in Iran sotto Shapur, figlio di Ardashir (secondo re della dinastia sasanide), negò lo Zend-Avesta, per cui lui e i suoi seguaci furono soprannominati “zendig” (da cui l’arabo Zindīq, “apostata”). Si definiva successore di Buddha, Zoroastro e Cristo.
Secondo al-Balkhī, Mani fuggì dalle persecuzioni di Shapur verso la Cina, dove fondò la setta degli abakhiti. Il nipote di Shapur, Bahram, richiamò Mani in Iran promettendogli di legalizzare la sua dottrina. Mani ci credette e i manichei uscirono dalla clandestinità. Volendo agire “da re”, Bahram organizzò un dibattito religioso e Mani fu dichiarato sconfitto. Il sovrano gli propose di abiurare o morire. Mani scelse la morte. Gli scorticarono la pelle e la riempirono di paglia – “ecco perché a chiunque risulti capo degli zendig viene riempita la pelle di paglia” (Ibn al-Balkhī, “Fars-Nāma”). I seguaci di Mani furono imprigionati, mentre chi non abiurò fu giustiziato. Al-Birūnī (vedi) lo chiama Kurbīkos ibn Fattak; per i romani era Corbitius.
Il manicheismo fu una sorta di sintesi tra le dottrine persiane, sumero-babilonesi e cristiane (gnostiche). A differenza degli zervaniti e degli zoroastriani propriamente detti, i manichei erano veri dualisti: consideravano il bene e il male (luce e tenebre, dio e diavolo) due principi assoluti, autonomi e di pari dignità, presenti sia nell’Universo che nell’uomo.
Da un punto di vista moderno si trattava di un esoterismo “senza vertice”, mai giunto allo stadio della “pleroma” (pienezza) per il rifiuto di riconoscere l’Uno (l’Assoluto): la loro cosmogonia iniziava direttamente dalla dualità. Rispetto allo zervanismo era indubbiamente meno sviluppato, ma più ricco di immagini e conteneva almeno un’importante concezione a cui dovremo tornare più volte – chiamiamola provvisoriamente “La ribellione di Lucifero” (a volte indicata anche come “guerra degli dèi”).
Il suo contenuto è questo. Il male (Lucifero, Arimane, diavolo – poco importa se forza autonoma o “sfortunato 33° reparto” della Creazione, per chi abbia letto Swedenborg o visto il film) si ribellò una volta al bene, desiderando guidare l’Universo. Ci riuscì quasi, ma la sua vittoria definitiva avrebbe significato il collasso dell’Universo, per cui entrò in vigore la legge dell’equilibrio cosmico (personificata nelle mitologie giudeo-cristiane dall’arcangelo Michele), e il male fu sconfitto, scongiurando la catastrofe.
I manichei ne traevano la conclusione che Arimane, fallito nel macrocosmo, cercasse di prendersi la rivincita nel microcosmo, cioè tentasse ogni singolo uomo per privarlo dell’”immagine e somiglianza di Ormuzd”, per cui il compito dell’uomo è cercare vie per restaurare questa immagine.
I manichei predicavano anche l’ascesi e il celibato, opponendosi al culto del fuoco (zoroastrismo). Esistevano sei “Libri di Mani” in siriaco e uno in medio-persiano (parthico) (“Libro dei Giganti”, “Shapurakana” e altri), oggi perduti. Le loro dottrine trovarono poi molti seguaci sia in Oriente che in Occidente, ma loro stessi, come già detto, furono annientati.
Oggigiorno lo zoroastrismo in quanto tale ha conservato perlopiù un carattere puramente religioso, perdendo gli elementi filosofici. Non c’è da stupirsi, dato che in Iran la religione di stato è oggi l’islam sciita, mentre le comunità zoroastriane, relativamente esigue, sono sparse in tutto il mondo. Agli zoroastriani (così come ai rom) “non è mai” dato occuparsi di filosofia esoterica.
La moderna filosofia dell’”avestismo”, che sembra esistere solo nella parte europea della Russia, rappresenta invece una rielaborazione dei miti iranici antichi (le cui fonti indiane si notano quasi ovunque).
Uno di questi miti, basato su un fatto storico – la migrazione delle tribù indo-iraniche da qualche parte dal nord – e tenendo conto dell’esperienza della dottrina nazista sulla razza ariana, ha dato origine nel nostro paese a una singolare teoria sull’Artogeia.
ARTGEA: 1. Nella storiografia esoterica avestica (e in alcune altre) – il più antico continente-madre, probabilmente la culla dell’umanità (P. Globa). Nei nazionalisti europei contemporanei è la patria della razza nordica (ariana), portatrice di una cultura superiore, contrapposta alla Gondwana come culla della razza meridionale. L’incontro di queste razze avrebbe generato tutta la varietà delle culture, ma le forme superiori di cultura e civiltà sorsero là dove prevalevano gli “arctoidi”. Per approfondire si veda, ad esempio: Dugin A., Teoria iperborea (saggio di ricerca ariosofica). Mosca, 1993.
Shambhala
Se avremo ancora tempo, possiamo esaminare la leggenda di Shambhala, che ha trovato tanto largo seguito nei cuori di molti russi contemporanei.
