Nella fase della creazione sono caratteristici ampiezza e immediatezza, cioè la capacità della persona di percepire le cose così come accadono, senza un controllo significativo della coscienza, empatia e mancanza di critica. L’empatia è la percezione diretta dello stato di un’altra persona, delle sue parole e di tutto il contenuto psicologico, dell’intera sua psiche. Nella fase della creazione non vi è alcuna impostazione particolare della percezione, cioè la persona percepisce con occhi e orecchie spalancati tutto ciò che entra nella sfera della sua percezione, e ciò entra di solito in modo inaspettato; ama le sorprese, è predisposta a esse e le riceve spesso. Apprezza ciò che prima non esisteva e non confronta molto ciò che ha visto e sentito con ciò che sapeva in precedenza. Quando si dice che il nuovo è il vecchio ben dimenticato, per lui ciò non suona, persino il vecchio ben dimenticato è completamente dimenticato da lui e, apparendo davanti a lui, gli sembra nuovo. È proprio nella fase della creazione che fu pronunciata la celebre frase: “Non si può entrare due volte nello stesso fiume – la persona è cambiata in quel tempo e il fiume è diventato diverso”. Quando la persona si trova in questa modalità di percezione, le è facile confondere la mente, creare un’illusione, suscitare un’impressione così significativa che sia a lei stessa sia a chi ne è colpito sembrerà di aver assorbito completamente la persona.
In realtà, non è così, perché dopo poco tempo egli volterà la testa di lato, si lascerà affascinare dal prossimo spettacolo e la sua vecchia incantazione volerà via da lui come polline da un fiore, ed egli proverà una nuova incantazione. Allo stesso modo alcune persone vivono un nuovo amore: esso giunge come il primo, scacciando tutti gli altri, e all’uomo sembra di amare per la prima volta nella vita, eppure dopo poco questo stato svanisce e si rivela un nuovo oggetto, che soggettivamente appare più bello dei precedenti, ma in realtà questi precedenti esistevano? Nella fase di realizzazione della percezione, in primo luogo, è critica, e in secondo luogo, passa attraverso determinati schemi e filtri. L’uomo ha un certo obiettivo, ha certe occupazioni, ha un certo atteggiamento verso il mondo, e nell’ambito di questo obiettivo, di questa occupazione, di questa disposizione egli percepisce tutto ciò che accade, e risulta molto difficile distoglierlo da questa disposizione. Egli stesso non aspira nemmeno a questo. Qui la percezione, si può dire, è più sobria; anche se, d’altro canto, è straordinariamente ristretta e troppo pragmaticamente mirata — eppure l’uomo nota dettagli e particolari che non sono affatto visibili né nella fase di creazione né in quella di dissoluzione: la sua attenzione è quella di un professionista. Egli guarda il mondo sapendo esattamente cosa lo interessi e come sarà il successivo processo delle informazioni ricevute. Può regolare la propria attenzione in misura molto maggiore rispetto alla fase di creazione, ma questa regolazione avviene entro i limiti degli obiettivi che lo interessano e dei compiti che si è posto. Non esce da questi confini. Essa è molto controllata, e l’elemento di casualità e di caos, e persino di distrazione dell’attenzione oltre i limiti stabiliti, l’uomo cerca di ridurre al minimo.
Nella fase di dissoluzione la percezione, rispetto alla fase di realizzazione, in alcuni aspetti si amplia, in altri si restringe. Qui l’uomo cerca di vedere il destino dell’oggetto o del mondo nel suo insieme, ma entro i limiti del programma che, come sente, sta giungendo al suo compimento. Egli guarda all’inizio della storia dell’oggetto, alla sua creazione, poi a tutto il suo operato e cerca di comprendere le leggi secondo cui questo oggetto è vissuto e come sia meglio concludere la sua esistenza. Qui l’attenzione è, piuttosto, non locale, concentrata sui dettagli, ma integrata, cioè l’uomo cerca di abbracciare l’oggetto e la storia della sua vita nel complesso e trarne alcune conclusioni, alcune informazioni proprio da questa visione globale e filosofica. Si tratta di un’attenzione più elevata, più astratta, più filosofica rispetto alla fase di realizzazione. E in questo l’uomo può comprendere e sentire qualcosa che non era stato notato nelle prime due fasi.
