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VISHI ARCHETIPI: ESPERIENZA DI RICERCA PSICOLOGICA :: 4. Parte 3 – ARCHETIPO DIALETTICO Parte 4

Valori fondamentali I valori fondamentali di una persona, così come la sua valutazione, cambiano in modo significativo con il mutare delle modalità temporali. Spesso, però, non se ne accorge e diventa improvvisamente incoerente agli occhi degli altri. Probabilmente, lui stesso non saprebbe spiegare un simile cambiamento radicale delle sue valutazioni se non prendesse in considerazione il mutare delle corrispondenti modalità. Con il variare delle modalità cambiano anche i valori negativi, cioè ciò che la persona cerca in tutti i modi di evitare, considera negativo, inaccettabile e così via.

Nella fase di creazione, i valori tipici sono la novità, la freschezza, l’abbondanza che non richiede sforzi per essere mantenuta, ma che sopraggiunge spontaneamente o si offre alla persona. In questa fase, l’individuo ama sentirsi al centro dell’attenzione del mondo circostante e la mancanza di tale attenzione viene senz’altro annoverata tra i valori negativi. Per lui è importante che i suoi bisogni vengano soddisfatti rapidamente e senza particolari sforzi da parte sua. In se stesso apprezza la generosità, la bontà, l’altruismo, la capacità di condividere, anche se, di solito, ciò che offre sono cose di cui ha bisogno o che gli avanzano.

Le virtù di questa fase sono l’amore disinteressato e illimitato, la larghezza di vedute, la generosità, l’abbondanza che consente a ciascuno di vivere come preferisce. I valori negativi qui sono la noia, la povertà, la monotonia, il pessimismo, la mancanza di alternative, l’impossibilità di cambiare la situazione esistente.

Le cose. Tra i valori della fase di realizzazione rientrano la stabilità, la solidità, la definizione della situazione della persona nel mondo, la disponibilità di una quantità adeguata di risorse, la qualità del suo operato, la solidità dell’esistenza nel mondo, la prevedibilità degli eventi, la possibilità di gestirli entro certi limiti che garantiscono stabilità, la capacità di adempiere agli impegni che la persona si assume, l’assenza di caos e la sottomissione al mondo che si manifesta, l’espressione di sé in modo che l’ambiente circostante percepisca adeguatamente la persona, la responsabilità per ciò che si fa nel presente, cioè in un breve arco di tempo. Tra i valori negativi di questa fase rientrano: la necessità di sistemare i pasticci combinati da altri, l’incertezza della situazione, l’impossibilità di controllarla e gestirla, la necessità di cambiare bruscamente direzione e indirizzarsi verso trasformazioni radicali o chiudere il programma, la rottura di rituali abituali, l’inaffidabilità e l’irresponsabilità dell’ambiente esterno, ciò che non è proprio e che si basa su basi serie (per così dire, un ottimismo superficiale).

I valori principali della persona nella fase di dissoluzione sono generalmente di ordine superiore, più sottili di quelli della stessa situazione analizzata nella fase di realizzazione. Uno dei valori della dissoluzione è la distruzione accurata e corretta di ciò che deve essere distrutto, la cui karma è ormai giunta al termine. A livello elevato, la persona lo fa con cura, precisione ed ecologia; a livello basso, gode del semplice fatto di distruggere senza pensare al danno che arreca al mondo. Qui sono attivi i valori della visione sottile, della comprensione profonda, dell’elaborazione simbolica. Si tratta, in gran parte, di un sistema di valori artistico che supera la vita e conclude le sue trame a livello simbolico.

I valori negativi in questa fase sono gli occhiali rosa della fase di creazione, la rigidità e la limitatezza della visione della fase di realizzazione, la ritualità morta che sostiene un oggetto ormai obsoleto e da tempo condannato, la rozzezza del lavoro che, tuttavia, non viene inteso come nella fase di realizzazione. Qui è importante saper gettare via l’acqua sporca dalla vasca senza danneggiare il bambino che vi si trova dentro.