Shambhala, Shambhala, nella letteratura occidentale anche Shangri-La (sanscr. Cambhala, ingl. Shambhala o Shangrila): secondo le credenze lamaiste, è una terra leggendaria in cui sono custoditi i più alti segreti magici del tantrismo e del buddismo. Il desiderio di impadronirsi di questi segreti è l’aspirazione appassionata del lamaismo, per cui Sh. è percepita come l’incarnazione del mondo futuro del Buddha Maitreya. Secondo la leggenda, Sh. era un regno dell’Asia centrale. Il suo re Suchandra andò nell’India meridionale per acquisire conoscenza. Dopo l’invasione musulmana dell’Asia centrale nel IX secolo, il regno di Sh. divenne invisibile agli occhi umani. Solo i cuori puri possono trovare la strada per raggiungerlo. Ma nel prossimo futuro il re Rudra Cakrin uscirà da lì con il suo esercito e il suo condottiero per instaurare sulla Terra una nuova comunità spirituale dopo una grande battaglia.
Leggende simili esistevano (o esistono) in molti popoli: il Belovod’e e la città di Kitež dei russi, in certa misura la Vineta tedesca e così via.
In realtà Shambhala è solo un egregore, un campo informativo creato esclusivamente dall’esoterismo occidentale: una sorta di sogno di una società ideale in cui entreranno solo i “migliori” tra gli “iniziati”. Tuttavia, poiché la maggior parte di coloro che in Occidente erano stati dichiarati “migliori” si sono rivelati persone piuttosto spregiudicate, questo campo informativo ha perso oggi gran parte della sua originaria chiarezza e purezza.
Nelle periferie delle civiltà tecnologiche esistono ancora comunità o addirittura intere culture (e non sono poche) che, per vari motivi, non solo conservano tratti delle epoche passate – l’era dell’Ariete, l’era del Toro o addirittura di epoche ancora più antiche –, ma hanno anche permesso a questi tratti di “sopravvivere al loro secolo”, compiendo almeno uno o addirittura diversi cicli di sviluppo “extra”.
La prima parte di questa affermazione, cioè la conservazione in esse di molte caratteristiche dell’antichità più remota, rallegra etnografi, archeologi e altri studiosi che ricostruiscono la storia delle società umane. A noi, invece, interessa maggiormente la seconda parte, che implica non tanto la ricostruzione degli elementi di sviluppo di queste società – perché, come abbiamo già constatato, ovunque sulla Terra sono stati più o meno simili – quanto piuttosto il ruolo e il posto di queste culture nella nostra vita odierna nel suo complesso e nell’ambito della filosofia esoterica in particolare.
Il ruolo e il posto di queste culture oggi ricorderebbero in molti aspetti quello degli immortali di Laputa in Swift, che vissero degnamente un’epoca umana e poi trascorsero diversi secoli in uno stato di completa demenza, o la sorte di una pianta annuale coltivata in vaso e lasciata in inverno in un ambiente riscaldato: fino a Natale assume forme bizzarre, non sue, e prima della Quaresima si esaurisce e muore — se non fosse per la potente base di queste culture, l’unica, tra tutte le altre successive, rimasta fedele già per la sua semplicità e bellezza.
Tutte queste culture simili, naturalmente, non potremmo esaminarle; ne elencherò solo alcune che risultano fondamentali per comprendere la loro importanza cruciale.
Iniziamo dalla cultura geograficamente più vicina a noi. Come è noto, al confine estremo del nostro spazio-tempo (“dai Variaghi ai Greci” e dai manuali di storia delle scuole medie) si trova l’Egitto — non a caso gli europei per secoli lo considerarono il paese civilizzato più remoto e antico. Dell’Egitto abbiamo già parlato; ora proviamo a varcare i suoi confini.
L’antico Egitto era un grande paese. Sulle carte odierne il suo territorio è suddiviso in diverse parti, le più estese delle quali sono l’Egitto propriamente detto (la parte settentrionale dell’antico Egitto) e il Sudan (la parte meridionale dell’antico Egitto).
In Sudan vivono varie tribù, e negli ultimi venti secoli vi sono accadute cose straordinarie (ad esempio, la comparsa di un messia — il mahdi, di cui forse parleremo ancora). Una di queste tribù si chiama Bambara. Si tratta di normali neri di bell’aspetto, che vivono anche in Mali e in altri paesi africani mai entrati a far parte dell’Egitto.
Per cominciare, rivolgiamoci alla cosmogonia dei bambara — naturalmente in forma abbreviata, per cogliere l’essenziale. Esposta in: Arsen’ev V.R. Звірі – боги – люди. М., 1991.
Il mondo nacque dal vuoto primordiale (cioè ancora una volta dal caos, la cui definizione non si trova da nessuna parte. Ma nel corso della nostra trattazione tenteremo comunque di definirlo). Il vuoto emise un suono, da cui scaturì il suo doppio. Dalla loro unione nacque una sostanza umida (acqua), e poi avvenne un’esplosione (! — che ne dite del Big Bang?) che generò la materia solida. Tuttavia, non si trattava ancora di terra e spazio, che non erano stati creati.
Al depositarsi della materia solida (dopo l’esplosione) emersero le cose e i loro simboli. Poi dal caos si distaccò la coscienza, che si diresse verso le cose per infondere loro vita e assegnare loro dei nomi. Fu così che nacque lo spirito attivo Yo e i 22 elementi fondamentali, dai quali derivano i suoni, i colori, le azioni e i sentimenti (non vi ricorda nulla?).