In moltissimi casi l’attenzione della fase di dissoluzione è dogmatica, cioè l’uomo ha già tratto alcune conclusioni sull’oggetto e ora percepisce tutta la sua storia e il suo essere come una semplice illustrazione di queste conclusioni. Tutto ciò che esula dai dogmi viene semplicemente ignorato. Nel migliore dei casi, nella fase di dissoluzione l’uomo coglie sfumature e dettagli che prima gli erano inaccessibili, e qui può diventare un esteta, un fine intenditore, un gourmet che nel formaggio apprezza la qualità della muffa, nei versi ama il decadentismo e nel teatro l’estetica dell’amore omosessuale.
Domande al lettore.
Ascoltando un’altra persona, cercate sempre di rapportare il suo racconto ai vostri problemi? Ci sono temi che non hanno alcuna attinenza con la vostra vita e che vi interessano ugualmente? Siete capaci di amare in modo consapevolmente indiviso, almeno per breve tempo? Quando lavorate con concentrazione, vi dà fastidio il rumore fuori dalla finestra, le conversazioni nella stanza accanto, la musica sommessa? Sentite un cambiamento nel carattere della vostra attenzione quando si tratta di ciò che vi interessa professionalmente? Siete inclini a guardare le cose in modo filosofico? Vi piace l’ideale dello yogi indiano, distaccato dal mondo, che osserva con imparzialità il volgere delle guna, delle qualità, delle fasi del tempo? Quanto spesso la vostra percezione vi inganna? In quali situazioni questo accade più di frequente?
Idea
Qualunque cosa dicano i materialisti, l’intero mondo civilizzato e la nostra civiltà sono sorti inizialmente sotto forma di idee nella mente del creatore, e solo in seguito sono stati realizzati nella pratica e materializzati in forme concrete. Per quanto riguarda l’Universo e il mondo nel suo insieme, quasi tutte le tradizioni religiose riconoscono il mondo come secondario rispetto all’Idea Divina che lo ha generato. Non c’è da stupirsi che l’atteggiamento di una persona concreta, sia conscio che inconscio, nei confronti del tema stesso dell’idea sia molto indicativo, almeno per quanto riguarda gli archetipi che abitano la sua coscienza e guidano la sua vita.
Quali qualità una persona apprezza, quali pone al primo posto, considerando questa o quella idea, a seconda del suo archetipo?
L’archetipo della creazione apprezza innanzitutto il momento della nascita dell’idea, la sua originalità, la sua luminosità. Sotto l’influenza di questo archetipo, l’uomo percepisce l’idea in modo acritico. Diventa un suo appassionato sostenitore o la respinge immediatamente. Alla fase di creazione sono proprie qualità dell’idea come la sua incompletezza, persino la rozzezza, la genericità, la prospettiva, la possibilità di un suo ulteriore sviluppo, la freschezza, l’insolita attrattiva e il fascino. Essa attrae a sé sia questa persona che gli altri, e costringe a lavorare per sé, a servirla, a volte richiede persino il sacrificio di tutta la vita di una persona, e questo non la ferma. In questa fase l’idea supera la passività, getta una luce vivida sul futuro. Qui essa non è ancora svelata, appare come il seme primario di una futura manifestazione, e per questo contiene necessariamente un enigma o un mistero da risolvere.