I valori della fase di dissoluzione spesso riguardano la vita di altre persone, altre situazioni per le quali la persona lavora con abnegazione, distruggendosi essa stessa, cioè sacrificandosi per qualcosa di superiore rispetto alla propria vita, così come la percepisce. Se nella fase di creazione uno dei valori principali è l’essere immediato della persona, e in quella di realizzazione il suo operato, nella fase di dissoluzione il valore principale è il sacrificio, cioè vivere per qualcosa di altro, una vita che non si sostiene da sé ma, distruggendosi, serve qualcosa di superiore a sé stessa.

Domande al lettore.

Cosa apprezzate di più nelle persone: la creatività o la prevedibilità? La affidabilità o la capacità di cambiare? Siete in grado di essere amici di una persona che rimane immutata per molti anni? Ritenete che, se una caratteristica del vostro carattere inizia a contrastare con tutta la vostra vita, sia necessario fare uno sforzo specifico per eliminarla o trasformarla, oppure lasciate che il processo segua il suo corso? Avete bisogno di una sensazione costante di novità nelle vostre relazioni con gli altri? Quanto a lungo tollerate una persona che vi è decisamente venuta a noia? Cosa apprezzate di più nelle persone: l’inventiva o la coerenza?

Responsabilità. Come intendete la responsabilità? Come intendete la responsabilità delle persone che conoscete? In quali casi ci si può fidare di loro e in quali no? Molto dipende dalle modalità con cui voi e loro definite questo concetto. Nella fase di creazione la responsabilità è condizionale, ridotta e posticipata: la persona intende che, forse, risponderà per ciò che dice e fa ora, ma non subito, bensì in un futuro lontano. Di solito queste cose non vengono dette apertamente, ma sono sottintese e dimostrate indirettamente, ad esempio con un tono leggero con cui la persona parla di una cosa o dell’altra, con atteggiamenti giocosi, con salti di argomento. Se il giorno dopo vi incontrate e gli rinfacciate qualcosa, vi risponderà: “Ma tu hai detto…”. Vi guarderà con uno sguardo stanco, come se lo stancaste molto costringendolo a spiegare l’ovvio, e risponderà qualcosa del tipo: “Sì, certo, l’ho detto, ma non l’ho detto sul serio, l’ho buttato là così, forse come un’ipotesi”. Cosa si cela dietro queste parole? Un chiaro accenno al fatto che si trovava nella modalità di creazione e quindi non si assume alcuna responsabilità né per le sue azioni né per le sue parole, e che avreste dovuto capirlo da soli. No, non avreste dovuto? Lo avete frainteso. Voi eravate nella fase di realizzazione. Nella fase di realizzazione la realtà è reale, la responsabilità è concreta, circoscritta, limitata ma incondizionata. Se ieri ho promesso di chiamarti oggi, ti chiamo oggi all’ora stabilita; se non l’ho fatto, sono in debito con te e prenderò sul serio il rimprovero che mi farai, cercando di riscattare la mia colpa. Se nella fase di creazione la responsabilità non prevede alcuna forma di espiazione in caso di violazione, nella fase di realizzazione la responsabilità implica solitamente una punizione ben precisa per la sua violazione, come previsto dal codice penale o amministrativo.

Se a una persona viene chiesto: “In fondo, sei responsabile di ciò che fai nel complesso”, potrebbe semplicemente non capire. È responsabile delle sue azioni concrete, la sua responsabilità è limitata e innegabile. Non comprende una responsabilità più ampia, sfumata o astratta, che invece viene compresa e ben compresa nella fase di dissoluzione. Nella fase di dissoluzione la persona risponde in modo completo e totale, non solo per ciò che è successo ieri, ma anche per ciò che è accaduto l’altro ieri, tre giorni fa e nelle vite passate. Sistemerà a lungo e faticosamente il pasticcio, lo sistemerà fino in fondo, poi asciugherà con la crosta dell’umiltà gli avanzi di cibo, persino il fondo bruciacchiato della pentola, e mangerà tutto questo, forse soffrendo, ma senza lamentarsi, anzi rassegnandosi interiormente al proprio destino.