Da Yo ebbe origine la divinità Faro, “signore della parola”, che creò i sette cieli e altre divinità. Faro corrisponde all’elemento ACQUA (principio femminile, per brevità — yin), Pemba, “costruttore della Terra”, al FUOCO (yang), la progenitrice degli uomini Muso Koroni alla TERRA (yin), e lo spirito Teliko all’ARIA (yang). Questa suddivisione degli elementi secondo il principio del maschile e del femminile corrisponde, tra l’altro, alle concezioni degli induisti (brahmanesimo), dei pitagorici, dei cabalisti e dei sufi.
La somiglianza con le cosmogonie già note è indubbia, e con quella egizia spicca addirittura — soprattutto se si considera che ai 22 arcani maggiori del Tarocco viene attribuita un’origine egizia: secondo la leggenda, nelle segrete di uno dei templi dell’antico Egitto erano custodite 22 tavole d’oro, su cui, in forma di immagini simboliche, erano rappresentate tutte le conoscenze accumulate dai sacerdoti egizi. La parola muta e scompare, ma l’immagine è eterna, perciò i sacerdoti decisero di fotografare le loro conoscenze in immagini.
Sì, l’analogia è evidente. Anzi, esistono numerose leggende affascinanti sull’intreccio tra nord e sud — ad esempio, quella del battaglione romano che si perse nell’Africa tropicale e diede origine a una stirpe di berberi dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri.
Ma: la storia si scrive con il senno di poi!
Inoltre, per noi, che ci siamo addentrati nell’esoterismo e sappiamo che nell’analisi delle questioni dell’essere (cioè dei problemi del microcosmo e del macrocosmo) la legge di causa ed effetto non è applicabile, in questo e in altri casi non importa chi abbia attinto da chi: i bambara dagli egizi o gli egizi dai bambara. Entrambi hanno riflesso nelle loro concezioni la legge universale dell’equilibrio cosmico: l’Universo è strutturato così e non altrimenti, perciò la sua rappresentazione nella coscienza di qualsiasi popolo o tribù sarà simile.
Rammentiamo la legge marxista dell’unità e della lotta degli opposti o le parole di Bhagwan Shri Rajneesh, noto anche come Osho, grande maestro degli induisti russi e stranieri contemporanei. Tornando al tema dell’antica India e anticipando quello delle dottrine post-indiane moderne, si può dire che il merito di Rajneesh consiste proprio nell’aver adattato i concetti del pluralismo divino e delle idee indiane a una percezione razionalistica limitata degli europei (o, più precisamente, dell’Occidente in generale). Egli scrisse:
“Gli opposti non sono opposti. Guardate più a fondo e sentirete che sono la stessa energia” — è proprio ciò di cui abbiamo parlato in tutte le lezioni precedenti… Ricordate la disputa tra Vedanta e Mimamsa, o se il mondo sia illusione o no?
Ma torniamo alle nostre culture esotiche. I bambara, come sappiamo, vivono anche in Mali. Il Mali si trova già nell’Africa tropicale, regione dalla cultura più peculiare. Basti pensare che nella stessa fascia tropicale, ma non a nord-ovest bensì a sud-est, si trovava l’illustre stato di Monomotapa (attuale Zimbabwe e Mozambico).
Il tempo di queste culture è ciclico: “ciò che fu, sarà, e ciò che è stato fatto, sarà fatto di nuovo” (Ecclesiaste 1:9). L’uomo e l’Universo, o meglio, la società umana (la comunità) e l’Universo sono uniti, si trovano in equilibrio, e nessuno può violarlo. Per i membri di tali società “è caratteristica un’orientazione consapevole, in primo luogo, sulla precisa riproduzione dell’esperienza delle generazioni precedenti e sulla sua trasmissione ai discendenti in una forma immutabile” (V.R. Arsen’ev).
Nella tradizione scientifica moderna, tali società o culture, indipendentemente dal fatto che si trovino in Africa, Sud America o Australia, vengono definite arcaiche. E in questo gli etnologi hanno ragione: come sappiamo, ad esempio, la concezione della ciclicità dello spazio-tempo risale all’era del Toro, mentre altre concezioni risalgono a periodi ancora più remoti della storia umana.
La conservazione, o meglio, la costante riattivazione di queste concezioni ha giocato nella storia delle “società arcaiche” un ruolo altrettanto fatale quanto nella storia dell’India, come abbiamo visto nella lezione precedente. Come scrive la dottoressa Irina Timofeevna Katagoshchina (Istituto di Studi Africani dell’Accademia Russa delle Scienze), “la resilienza della tradizione ha reso i portatori della coscienza arcaica in gran parte indifesi di fronte ai rapidi mutamenti sociali che hanno investito l’Africa durante il periodo coloniale e in seguito” (Katagoshchina I.T. Rappresentazioni spazio-temporali arcaiche e progresso sociale nell’Africa tropicale. In: Spazio e tempo nelle culture arcaiche. Atti del convegno, Mosca, 1992).
Tuttavia, proprio questa “resilienza della tradizione”, fondata sulle concezioni più semplici e naturali del mondo, ha reso i portatori di queste culture resistenti a tutte le innumerevoli innovazioni della seconda metà dell’era dei Pesci, dagli insegnamenti dei predicatori musulmani e cristiani fino agli sforzi civilizzatori di capitalisti e comunisti. “La civiltà dell’Africa tropicale è sopravvissuta”, come constatò qualcuno dei nostri africanisti.