L’archetipo della realizzazione considera l’idea in un contesto del tutto diverso e si aspetta da essa qualità del tutto diverse. È orientato all’utilizzo dell’idea, alla sua attuazione entro i limiti di un certo programma. Se questa idea costituisce l’essenza del suo programma, allora deve già aver superato una fase di un certo sviluppo, deve essere in qualche modo suddivisa in compartimenti, la sua novità a quel punto è già svanita, la sua luminosità non è più la stessa, l’idea si è offuscata, si è materializzata e ora deve funzionare come la benzina che alimenta il processo di svelamento del mistero che si è delineato nella fase di creazione. Qui l’idea è una forza reale che arruola seguaci pronti a realizzarla (nella fase di creazione l’idea attrae molti, ma per breve tempo, e questa circostanza, dal punto di vista dell’archetipo della realizzazione, è un suo grande difetto). D’altra parte, qui l’uomo può lavorare per l’idea in misura molto maggiore, e questo lavoro sarà più concreto. Qui l’idea si dispiega, si realizza, e con essa avviene un’interazione reale e tangibile, e se nella fase di creazione ciò che l’idea dà è piuttosto l’ispirazione dell’uomo, nella fase di realizzazione egli, tramite questa idea, influisce sul mondo e lo trasforma.
L’archetipo della dissoluzione conferisce all’idea un sapore di banalità. Essa è già nota a tutti, ha già assolto per lo più al suo compito, e ora attrae solo i suoi seguaci più accaniti, che si sono abituati a essa e non notano quanto si sia indebolita, o i filosofi che iniziano a studiarla, ad analizzarne lo sviluppo dall’inizio alla fine, a indagarne l’influenza sulla realtà, e così facendo la seppelliscono definitivamente. Questa fase della vita dell’idea è spesso caratterizzata dall’espressione “Per ciò per cui si è lottato, ecco ciò che si è ottenuto”, cioè nell’idea emergono alcuni effetti collaterali negativi che inizialmente erano invisibili, nella fase di realizzazione non davano troppo fastidio, ma ora bisogna pagare per ciò che non era stato notato all’inizio, ed è questo il modo di uccidere e seppellire l’idea affinché le sue spoglie non avvelenino il mondo sottile, la noosfera, la storia.
La storia si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa, dice il proverbio popolare, che probabilmente non coglie la fase di creazione, cioè l’inizio della tragedia. La tragedia stessa appartiene alla fase di realizzazione, e la farsa che conclude il tema appartiene alla fase di dissoluzione.
In generale, l’arte in quanto tale, che raffigura simbolicamente la realtà, tende verso la fase di dissoluzione, non perché distrugga la realtà, ma nel senso che cerca in essa un significato divino superiore, che si svela proprio nella fase di dissoluzione. Per questo i temi della vita di un popolo o di singoli individui, che sono oggetto di riflessione estetica e fonte d’ispirazione per registi, scrittori e poeti, di solito si trovano nella fase di dissoluzione.
Nella fase di dissoluzione dell’idea, è caratteristico uno sguardo globale su di essa, il desiderio di comprendere le sue sfumature e il significato profondo, che si contrappone al diretto e viene considerato più sostanziale, scrutando tra le righe, la rivelazione finale del mistero, l’intuizione del nascosto, dell’interiore, del senso profondo. Dopodiché, e questo è molto importante da capire, l’idea muore; forse risorgerà in una forma del tutto inaspettata, ma di ciò che era prima non resterà quasi nulla. Tuttavia, proprio per questo “quasi” si svolge il lavoro della fase di dissoluzione.
Domanda al lettore. Cosa preferite di più: recepire le idee, svilupparle o nasconderle? Siete inclini alle parodie? Vi piacciono le parodie? Vi piace crearle voi stessi? Amate le introduzioni elaborate? Credete che le idee più recenti, quelle dei giovani, si basino sulla saggezza della tradizione? Ritenete che il novantanove per cento delle nuove idee siano sciocchezze che non superano la seria verifica del tempo?
Dio e la religiosità
La visione che l’uomo ha di Dio e la natura della sua religiosità sono influenzate in modo significativo dall’accentuazione inconscia degli archetipi della creazione, dell’attuazione e della dissoluzione presenti nell’individuo. Anzi, se una persona non crede in Dio, ha comunque una qualche visione sull’evoluzione del mondo, e analizzando e studiando queste convinzioni si può comprendere quale sia la sua accentuazione inconscia delle modalità temporali.