D’altra parte, la responsabilità nella fase di dissoluzione non è un’estensione di quella della fase di realizzazione. Si tratta di un tipo di responsabilità completamente diverso, in cui la persona non considera violazioni specifiche e particolari, che svaniscono e diventano quasi impercettibili in una valutazione globale dell’oggetto, di tutta la sua storia e del suo sottile significato interno, che è l’unica cosa che conta per la persona e per cui risponde. Ad esempio, nella fase di dissoluzione la responsabilità per un’interazione adeguata dell’oggetto con il mondo non viene nemmeno presa in considerazione. Ovviamente, l’oggetto è in disequilibrio con il mondo; ciò che conta è che la missione dell’oggetto sia portata a termine nel complesso e nel suo aspetto più importante, più sottile e significativo: per questo la persona risponde. Spesso risponde per la colpa altrui, ma non come farebbe l’altra persona che ha commesso l’errore. Ad esempio, può chiedere scusa ai creditori di un defunto, esprimere loro il proprio sincero rammarico e, comprendendo che non otterranno di meglio, essi lo ascolteranno con gratitudine, forse con un’insoddisfazione nascosta, e porranno fine a una lunga e spiacevole storia. Allo stesso modo, un presidente può scusarsi con i familiari dei cittadini che sono morti in un incidente aereo. Ovviamente, il presidente in persona non è responsabile della caduta dell’aereo, ma in un certo senso simbolico si assume la responsabilità e chiede scusa ai familiari delle vittime, versa loro un indennizzo, assegna una pensione e così via. Tutto questo non compenserà la loro perdita in senso vitale, ma porrà fine alla trama corrispondente.

Domande al lettore.

Che tipo di responsabilità percepite più spesso in voi stessi e vi assumete: astratta, concreta o globale? Quanto spesso vi fate carico della responsabilità delle azioni altrui? Siete inclini ad assumervi la responsabilità di un’impresa che sta appena iniziando? Come reagite alla piccola irresponsabilità degli altri quando violano promesse e impegni privati?

Pensate se vi sia differenza tra il vostro comportamento sociale in questi casi e ciò che provate dentro di voi? Ritenete che la responsabilità di ordine generale sia un vaniloquio o abbia per voi un qualche senso?

Programmi e intrecci vitali
I programmi e gli intrecci vitali dell’essere umano non si sviluppano solo nel tempo. In ogni istante essi sono in qualche modo presenti nel suo mondo interiore, nella sua percezione, e dalla modalità di questa percezione dipende in modo sostanziale come egli percepisce questo programma, come vi reagisce, quali risorse vengono attivate o, al contrario, perdute. Non si deve pensare che lo stato di fatto esistente determini in modo univoco la percezione che ne ha l’individuo. In realtà, persone diverse possono reagire in modo diverso allo stesso evento oggettivamente esistente e, per questo, i metodi che sembrano molto efficaci per alcuni portano a risultati diametralmente opposti se applicati ad altri. La ragione di ciò risiede, innanzitutto, nella differenza dei loro atteggiamenti verso questo o quell’archivio privato.

Nell’ambito dell’archetipo dialettico il programma vitale viene percepito come qualcosa di espandibile, in evoluzione, che si crea, si aprono confini all’ingresso, si contraggono crediti a lungo termine e impegni di lunga durata con idee molto vaghe su come tutto ciò verrà realizzato. L’individuo prova un certo entusiasmo, come se si stesse incamminando verso un lungo viaggio. Non si deve pensare che questa fase susciti in tutti un atteggiamento inequivocabilmente positivo. Innanzitutto, per molte persone la fase della creazione significa una fase in cui sopraggiungeranno problemi ai quali non si può in alcun modo prepararsi, perché giungeranno dal lato più inaspettato. In secondo luogo, l’entusiasmo che accompagna la fase della creazione viene spesso percepito come falso, immotivato, infondato, e la stessa situazione di creazione di un nuovo programma vitale, guidata da altri archetipi, viene considerata aprioristicamente negativa. Si ritiene che non ci sia nulla di cui parlare, che non si debba fare progetti, che sia meglio aspettare la fase dell’attuazione o, ancora meglio, quella della dissoluzione, per poi vedere. Ma allora, in tutta sincerità, è già tardi. “Si contano le galline in autunno” è senz’altro vero, ma covare le uova e prendersi cura dei pulcini appena nati richiede comunque una particolare attenzione e ha un fascino del tutto assente in autunno, che promette, è vero, il fascino di una zuppa di pollo.