Riformulando leggermente Dmitrij Michajlovič Bondarenko, illustre africanista contemporaneo, si può dire che “ciò che per noi è sostanza, per loro è solo forma, mentre ciò che noi consideriamo forma, per un africano è sostanza”. In altre parole, un africano può indossare un completo con cravatta e parlare con voi della creatività di Kafka, ma la sera voi andrete a casa a guardare la televisione, mentre lui si trasformerà in leopardo e andrà a caccia rituale.
Perché il leopardo? Perché “noi siamo della stessa razza, tu ed io” – questo lo percepiva bene Rudyard Kipling, autore de Il libro della giungla, comprendendo che l’europeo dell’era dei Pesci aveva perso troppo il contatto con le sue origini naturali, e solo uno stress enorme può riportarlo al suo schema comportamentale originario (T. Shibutani, Psicologia sociale, Mosca, 1968). Del resto, l’idea famosa di “ritorno alla natura” nacque tra gli illuministi europei anche grazie alla “scoperta” dell’Africa…
In cosa consiste questa visione del mondo, così naturale per i portatori delle “culture arcaiche” e così felicemente dimenticata da noi?
La esamineremo prendendo come esempio i BINI (beninesi) – un popolo che abita la costa occidentale dell’Africa tropicale. Tratto da: D.M. Bondarenko, La società del Benin alla vigilia dei primi contatti con gli europei (caratteristiche stadiali e civilizzatrici), tesi di dottorato, Istituto di Africa, Mosca, 1993 (manoscritto).
L’universo veniva rappresentato dai beninesi come una serie di cerchi concentrici – mondi, i cui confini, pur ben definiti, erano permeabili. Il cerchio più esterno e ampio era l’universo, che includeva il mondo densamente popolato dagli antenati, dagli spiriti e da altre entità immateriali; al centro si trovava la comunità, di cui l’uomo faceva parte (il corpo fisico con tutti i suoi livelli), a sua volta composto da quattro mondi o cerchi: il “doppio” (corpo eterico), l’anima (corpo astrale), lo spirito (corpo mentale) e il “Sé superiore” (monade):
——————————————— / U N I V E R S O —————————————– // Mondo degli spiriti degli antenati e delle divinità ———————————- // Società (comunità) —————————- | | | | UOMO: | | | |
– anima-doppio, struttura immateriale dell’involucro fisico dell’uomo
– coscienza, pensiero, principio psichico
– ego spirituale
– super-ego
Del resto, a proposito del doppio. “Dal punto di vista dell’africano, quando una persona si addormenta sulla sua stuoia, entra in scena il suo doppio, che compie lo stesso percorso che il dormiente ha fatto nel mondo reale e svolge lo stesso lavoro… È proprio in questo doppio che risiede la personalità dell’uomo” (N.A. Ksenofontova, La personalità, la società e il tempo sociale, in: Spazio e tempo nelle culture arcaiche, atti del simposio, Mosca, 1992).
Qui riconosciamo facilmente lo schema quadripartito di suddivisione del macrocosmo e del microcosmo, oltretutto in una variante doppia, che ci restituisce di nuovo gli otto elementi già noti, la cui totalità forma un nono (non nominato, ma implicito) (Ming Tan, cfr. lezione 4). Che tutte le lingue terrestri (tribù) siano davvero provenute dall’Africa o no non ha più importanza: la riconoscibilità dello schema dimostra che ovunque operano le stesse leggi, e “le opposizioni non sono opposizioni…”
Questo schema è così semplice e privo di qualsiasi “strato culturale” che teorizza riserve e complica la questione con dettagli da poter essere una brillante illustrazione del principio di analogia, noto a noi grazie alla formulazione di Ermete Trismegisto: “Ciò che è in basso è simile a ciò che è in alto”, di cui abbiamo parlato nella prima lezione.
Non a caso gli africanisti – persone perlopiù molto accademiche, quindi lontane dal nostro approccio – sottolineano che il principio di analogia costituisce la base più importante del pensiero dei popoli dell’Africa tropicale (cfr., ad esempio: N.M. Girenko, Sociologia della tribù. Formazione della teoria sociologica e componenti principali della dinamica sociale, Mosca, 1991).
Inoltre, per i rappresentanti delle “culture arcaiche” era ed è ancora chiaro un altro concetto, altrettanto importante, che fa parte delle rappresentazioni esoteriche più significative: il cosmo non è una struttura, non è un meccanismo, non è un edificio morto, ma un organismo vivente. A chi ha letto le opere dell’Agni-yoga contemporaneo, questo concetto dovrebbe risultare familiare.
Da qui deriva la concezione della vita come valore supremo, per cui l’uccisione (persino di un animale) è il crimine più grave (ricordiamo il comandamento “non uccidere” dell’era dell’Ariete) per tutti, tranne i cacciatori, motivo per cui i cacciatori formano un gruppo sociale particolare, i cui membri devono osservare una serie di rituali complessi per evitare di turbare l’equilibrio cosmico, poiché non c’è violazione più grande del sottrarre la vita (“Ammettilo, che tagliare un capello può farlo solo chi ha creato il mondo” – Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita, Mosca, “Chudožestvennaja literatura”, 1973). Da qui derivano le numerose regole e tabù dei cacciatori, così come i rituali di identificazione del cacciatore con l’animale destinato al sacrificio (secondo le indicazioni dei Gemelli, del Cancro e del Leone): nel mondo nulla deve scomparire nel nulla, così come nulla deve apparire dal nulla, altrimenti l’equilibrio sarà turbato.