A un livello inferiore, il ruolo della religiosità è giocato dalle superstizioni dell’uomo o dal suo culto verso certi idoli; osservando questi idoli dal punto di vista della modalità con cui vengono percepiti dall’individuo e delle loro stesse modalità, si può dire molto sulle tendenze della sua sfera inconscia.
Alla modalità della creazione corrisponde un Dio percepito come Creatore del mondo, Protettore di tutti i processi creativi. Dal punto di vista della responsabilità, una persona con una forte accentuazione della fase di creazione tende a credere che il compito di Dio fosse quello di creare il mondo e l’uomo, mentre il principale lavoro di mantenimento dell’ordine nel mondo spetta all’essere umano. Questo tipo di posizione rivela, a livello cosciente, la priorità della fase di creazione, cioè l’uomo riconosce a Dio ciò che egli stesso non è in grado di fare, ma la priorità inconscia, ovviamente, è attribuita alla fase di attuazione — qualsiasi psicologo lo comprende facilmente.
Nella religiosità della fase di creazione, l’attenzione principale dell’individuo si concentra sull’atto della Rivelazione divina, cioè su situazioni in cui Dio trasmette direttamente, senza intermediari, la sua volontà, i suoi pensieri, le sue emozioni, persino la sua ira, all’uomo. Questa rivelazione non può essere compresa attraverso il lavoro umano, cioè non può essere recepita nella modalità di attuazione, ed è come la principale fonte di creatività e ispirazione creativa nella vita dell’uomo. E questa Rivelazione divina non viene percepita come una guida dettagliata per la vita: lo sviluppo spetta all’uomo, mentre da Dio gli giunge solo l’impulso primario, il nucleo delle future trasformazioni, dei futuri programmi che l’individuo deve realizzare dentro di sé o al di fuori di sé.
La fede sotto l’archetipo della creazione è spesso gioiosa, vitale e affermatrice della vita. È la fede che, nel momento difficile della vita di una persona, quando sembra che nulla possa aiutarla, il Signore interverrà direttamente e la salverà dalla rovina, oppure le darà una fonte radicalmente nuova di forza, coraggio, aprirà nuove vie di sviluppo che la persona non avrebbe nemmeno potuto immaginare esistessero.
Nella fase di creazione, Dio appare come una fonte inesauribile di creatività, di beni, di amore e di cura che non richiede nulla in cambio, e talvolta anche di punizione, incomprensibile e che non necessita di essere compresa. Dio è incomprensibile e spontaneo. L’uomo può udirLo, vederLo, sentirLo, ma Dio non richiede in cambio alcun feedback, cioè alcuna azione da parte dell’uomo. Il pentimento qui viene spesso percepito come una formalità, e la persona non vi investe un grande contenuto emotivo. Egli crede che Dio lo educhi come un bambino, senza pretendere una particolare obbedienza, e nei casi in cui si distrae, Dio stesso si preoccupa di attirare la sua attenzione, trovando modi per riportarlo all’oggetto giusto.
La religiosità nella fase di creazione è, di norma, spontanea, cioè sorge in un certo momento e altrettanto rapidamente scompare, e la persona lo considera normale. Essa procede senza confini né condizioni, e l’individuo non si appesantisce con il peso del servire un unico e medesimo Dio: oggi prega, domani pecca, domani serve un altro Dio, distruggendo il precedente come un idolo inutile. Per lui, nel sentimento religioso, sono estremamente importanti la novità, la freschezza, i nuovi toni emotivi. Questo non significa che una persona la cui religiosità si trova nella fase di creazione sia un credente cattivo. Può avere una fede molto forte, ma la sua esperienza interiore di Dio deve sempre essere nuova e fresca, altrimenti la sua religiosità svanisce e scompare.