Quindi, l’abbondanza e l’illimitatezza delle risorse tipiche della fase della creazione vengono percepite da alcuni come un fattore che non cambierà mai, da altri come un’abbondanza di spiacevoli sorprese, di bruschi cambiamenti di destino e così via. Pochi si rapportano in modo neutrale alla fase della creazione: la maggior parte delle persone ha verso di essa un atteggiamento o chiaramente positivo o chiaramente negativo.

Al contrario, la fase dell’attuazione dei programmi vitali suscita di per sé una valutazione più sobria e tranquilla: per la maggior parte delle persone è del tutto chiaro che si tratta di una parte necessaria della vita. A qualcuno sembra noiosa, a qualcun altro, invece, nel suo fluire tranquillo, equilibrato, giusto e nell’armonia tra l’individuo e il suo programma con l’ambiente circostante, sembra risiedere il vero senso dell’esistenza. Qui le risorse sono limitate, ma sufficienti, se i bisogni dell’individuo e del suo programma sono ragionevoli. Egli cerca di renderli ragionevoli e, se a volte contrae debiti, cerca poi di restituirli. Qui si instaura, se non una statica, almeno una dinamica o ciclica, equilibrio con l’ambiente circostante, che sembra poter essere mantenuto indefinitamente a lungo.

L’atteggiamento delle persone verso queste situazioni può essere vario: per qualcuno sono noiose – spazzare ogni giorno lo stesso pavimento, asciugare il naso sempre agli stessi bambini, rifare e rifare gli stessi letti, sapendo che domani tutto si ripeterà; preparare cibo che verrà mangiato e poi i piatti torneranno a sporcarsi. Tuttavia, la filosofia orientale guarda con straordinaria attenzione a questo tipo di doveri ciclici dell’essere umano, considerandoli superiori e associati al ciclo di nascita, attuazione e dissoluzione dell’Universo.

È importante comprendere che i programmi vitali sono tali programmi che risultano comprensibili e ovvi dal punto di vista sociale, ad esempio frequentare un istituto scolastico, lavorare in una determinata azienda e così via. Esistono anche altri programmi che si sottomettono a leggi particolari, ad esempio il programma di sviluppo delle relazioni con un’altra persona, un partner. Può trattarsi di un partner lavorativo, di un amico, di un amante, di un marito, di un figlio – in ogni caso, nelle relazioni con un partner, l’individuo in certi momenti si trova nella fase della creazione, quando emergono tratti e circostanze qualitativamente nuovi, nella fase dell’attuazione, quando le relazioni procedono secondo il modo stabilito in precedenza e si elabora un tema o un altro, e nella fase della dissoluzione, quando qualcosa delle relazioni se ne va per sempre o esse si dissolvono del tutto.

Gli effetti che accompagnano la fase della creazione degli intrecci relazionali sono solitamente molto intensi. Alcuni si legano a essi e li apprezzano, dimenticando che le risorse apparentemente inesauribili di percezione reciproca, bontà, gioia e amore, quando la fase delle relazioni passa all’attuazione, diventano limitate, e allora ci si accorge che questa coppia ha un certo programma di attività esterna al quale potrebbe essere più adatta. In altre parole, la coppia riceverà dall’ambiente circostante solo l’amore che saprà dare al mondo. Molte persone non lo comprendono affatto e, quando le relazioni passano dalla fase della creazione a quella dell’attuazione, la percepiscono come un grande fallimento o un destino ingiusto che, per una ragione incomprensibile, raffredda i sentimenti appassionati tra loro.

Un effetto analogo si osserva nel passaggio dalla fase dell’attuazione a quella della dissoluzione, in cui le risorse reciproche si impoveriscono bruscamente, la coppia viene privata del necessario, le relazioni si irrigidiscono dove prima scorrevano tranquille e lisce, l’ambiente sembra introdurre sempre nuove cause di discordia, ed è il momento di guardarsi l’un l’altro con occhi diversi, di valutare il tempo trascorso insieme, di capire cosa è mancato nelle relazioni, di trarre conclusioni e separarsi, a volte lasciando il posto nella vita del partner a qualcun altro. Alcuni lo fanno volontariamente, ragionando saggiamente che non è bene occupare un posto altrui e che questa è la sorte; altri lottano disperatamente, distruggendo ciò che di buono era stato creato nelle fasi della creazione e dell’attuazione.