Così, tra i bambara si crede che, nell’uccidere (distruggere, violare l’integrità) un oggetto, venga sprigionata una speciale energia – “Nyama”, dannosa rispetto alla semplice energia vitale “ni” (cioè prana), in grado di influenzare negativamente le persone, l’equilibrio e l’ordine del mondo. Tuttavia, la caccia fornisce cibo agli uomini, senza la quale non si può fare; per questo il cacciatore (non un semplice cacciatore, ma un membro della casta più alta, un bramino, per tornare al tema della lezione precedente) deve assumersi la responsabilità di non diffondere questa energia sugli innocenti circostanti, altrimenti ne soffriranno tutti.
Da qui deriva un sistema sviluppato al massimo grado di “riti magici e vedici, sacrifici, rispetto dei tabù, ecc.” (D.M. Bondarenko). Nati durante l’era dell’Ariete, questi riti hanno mantenuto il loro ruolo di fattori di stabilizzazione della vita comunitaria anche nel periodo “post-ariete”. Senza considerare ora l’influenza “pesci-izzante” di mullà musulmani e padri cattolici sulla formazione della visione del mondo delle culture “arcaiche”, notiamo che la colonizzazione (ideologica) non ha portato qui alla soppressione delle antiche credenze e culti, ma anzi li ha in qualche modo rafforzati in questo ruolo.
Un esempio di ciò è il culto del VUDÙ, il cui centro è considerato il Dahomey, cioè lo stesso Benin. Vudù (Wodoo, Voodoo) è una parola di una delle lingue africane (pare l’ewe), che significa “spirito”. Durante la tratta degli schiavi, gli abitanti della costa occidentale dell’Africa tropicale vennero deportati in America settentrionale e meridionale, a Cuba e ad Haiti, dove il culto si diffuse, suscitando terrore negli europei superstiziosi.
Il culto, secondo la visione europea, è davvero molto esotico: “danze dei serpenti”, sacrifici, adorazione del grande dio guerriero Afa (Ogun) e dei suoi aiutanti sanguinari (simili a Phobos e Deimos di Marte – chiaro prodotto dell’era dell’Ariete), spiriti protettori, spiriti degli antenati, spiriti signori del cimitero, smembramento rituale dei cadaveri, e nel passato storico anche cannibalismo, e naturalmente “zombie” – forse l’unico concetto assimilato dagli europei dal “vodismo”, come lo chiamarono, ma che ancora oggi intrattiene sceneggiatori esperti e neofiti degli esperti di paranormale.
ZOMBI (ingl. zombie, dal nome di una pozione velenosa in lingua ewe): “morto vivente”, storicamente – vittima di stregoni delle tribù africane, diffuse nella zona del Dahomey (attuale Benin) e poi ad Haiti. Alla vittima veniva somministrato nel cibo un “polvere di…”, contenente tetrodotossina o un altro potente veleno, e la persona moriva di una morte apparente, quasi indistinguibile da quella reale. Dopo alcuni giorni il “morto” veniva resuscitato e, perdendo completamente la volontà (la coscienza), si sottometteva alla volontà dello stregone. Di solito gli zombie dopo questo vivevano poco. Sono noti casi di guarigione (riacquisto della coscienza), ma sono molto rari. Oggi con questo termine si indicano persone “possedute da forze soprannaturali”, cioè che hanno perso la volontà personale e sono sottomesse agli ordini di qualcuno. Per approfondire cfr., ad esempio: A. Malenkov, U. Sarbaš, Qual è il segreto degli zombie?, “Nauka i žizn’”, n. 7/1989, p. 91.
Tuttavia anche questo culto non è altro che l’espressione della stessa visione “taurica”, arcaica del mondo, per una migliore comprensione e memorizzazione della quale vennero creati i riti e le cerimonie. Come scrive lo stesso D.M. Bondarenko, il comportamento rituale per gli africani era semplicemente “un modo attivo di influenzare il corso degli eventi — in fin dei conti, forse davvero ‘tutto è nelle mani delle divinità e degli antenati’? Bisogna temerli, ma su di loro si può anche influire…”. Allo stesso tempo, le azioni rituali potevano effettivamente rivelarsi efficaci, poiché ci credevano non solo coloro che le compivano, ma anche tutti coloro ai quali erano destinate, a loro danno o beneficio.
L’efficacia di queste azioni, dal punto di vista dell’esoterismo moderno, si spiega anche con il fatto che, nel corso di migliaia di anni di esistenza del vodou, si è formato un potente egregore (campo informativo) dotato, tuttavia, di una sorta di “serratura codificata”: non tutti possono rivolgersi ad esso, ma solo chi possiede il codice — pensiamo alle pietre-chiave delle grotte ancestrali dell’Isola di Pasqua.
Le ricerche di Thor Heyerdahl hanno dato risultati sorprendenti perché, in primo luogo, aveva un nome “comprensibile” per l’egregore locale: Terai Mateata. In secondo luogo, gli fu consegnata, secondo tutte le formalità, una pietra-chiave, con la recitazione di un testo sacro e, sia pure simbolica, un’offerta sacrificale. In terzo luogo, gli fu assegnato un proprio aku-aku (spirito protettore) — emanazione dell’egregore. L’aku-aku, quindi, non è altro che il vodou.
La storia di Heyerdahl mostra, tra l’altro, che la “chiave” dell’egregore non è legata all’appartenenza etnica, ma a ciò che viene definito “iniziazione”, sia essa una formale iniziazione o una necessaria tappa di sviluppo interiore.
Lo stesso vale per qualsiasi altro egregore (non solo per gli “aku-aku”), ad esempio quelli legati alle arti marziali orientali.