Dio nella modalità di attuazione sostiene la vita dell’Universo. Egli non è lassù nel cielo, è molto più pratico, tiene conto della vita concreta dell’uomo, con Lui si può entrare in dialogo, chiedere aiuto e sostegno per ciò che l’uomo sta facendo in quel momento. Il Dio della fase di attuazione è quasi alla pari con l’uomo — a differenza del Dio della creazione e del Dio della dissoluzione. Con Lui si può contrattare, Lo si può disobbedire, aspettandosi la Sua ira limitata; se Egli punisce una persona, presto può perdonarla, possiede qualità e emozioni umane e un’etica accessibile all’uomo, che mira principalmente a regolare le relazioni tra l’uomo e il mondo. Questo Dio sostiene l’equilibrio del mondo e sostiene l’uomo nei suoi rapporti con esso, assegnandogli un posto specifico nella vita, una nicchia ecologica, come si dice oggi, e gli offre la possibilità di esistervi, limitando il mondo nella sua aggressività verso l’uomo, ma senza inondarlo di doni che non potrebbe assimilare, interiorizzare e restituire al mondo.
Questo Dio è il Dio dell’equilibrio, a volte severo, ma perlopiù giusto giudice. A Lui si rivolgono e pregano tutti i professionisti, indipendentemente dalla loro religiosità nominale, cioè consapevole. Nella fase di attuazione, Dio viene spesso concepito dall’uomo come una legge superiore che governa il mondo e ne sostiene l’esistenza. Non è tanto necessario amarlo, quanto servirLo e ubbidirGli, comprendere le Sue leggi e osservarle. Allo stesso tempo, Egli lascia all’uomo un grande spazio per la creatività entro i limiti del servire i propri programmi. Il Dio dell’attuazione è comprensibile solo in parte — non in sé stesso, ma attraverso i Suoi attributi. Prima di tutto attraverso le Sue leggi, tra cui la più importante è la legge dell’equilibrio tra mondo e uomo. Questo Dio si prende cura dell’uomo, ma l’uomo deve prendersi cura dell’osservanza delle leggi divine, in particolare di comunicare regolarmente a Dio il proprio stato d’animo, i piani e le attività, ma anche di ascoltare attentamente le Sue indicazioni e osservarle.
Qui la religiosità viene percepita come un legame tra l’uomo e Dio, in cui non sono escluse corruzione, lusinghe e altre azioni del tutto umane.
Alla fase di dissoluzione corrisponde un Dio distruttore del mondo, un Dio purificatore del mondo, un Dio che vede il male e lo distrugge, un Dio che non è intervenuto nella fase di attuazione, ma giunge al momento della conclusione di una certa trama e emette il Suo verdetto in base alle opere, ai risultati e ai peccati di ciascun partecipante agli eventi. Questo Dio vede molto. Gli è propria una saggezza incomprensibile per l’uomo, che giunge solo con la conoscenza completa di tutto il mondo e del suo rovescio. È una saggezza in cui si scorgono il karma, cioè i nessi causali che governano il flusso degli eventi della vita, e sulla base di questa visione il Dio della fase di dissoluzione emette il Suo verdetto.
Il senso di questo verdetto non è solo il ristabilimento della giustizia, come viene intesa nella fase di attuazione, ma anche una giustizia superiore, che include la misericordia, la capacità di perdonare i peccati, di lasciarli andare senza il dovuto ritorno karmico, a condizione che la persona abbia compreso e realizzato qualcosa di fondamentale, profondo, che ha accettato, solo che è stato legato all’anima, che è stato legato all’anima. partecipazione. Tuttavia, se nella fase di dissoluzione, ad esempio in preparazione alla morte, una persona ottiene una profondità di visione e consapevolezza, allora le viene in aiuto il Dio della fase di dissoluzione e le sue sensazioni e esperienze pre-morte e il destino post-morte possono obbedire a una logica del tutto diversa da quella che si osserva nella fase di creazione e da quella propria della fase di attuazione.