Tuttavia, in ogni caso, comprendere che la psicologia dell’individuo e del suo partner cambia sostanzialmente a seconda della fase attiva in un dato momento aiuta a comprendere sé stessi, il partner e la situazione in modo molto più approfondito e a orientarsi in essa in modo adeguato.

Domande al lettore
Quale momento dell’incontro con gli amici preferite di più: l’incontro, il dialogo stesso o il commiato? Quale di questi momenti vi sembra meno piacevole? Come di solito vi congedate dalle persone – lasciando aperta la possibilità di un ulteriore contatto o tagliandola? Quando terminate una relazione amorosa con un partner, rimanete suoi amici, partner distanti, acerrimi nemici o semplicemente nessuno? Quando conoscete una nuova persona, cercate subito di capire in quale ruolo entrerà nella vostra vita e come costruire con essa i rapporti? Cosa avete pensato quando per la prima volta nella vita vi hanno dichiarato il loro amore? Valutate la modalità dei vostri pensieri dal punto di vista dell’archetipo dialettico.

Come tutto il resto, anche l’etica dell’individuo dipende in modo sostanziale dalla modalità dell’archetipo che lo guida in un dato momento. In questo caso cambiano sia le basi generali dell’etica sia la sua essenza, il suo contenuto. In realtà, le persone per cui l’etica è qualcosa di unico sono molto poche. Pertanto, quando si riflette sulla propria etica o su quella altrui, ci si dovrebbe sempre porre questa domanda: come si modifica la mia (o altrui) etica con il forte attivarsi di questo o quell’archetipo privato nell’ambito dell’universale?

L’etica della fase della creazione è fondamentalmente edonistica, o si può dire che non esiste affatto. Suona così: “È bene ciò che è buono per me, ciò che mi rallegra nel momento presente. Che in quello successivo sia diverso non ha importanza. Ognuno si prenda cura di sé”. Questo tipo di sistema etico non tiene conto dell’ambiente circostante, ma l’individuo, per così dire, non si prefigge neppure questo obiettivo. Egli si trova al centro di questo mondo.Regola i tuoi rapporti con la realtà in modo che sia reciprocamente vantaggioso e reciprocamente comodo. Qui l’etica esiste, ma è secondaria rispetto alla realtà. Essa cerca di individuare le leggi fondamentali dell’esistenza del mondo e dell’uomo in esso, e, formulandole, trovare le regole ottimali di comportamento. Il principio principale che guida l’uomo in questo caso è che un comportamento ottimale per sé stesso è anche ottimale per l’ambiente circostante. In generale, questo principio, dubbio e addirittura del tutto errato nelle altre fasi temporanee, è un’approssimazione alla verità della fase di realizzazione, se lo si intende in modo ragionevole.

Nella fase di dissoluzione l’etica cambia radicalmente. Il suo principio fondamentale è: “È buono ciò che è buono per il mondo. Se in questo processo io mi distruggo, devo scegliere il modo ottimale di questa distruzione, ma in nessun caso devo preservare me stesso. È buona l’autosacrificio, è buona la rinuncia, è buono il fiorire degli altri e la saggezza che consiste nel comprendere che tutto nel mondo è effimero e che non si deve attaccarsi a nulla, e ancor meno ai propri valori e a Dio”. Il mondo, in questo caso, viene inteso in modo del tutto o almeno sufficientemente astratto, e non come nella fase di realizzazione. Qui l’uomo sviluppa un rapporto completamente diverso con l’etica.

Se nella fase di creazione si può dire che l’etica non esiste affatto, e nella fase di realizzazione essa è essenziale ma subordinata alla realtà (come a volte si dice della politica: “l’arte del possibile”), nella fase di dissoluzione l’etica è superiore alla realtà. Essa si forma, in un certo senso è il risultato, il risultato più alto, il valore più prezioso, il risultato dello sviluppo della vita dell’oggetto, quindi nella fase di dissoluzione l’uomo è spesso molto dogmatico nei casi in cui le conclusioni etiche sono già state tratte e ritiene che la vita nel suo complesso debba essere subordinata ad esse. Il livello legato allo scambio immediato con il mondo circostante, in questo caso, perde di significato, e in primo piano emerge il livello ideale, più sottile, e l’etica è una delle sue manifestazioni più luminose.