Tuttavia, sopravvivendo di molto al suo tempo (e abbandonando il proprio spazio ancestrale), il vodou ha perso gran parte del suo nucleo esoterico, o meglio, ha smesso di svilupparlo. È rimasto nell’ambito di una religione che include credenze gradualmente inaridite e un culto ben sviluppato per la sua praticità. Tuttavia, poiché non è possibile utilizzare l’egregore di questo culto senza la “chiave”, non troverete seguaci di altre etnie, setta o addirittura circoli di appassionati di vodou, anche se negli Stati Uniti sembra possibile trovare appassionati di qualsiasi cosa. Gli spiriti-vodou sono sempre meno necessari agli uomini.
In questo senso, altri spiriti hanno avuto più fortuna: i Winti. Esiste un paese, il Suriname, ex Guiana Olandese, a nord dell’America Meridionale. Senza addentrarci in un’analisi demografica della sua popolazione multietnica, basti dire che appartiene alla cosiddetta cultura creola, che unisce elementi europei, africani, americani (indigeni) e di altre culture. Nella cultura creola, tutti questi elementi si sono “fusi” in qualcosa di nuovo, originale e di qualità in ogni ambito della vita umana, compreso l’esoterismo.
La parola Winti (Gwinti), strettamente parlando, significa “spirito” (come il vodou e l’aku-aku). Ma con questo stesso termine si indica anche la visione del mondo degli abitanti del Suriname, la loro “religione popolare” o filosofia.
Per origine, il Winti deriva dalla filosofia di vita degli africani portati in Suriname come schiavi neri. Si ritiene che il Winti permei tutto ciò che è vivo e sia composto da due elementi fondamentali: la fede e la guarigione (non il culto, come nelle culture “arcaiche”).
La prima implica che gli spiriti-winti esistano ovunque. Uno di questi spiriti può essere il tuo antenato, ma non necessariamente; può essere lo spirito di un albero o del tuo segno zodiacale. Tuttavia, il winti può possederti (“montarti”, come un cavaliere sul cavallo). Questo può essere positivo o negativo. Nel secondo caso, la persona deve rivolgersi ai propri winti affinché l’aiutino a ritrovare il proprio “io”.
Le cattive azioni, i turbamenti dell’anima, il rifiuto di sé stesso portano al fatto che la persona perde il contatto con i propri winti, senza i quali non è nulla in questo mondo. L’uomo ha violato l’equilibrio cosmico e ora deve essere guarito: ecco il senso della seconda parte della filosofia del Winti. Anche in essa esistono rituali, ma tutti sono finalizzati alla guarigione, sia del corpo che dello spirito. Nei rituali del Winti, la persona viene chiamata “Cavallo di Dio”: gli spiriti del mondo interiore ed esteriore lo possiedono costantemente, guidando i suoi sentimenti e i suoi pensieri.
Ecco come scrive al riguardo un poeta surinamese contemporaneo:
Edgar Cairo
Canzone: Ho perso l’anima
La mia voce risuona, ma dove sono io?
Sono vivo, ma dove si trova la mia anima?
Finché l’anima è pronta in qualsiasi momento
a cambiare aspetto,
a varcare la prossima soglia —
lei è viva.
Chi aiuta il pesce
a varcare la prossima soglia,
a salire sempre più in alto, diventando più forte
e trovando saggezza?
Arretrare di fronte alla soglia — ecco la morte.
Così muore il cavaliere senza cavallo.
Così muore il cavallo sulle montagne senza il suo cavaliere:
non troverà la strada per la valle.
E io sono solo. Ma chi mi aiuterà
a varcare la prossima soglia?
La guarigione si basa su metodi di “medicina popolare” noti a tutti i popoli della Terra, principalmente sull’uso di sostanze naturali e sulla psicofisioterapia. Tuttavia, mentre i rimedi popolari più semplici, la cui scelta è determinata dalle condizioni naturali di una data regione, sono noti a quasi tutti, l’applicazione di “ricette elaborate” e, soprattutto, di metodi di guarigione complessi è già una professione che richiede conoscenze ed esperienza, non solo in ambito pratico, ma anche in quello esoterico. Le persone che praticano questa professione vengono chiamate in modi diversi: guaritori, healers (ingl. Healer) o sciamani.
Noi utilizzeremo il termine “sciamano”, già entrato nel linguaggio scientifico come termine (cfr., ad esempio, A. Men’, Protoprotestant Mystics. “Nauka i Zhizn’”, n. 2/1990). È questa parola che penetrò nelle lingue europee dallo yakuto nel XVII secolo — cfr. la pièce teatrale di Caterina la Grande “Lo sciamano siberiano”. In Yakuzia arrivò attraverso la Mongolia dall’India (dal sanscrito camas — “calma, pace”).
Inizialmente, lo sciamano era, senza dubbio, un prodotto dell’era del Toro (ricordiamo la terza lezione). Il contenuto di questa “professione” non è cambiato molto in migliaia di anni, è cambiato solo il livello della sua comprensione. Lo sciamano di oggi è, di norma, una persona con una formazione medica, appartenente a un etnos-egregore (cioè alla popolazione autoctona) — un surinamese, se torniamo all’ultimo esempio, o un cinese, se parliamo di agopuntura e possiede una vera consapevolezza esoterica, vale a dire, in primo luogo, non solo conoscenza, ma una profonda percezione delle leggi del microcosmo e del macrocosmo, e, in secondo luogo, una piena consapevolezza della propria responsabilità (non si può violare l’equilibrio cosmico).