Dio nella fase di dissoluzione percepisce tutto ciò che esiste nel mondo, è multiforme, gli è propria la pienezza, non è affascinato dal mondo manifesto e dai processi che in esso avvengono, non sottopone l’ecologia umana, le idee di prosperità, sviluppo, autorealizzazione, ma traccia bilanci generali e offre all’essere umano una visione sostanzialmente più completa e profonda. A un livello basso, si tratta di un Dio di distruzione grezza, che si sostituisce ai fenomeni distruttivi della natura — uragani, tifoni, terremoti, incidenti che annientano la vita umana o spezzano radicalmente le sue trame e i suoi valori fondamentali. A un livello elevato, è un Dio che pulisce con precisione e delicatezza la vita dell’umanità nel suo complesso, così come la visione del mondo e la percezione del singolo individuo, utilizzando metodi sottili e distruggendo rituali consolidati, tradizioni e convinzioni che sembrano incrollabili, benché da tempo obsolete.
Dio nella fase di dissoluzione va temuto nel futuro, prevedere la Sua ira o la Sua vendetta imminente. È la sottigliezza più sottile, un senso invisibile e appena percepibile, il risultato finale dello sviluppo, il luogo in cui l’anima giunge dopo lunghe peregrinazioni nei mondi manifesti.
La religiosità della fase di dissoluzione si concentra spesso sulla vita dopo la morte, sulla purificazione dalla corruzione mondana, sull’espiazione dei peccati, forse molto antichi, sulla cancellazione delle colpe, sui digiuni e su altre severe pratiche di purificazione fisica, ciò che nel Medioevo veniva chiamato mortificazione della carne.
Domande al lettore.
Come pensate che il senso dell’umorismo abbia origine divina? Sentite in voi il principio creativo, che è proprio di Dio? Avvertite Dio come custode del rituale? Vi è vicina l’idea dell’incarnazione umana di Dio, quando l’umanità perde ideali e valori eterni? Ritenete che la giustizia comprensibile all’essere umano sia la caratteristica principale di Dio? O, al contrario, considerate la giustizia divina incomprensibile alla mente umana a causa dei suoi limiti? Preferite pregare secondo un rituale standard, attenendovi a testi noti, o parlate con Dio con parole vostre? Perché nella vostra religiosità attribuite maggiore importanza — alla vostra confessione dinanzi a Dio o all’ascolto attento delle Sue parole, della Sua volontà o all’adempimento di questa volontà?
Reincarnazione, karma e immortalità dell’anima
L’influenza dell’archetipo della creazione si manifesta nel fatto che l’essere umano, per dirla francamente, non si preoccupa molto del tema dell’immortalità della sua anima. Per lui è più importante che la sua anima si sia incarnata qui e ora, in queste circostanze, che suscitano il suo maggiore interesse. Se accetta la concezione dell’incarnazione, i passati vissuti con i loro vincoli karmici esistono come qualcosa di separato dalla sua vita, in uno spazio a parte, e gli piombano addosso come una sorpresa inaspettata. Tuttavia, la sua vita è già ricca di svolte e sorprese inaspettate, e non gli è del tutto chiaro come distinguere le conseguenze di un antico karma e la sua materializzazione (come si dice, la maturazione) dalle semplici svolte della sua esistenza.
È incline a percepire l’immortalità della sua anima in una prospettiva retrospettiva, ma al contrario, volgendo lo sguardo al futuro. Si mette volentieri a cucinare senza pensare a come smaltirà il risultato, sperando che ciò accada non presto, non in questa incarnazione, forse neppure nella successiva, e forse non in quella dopo ancora. Se ha una buona opinione di sé, sarà lieto di identificarsi con i Signori del karma o di considerarsi esecutore della loro volontà, ma ciò che farà non si baserà sull’ordine esistente delle cose e non sarà guidato dal passato, sia esso karmico o ordinario, ma risulterà spontaneo e incontrollato.
A un livello elevato, accade la stessa cosa, ma l’essere umano crea il suo karma futuro con una regolazione più precisa, cioè tiene conto del fatto che un giorno dovrà sciogliere i nodi karmici che sta annodando ora e predisporrà strumenti specifici per facilitarne lo scioglimento.
Spesso crede che le sue nuove incarnazioni saranno interessanti, e anche se ci saranno difficoltà, non saranno tali da farlo soffrire.