Perché non accettare i doni che il mondo ti offre e non condannarti per questo? Ritieni che l’uomo debba sempre qualcosa a qualcuno e debba sempre limitare il proprio comportamento? Sono finite le trame della vita nel tempo? Cosa consideri il valore fondamentale della vita: la gioia, il lavoro o la compassione, l’abnegazione? Quale di questi tre valori è più rappresentato nella tua vita?

Posizioni esistenziali
L’autore non descriverà posizioni esistenziali specifiche in base alle loro modalità. Al contrario, propone al lettore alcuni utili esercizi: rifletti sulle tue posizioni principali relative sia all’ordine del mondo che ai principi di comportamento, alle relazioni con gli altri, e determina in quale modalità si trovano. Appartengono alla fase di creazione, di realizzazione o di dissoluzione? (A volte è difficile da stabilire, ma nella maggior parte dei casi ci si riesce.) Dopodiché, rifletti su come apparirebbero le tue posizioni esistenziali se cambiassi la modalità temporale. Come si può fare?

Consideriamo, ad esempio, la posizione espressa dal proverbio russo “Chi si protegge, Dio lo protegge”. È evidente che appartiene principalmente alla modalità di realizzazione, cioè caratterizza la vita dell’uomo come un processo stabile. Nella fase di creazione potrebbe essere espressa così: “Chi pesca il pesce persico, tirerà su anche il luccio”. Nella fase di dissoluzione: “A chi Dio concede, questi muore in tempo”. Rifletti se queste traduzioni delle tue posizioni esistenziali in altre modalità ti soddisfano, e se no, perché? E come dovresti formulare la tua posizione esistenziale in un’altra modalità?

Tuttavia, non tutte le posizioni esistenziali sono consapevoli e possono essere formulate a parole. Come immergersi nell’inconscio? Un possibile modo è studiare la propria lingua e il proprio atteggiamento nei confronti di quelle o altre saggezze o semplicemente di riflessioni che pretendono di essere posizioni esistenziali o che sono l’espressione di posizioni esistenziali altrui espresse in diverse modalità. Se un giudizio ti soddisfa, la tua posizione corrisponde approssimativamente ad esso; se non ti soddisfa, prova a esprimerlo in un’altra modalità.

Come esercizio, l’autore propone al lettore alcuni proverbi popolari russi e invita a determinare la modalità in cui è scritto ciascuno di essi (nella maggior parte dei casi non è difficile, e in rari casi in un proverbio sono presenti due modalità, e allora si invita il lettore a individuarle entrambe), e poi provare a formularlo sotto forma di due proverbi (o di propri proverbi).

Arkan – non è uno scarafaggio, non ha denti, ma ti rode il collo.
Fuggire dal lupo e incontrare l’orso.
Senza vestiti – non senza speranza.
Al gatto bastonato bastano solo le parole.
C’era – non c’era, viveva – non viveva, sappi che è scomparso.
Guarda nella bara e accumula denaro.
Qualsiasi gazza dalla sua lingua perisce.
Nudo – oh, e dietro il nudo – Dio.
Il peccato non è una risata quando sopraggiunge la morte.
I doni dei saggi accecano.
Il maiale canta con voce diversa perché ha mangiato il pane altrui.
Un’ipotesi è meglio della ragione.
Andava dritto ed è finito nella fossa.

Opposizioni
Nella fase di creazione le opposizioni si manifestano. Qui non entrano ancora in alcun tipo di relazione – antagonista o di altro genere – e non si contraddicono a vicenda. Si limitano a dichiararsi, e la trama della loro futura interazione, del loro conflitto, appare ancora solo condizionatamente, in gran parte in modo giocoso. Allo stesso tempo, la manifestazione di ciascuna delle opposizioni può essere straordinariamente luminosa e, per l’uomo, in gran parte inaspettata.