Tuttavia, se i primi due elementi sono facoltativi (lo sciamano può non avere una formazione medica o non appartenere a un determinato etnos), l’assenza del terzo elemento (consapevolezza esoterica) trasforma lo sciamano in un mago, un curandero in un brujo.
In America Latina, il termine curandero (guaritore) indica un vero sciamano, come Eduardo Calderón dell’Ecuador, descritto da Douglas Sharon nel suo libro “Il Mago dei Quattro Venti” (Sharon, Douglas. The Wizard of the Four Winds. The Free Press, New York 1978; ted. Magier der Vier Winde. Verlag Hermann Bauer KG, Freiburg in Breisgau, 1ª ed. 1987). Egli stesso dice di sé:
“Certo, lo sciamano deve essere buono… Altrimenti non può essere. Anche quando si raccolgono le piante, bisogna andare da loro con un’anima buona e loro verranno incontro. Una persona malvagia troverà solo piante malvagie… Prima di diventare un curandero, ho fatto una promessa al mio maestro: aiutare le persone senza pensare al mio interesse personale, aiutare tutti coloro che hanno bisogno di aiuto — chiunque essi siano e che vita conducano”.
Il termine brujo, senza addentrarsi in dettagli linguistici, significa “mago nero”, “stregone malvagio”.
In tutti i paesi del mondo, dalla Chukotka alla Terra del Fuoco, i principi di lavoro degli sciamani sono gli stessi. Essi utilizzano i legami esistenti tra il mondo visibile e quello invisibile (legge di similarità), influenzando questi ultimi attraverso tecniche millenarie consolidate per ristabilire l’equilibrio cosmico laddove sia stato violato.
Sul piano visibile, queste sono azioni rituali: danza, musica, preghiera, profumi, manipolazione di oggetti magici (tra l’altro, la cristianizzazione non solo ha limitato, ma anche arricchito la loro scelta: gli sciamani moderni utilizzano ora rosari, crocifissi e preghiere cristiane). Sul piano invisibile, invece, si tratta di un comportamento rituale (rispetto di determinate regole di vita e di gestione degli oggetti). Come scriveva V.R. Arsen’ev, “la magia si presenta non solo come un insieme di tecniche (strumentalismo), ma anche come un modo particolare di percepire il mondo, come una strategia a favore dell’uomo” (Arsen’ev V.R. Zveri – Bogi – Ljudi. M., 1991).
In molti rituali sciamanici, per raggiungere uno stato meditativo (trance) vengono utilizzate sostanze narcotiche, principalmente sotto forma di tinture ed estratti (bevande): kola, cica (“cactus” di San Pedro), octli (peyote) in America (da cui “octlupuk” – i bollitori di octli), che contengono rispettivamente cocaina, mescalina e daturoidi, amrita e soma in India, haoma presso i persiani, che contengono efedrina, ambrosia presso i greci, hashish presso gli arabi e così via. Tuttavia, il loro utilizzo è strettamente dosato e ammesso solo in casi specifici.
Come esempio, possiamo citare uno dei più grandi esoteristi russi dell’inizio del secolo – G.O.M. (Genrich Ottonovič Mëbius: Corso di enciclopedia dell’occultismo, San Pietroburgo, 1912): se vuoi potenziare la percezione – bevi caffè; se desideri aumentare la “resa” delle informazioni – bevi tè. Se vuoi potenziare entrambe le cose per un breve periodo – assumi alcol (“dose di impegno” – 25 g), ma “in nessun caso ripetere l’assunzione”.
Gli sciamani autentici non fanno mai mistero delle loro conoscenze: la differenza non riguarda solo i “cattivi” sciamani-brujo, ma anche i sacerdoti dei culti puramente religiosi. “Sono pronto a insegnare a chiunque lo desideri sinceramente e sia davvero motivato a imparare”, afferma lo stesso Eduardo Calderón. Altra cosa è che non tutti sono in grado di apprendere.
Per concludere, citiamo a questo proposito le parole di un altro grande esoterista dell’inizio del secolo, l’inglese G.K. Chesterton (1874-1936): “I veri mistici non nascondono i segreti, ma li rivelano. Non lasciano nulla nell’ombra, eppure il mistero rimane tale. Al contrario, il mistico dilettante non può fare a meno di un velo di mistero, sotto il quale, una volta rimosso, si trova qualcosa di del tutto banale”. Het Monster. Storia delle dottrine esoteriche. Lezione 7. Sumeria e Babilonia.
Sumeria
La Mesopotamia è una terra fertile che non a caso viene considerata la “culla delle civiltà”, almeno di quelle che sono solitamente definite avraamitiche – ebraica, cristiana e musulmana. Vengono chiamate avraamitiche perché tutte e tre queste religioni riconoscono come loro profeta e capostipite il biblico Abramo, originario, com’è noto, di Ur dei Caldei (Genesi 11:31), una città-stato dell’antica Sumeria.
In lingua semitica, questa regione è chiamata Aram-Naharaim (“Aram dei due fiumi”, in contrapposizione all’Aram Siriaco – Aramea, da cui proveniva Gesù Cristo), e in greco suona simile: Mesopotamia, “terra tra i fiumi”. Tra l’altro, entrambi i suoi fiumi, il Tigri e l’Eufrate, erano considerati due dei quattro fiumi del Paradiso.