Se nella fase di creazione l’essere umano si considera principalmente come colui che annoda il karma, buono o cattivo, nella fase di realizzazione è immerso nel karma che è già maturato e che per lui è attuale. Avverte le sue incarnazioni passate, intuisce vagamente quelle future e tiene conto di entrambe, ma non è questo il suo principale interesse. Ciò che conta per lui è l’incarnazione attuale, la sua vita reale, il lavoro in essa e la possibilità di sciogliere quei nodi karmici che, al momento, ritiene più urgenti e che, nella sua posizione, è più giusto affrontare ora.
Spesso questa persona percepisce il karma nelle condizioni immediate della sua vita, nei suoi rapporti con il mondo, e vive in modo da elaborarlo e viverlo al meglio, vedendo il senso delle leggi del karma come regolatrici della vita umana nell’Universo, che dà spazio a ogni essere vivente e regola i loro rapporti reciproci, affinché il mondo nel suo complesso esista. Questo sviluppo può avere le sue fasi evolutive, svolte inaspettate, gorghi della corrente karmica, e deve affrontarli e lavorarci, lavorare e lavorare, perché non avrà un’altra opportunità così efficace, come ora, di elaborare il suo karma.
Lo sa e si comporta di conseguenza.
Trovandosi nella modalità di dissoluzione, l’essere umano guarda alla sua vita in modo retrospettivo, come risultato, forse precedente, di una catena delle sue trasformazioni, e considera ciò che accade principalmente come lo scioglimento dei nodi karmici che un tempo ha annodato — e come la possibilità di realizzare ciò che aveva elaborato in precedenza.
Per questa visione del karma è caratteristica l’umiltà, l’adempimento umile dei doveri altrui (con il pensiero che forse un tempo ha caricato altri di doveri), il desiderio di comprendere fenomeni ed eventi che vanno oltre la logica quotidiana della vita.
A questa persona sembra di essere capace di profonde conclusioni, di una sottile comprensione del destino e delle trame evolutive. Tuttavia, per lo più le vede come prossime allo scioglimento, mentre le trame che stanno nascendo, al contrario, attirano poco la sua attenzione o non gli si presentano sul cammino.
A un livello elevato, un esempio di ciò è il monaco buddista che ha una tale chiaroveggenza da essere in grado di trovare un lama reincarnato in un nuovo corpo; tuttavia, una volta trovato e identificato quel bambino come l’incarnazione di un’anima elevata, non si preoccupa di occuparsi della sua educazione, ma considera esaurita la sua missione in questo senso.
Proprio a coloro che comprendono il karma nella modalità di dissoluzione appartiene l’idea che, alla fine, completato il cerchio delle sue peregrinazioni, l’anima si affina, si libera dal peso delle preoccupazioni e degli obblighi terreni e fa ritorno a ciò che un tempo era.
A Dio. Tuttavia la persona che si trova sotto l’archetipo della dissoluzione non pensa ai dettagli concreti di questo percorso. È più preoccupata del karma che attualmente le è imposto e che deve essere rimosso, e non pensa a ciò che accadrà in seguito, a quali nodi karmici per il futuro sta ora creando; questo non rappresenta per lei l’interesse principale. Può vedere le incarnazioni passate dove le loro trame si concludono al presente, ma percepisce molto meno lo sviluppo futuro degli eventi e non è incline a dare consigli in questo ambito. Domanda al lettore. Percepite l’immortalità dell’anima come una certa previsione o, al contrario, come una straordinaria ramificazione delle vostre radici nel passato? Sentite spesso di possedere capacità che non hanno alcun legame con la vostra esperienza e le vostre realizzazioni in questa vita? In quale espiazione credete di più: attraverso il lavoro o il pentimento? Quando felicità e successo vi cadono inaspettatamente addosso, ritenete che dovrete poi elaborarli, o non ci pensate affatto? Per voi una religione priva del dogma della trasmigrazione delle anime è incompleta? È l’unica corretta? Supponete che alcune anime umane possano reincarnarsi, mentre altre ne abbiano una sola incarnazione?