È così che iniziano molte fiabe – improvvisamente appare il male, appare da chissà dove il Serpente Gorynych, che pretende un tributo sotto forma della figlia dello zar. Allo stesso modo, da chissà dove, appare il bene, l’eroe Ivan-tsarevich, che il destino costringe a sfidare il mostro. Questa fase, di norma, è luminosa, ma come andrà a finire e come si concluderà è del tutto incompribile, e l’interesse principale del lettore o della persona che si trova in questa trama è molto alto. Qui c’è una forte polarizzazione, una valutazione netta, tutto appare in bianco e nero.

Tra il bene e il male, come tra altre coppie di opposizioni, non c’è nulla in comune; sono assolutamente opposti.

Nella fase di realizzazione avviene un tira e molla. Le opposizioni entrano in relazione di lotta, non sono più così antagoniste, tra loro emergono alcuni tratti comuni, si scopre che l’opposizione è un rapporto dialettico, cioè esiste una situazione comune che genera sia l’una che l’altra opposizione, e loro, come si suol dire, fanno i conti tra loro. Tuttavia, la lotta tra loro è abbastanza definita, è sempre chiaro chi è da una parte e chi dall’altra, e la tensione è molto alta, anche se qui la situazione cambia qualitativamente – se nella fase di creazione le opposizioni sono separate da un muro invalicabile o ancora più distanti, cioè ciascuna si trova nel proprio mondo (ad esempio, il bene nel mondo degli angeli e il male nell’inferno), nella fase di realizzazione hanno già un rapporto diretto e si limitano a tirare in direzioni opposte. L’uomo diventa così l’arena della lotta tra bene e male, così l’allievo si trova al confine tra conoscenza e ignoranza che lo tirano in direzioni opposte.

Nella fase di dissoluzione le contraddizioni tra le opposizioni vengono in un modo o nell’altro superate. Vengono percepite come due parti di un unico processo e si rivela la loro sintesi, oppure la situazione nel suo complesso torna indietro in modo che della contrapposizione iniziale non rimanga quasi traccia. Si scopre che il male porta indirettamente beneficio, che il bene da solo non può esistere ed evolversi senza il male, che sono due punti di vista su un unico processo evolutivo, così come l’ignoranza si rivela essere un grado inferiore di conoscenza e la conoscenza un grado superiore di ignoranza. Il carnivoro si rivela essere un grado superiore rispetto al mangiatore di uomini, il vegetariano un grado superiore rispetto al carnivoro, e ancora più in alto si trova l’uomo che non mangia affatto.

Domande al lettore
Quale dei tre punti di vista descritti sopra è più vicino a te nel considerare opposizioni come vita difficile – vita facile, lode – critica, serietà – ironia (o leggerezza), Dio – diavolo, luce – tenebre? Quale delle tre modalità di considerare queste opposizioni ti risulta del tutto inaccettabile? Quale ti sembra corretta? Quale tieni per te in segreto dagli altri?

Libertà e necessità

Per ogni fase temporale sono caratteristici la propria libertà e la propria necessità, e questi due aspetti differiscono notevolmente l’uno dall’altro. Se volete comprendere un’altra persona che riflette sui limiti della propria libertà, allora prestate attenzione a quale archetipo sia per lei quello dominante.

Da un punto di vista superficiale, nella fase della creazione l’essere umano avverte una libertà massima. In realtà non percepisce limiti e non controlla lo svolgimento degli eventi: su di lui, come dal cielo, cadono doni o forse sventure che non può prevedere, non ha particolari doveri riguardo a ciò che accade e, sotto questo aspetto, è libero. Tuttavia non ha la possibilità di gestire ciò che accade, di filtrare gli eventi, e questa è la sua necessità. La sua libertà consiste nel poter rivolgere l’attenzione a suo piacimento, ma non può proteggersi dal flusso di impressioni che lo investe da ogni parte.

Un bambino può correre per tutte le stanze, gridare, disturbare gli adulti, ma se qualcuno si stanca di lui, può essere sgridato, schiaffeggiato, buttato fuori dalla stanza e, suo malgrado, deve accettare anche questo genere di influenze poco piacevoli dell’ambiente circostante.