I quattro fiumi del Paradiso sono: Chavila, Ghicon, Tigri ed Eufrate (Genesi 2:10-14). Tuttavia, esistono numerose versioni su cosa siano i primi due fiumi (ad esempio, il Nilo e il Gange). Il Paradiso stesso, di conseguenza, si trovava non lontano dal Mar Caspio (gli storici biblici arrivano persino a individuarne la posizione).
Tuttavia, i sumeri non erano semiti. Essi si definivano “teste nere” (chi è stato a Tallinn ricorderà la “Confraternita delle teste nere”, a cui appartenevano diversi edifici di rilievo. Tuttavia, non hanno nulla a che fare con i sumeri). Se si considera la Teoria delle Sette Razze, i sumeri appartenevano alla sesta sottorazza della Quarta Razza. Erano di pelle scura, robusti e tarchiati, e parlavano una lingua agglutinante (non flessiva come la nostra), simile allo swahili o al choctaw.
L’origine del nome Sumeria è sconosciuta. Forse deriva da uno dei nomi del dio lunare Sin (Shin). Nella Bibbia, Sumeria è chiamata “Senaar”; echi di questa radice si trovano nel sanscrito Sumero (Meru, la sacra montagna degli indiani, sulla cui cima si trovava la città di Brahma), nel nome della regina Shamira (Semiramide), e così via.
La storia della Sumeria si colloca quasi esattamente nell’era del Toro (4000-2000 a.C.). Questo basta già per comprendere l’essenza della cosmogonia “arcaica” dei sumeri, ben nota dalle lezioni passate e da altre:
Dal caos primordiale (acqua, principio femminile, la dea Nammu) emersero il cielo (fuoco, principio maschile, il dio Anu) e la terra (femminile, la dea Ki). Dopodiché, tra loro apparve l’aria (principio maschile, il dio Enlil).
Successivamente, apparvero i “dingir” – gli stessi vodun e aku-aku, cioè divinità e spiriti che governavano il mare, gli astri, i fiumi e le montagne, ogni campo e ogni casa, ogni zappa e ogni aratro (Kramer, Samuel. La storia inizia in Sumeria. Mosca, “Nauka”, 1991).
Kramer è uno studioso scrupoloso che ha raccolto e analizzato tutti i dati disponibili sulla Sumeria. Tuttavia, dal modo in cui scrive e da ciò che evita di menzionare, si deduce che anche lui non era libero da “impostazioni ideologiche” e quindi eliminava senza pietà tutto ciò che ricordava, anche solo vagamente, l’esoterismo.
In seguito, ci furono diversi tentativi di creare l’uomo (con l’argilla): diversi dei gareggiarono in questa impresa, ma senza successo: ne uscivano creature deformi, asessuate o senza intelletto… Un parallelo interessante con i miti maya (Popol Vuh, Mosca, 1959, ristampa 1993), così come con la Teoria delle Sette Razze.
Gli spiriti-dingir erano sia buoni che cattivi: alcuni aiutavano gli uomini, altri li ostacolavano, e alcuni, come un tempo, lo facevano a seconda delle circostanze. Pertanto, il culto si sviluppò secondo uno schema a noi noto: una combinazione di credenze e pratiche che includeva rituali per placare gli spiriti, sacrifici e, non ultimo, la guarigione.
Lo stesso Kramer riporta esempi di ricette del tutto professionali: unguenti, miscele e cataplasmi dell’epoca intorno al 2300 a.C. Si rallegra che in queste ricette non ci sia “alcuna magia o misticismo”, dimenticando che nella cultura arcaica ogni azione è già magia, e la guarigione in particolare. E ai nostri giorni, un buon medico non può non essere un mago; altrimenti, non è un buon medico.
I sumeri non conoscevano virus e batteri, e ragionavano in modo semplice: se nel mondo tutto è governato dagli spiriti, allora anche ogni malattia ha il suo spirito (ovviamente, malvagio). Gli unguenti e i cataplasmi servivano per aiutare il corpo umano a combattere la malattia, ma la cosa principale era sconfiggere lo spirito malvagio che aveva preso possesso della sua anima. Pertanto, oltre a preparare le medicine, eseguivano manipolazioni magiche su di esse, pregavano gli dei e gli spiriti buoni e scacciavano quelli cattivi. A volte realizzavano una statuetta dello “spirito della malattia” e la applicavano sulla parte malata. “In questa prospettiva – scrive Alfred Lehmann, già citato (Storia illustrata dei pregiudizi e della stregoneria. Mosca, 1900, ristampa Kiev, 1993) – la magia diventa una necessità”.
La cosa più interessante è che, dal punto di vista dell’esoterismo moderno, la situazione è esattamente la stessa. Le malattie non sono spiegate solo (e non tanto) dall’azione di virus e batteri, quanto dalla disponibilità dell’uomo ad accoglierla.
“Giudicate voi stessi – intorno a noi pullulano virus, batteri e altre creature dannose – scrive lo scrittore tedesco contemporaneo R. Rosendorfer – e spesso le persone non hanno la minima idea di igiene… Saremmo tutti morti da tempo se le malattie obbedissero alle leggi fisiche ordinarie. In realtà, invece, accade che, se una persona non vuole ammalarsi, non si ammalerà, così come non subirà un incidente se non lo desidera”.
La “volontà” (disponibilità) di una persona di ammalarsi o di subire un incidente spesso si rivela essere il risultato dei suoi pensieri malvagi, dell’ira, dell’invidia, cioè di una chiamata