Se parliamo del livello creativo, nella fase della creazione arrivano all’artista idee fondamentali, principi nuove rivelazioni, soluzioni, e non può regolare questo flusso né prevederlo. È libero di scegliere tra le idee che gli si presentano nella mente, ma può regolarne ben poco l’arrivo. Se gli viene in mente un pensiero o un soggetto utile – bene, ne gioisce; se non arriva, deve pazientemente aspettare che accada o accontentarsi di ciò che ha.

Nella fase dell’attuazione, a uno sguardo esterno, l’essere umano è molto meno libero: si trova in una situazione di relazione con il mondo, soggetto a un certo rituale, a regole precise del proprio comportamento e dello scambio di energia e informazioni, di beni e servizi con il mondo esterno, e deve attenersi alle condizioni dei contratti vigenti – pagare le bollette e così via. La sua libertà agisce entro i limiti di queste cornici, di questi accordi, e per molte persone proprio questa libertà è la migliore. In ogni caso, egli ha un obiettivo preciso a cui può subordinare la propria vita e le proprie azioni, e la sua libertà consiste nel portare a termine i propri compiti nel modo migliore, più efficace, forse più rapido, ma sempre rispettando i limiti imposti dal mondo esterno e dalla propria situazione interiore. Qui la qualità della libertà consiste nel fatto che l’essere umano gestisce in gran parte la propria situazione, dispone di strumenti che, da un lato, lo limitano indubbiamente, ma, dall’altro, lo liberano, e proprio questa seconda qualità gli sembra straordinariamente importante e attraente, tanto che spesso preferisce questa libertà al ricevere doni che gli piovono addosso così come arrivano.

Si può dire che, se nella fase della creazione l’essere umano siede sotto un albero in attesa che qualcosa gli cada addosso – senza poter sapere in anticipo quale frutto sarà –, nella fase dell’attuazione l’essere umano, entro i limiti del proprio reddito, fa un ordine e gli portano ciò che ha richiesto. In altre parole, ha una certa libertà nell’attuazione della propria volontà, finché questa volontà non contraddice il suo principale schema di vita.

Nella fase della dissoluzione il controllo sull’oggetto è notevolmente maggiore, è ancora più ritualizzato e formalizzato. Un tema frequente della fase della dissoluzione è il rituale che un tempo aveva senso lavorativo e prevedeva una certa libertà dell’essere umano al suo interno, ma ora questa libertà è andata perduta, rimane solo una dottrina morta dietro la quale si può solo intuire il senso che un tempo esisteva, mentre ora è praticamente perduto.

In questa fase le leggi di ciò che accade sono molto chiare, l’essere umano vi è completamente sottomesso e non può opporvisi, è massimamente non libero, a uno sguardo esterno. D’altra parte, a un livello più sottile, egli è massimamente libero: esce dai confini dello schema così come era inteso nella fase dell’attuazione, cioè dallo schema delle relazioni dell’oggetto con il mondo, di sé con il mondo, e ha la libertà di riflettervi e comprenderlo a un livello più sottile, per così dire, a un meta-livello, a un livello di astrazione superiore alle stesse rappresentazioni, e la possibilità di creatività, in particolare la scelta della via del sacrificio, del modo di offrire il sacrificio di questo oggetto. È la libertà del biografo che scrive la storia della vita di una celebrità defunta o dell’autore di un necrologio che traccia un bilancio della vita di una persona appena scomparsa.

Domande al lettore.

Quale dei tre tipi di libertà vi attrae di più – la libertà del bambino che gioca nel parco giochi, la libertà dell’adulto che realizza il proprio progetto in condizioni esterne complesse, o la libertà dell’anziano che riflette e dà senso alla propria vita?

In quali situazioni di prevedibilità vi sentite più a vostro agio: assolutamente imprevedibili, prevedibili in linea di massima, completamente prevedibili, prevedibili nei tratti principali?

Che tipo di situazione preferite:

a) completa incertezza e libertà d’azione;

b) una situazione delineata in linea di massima e che regola il contenuto e le forme principali della vostra attività, oppure

c) rituali chiaramente definiti in cui è prevista ogni singola azione?

Autoaffermazione e autorealizzazione

Per ogni essere umano esistono modalità ben precise in cui avvengono la sua autoaffermazione e la sua autorealizzazione. Se volete aumentare la sua autostima, dovete esprimervi nella modalità a lui adeguata, altrimenti l’effetto potrebbe risultare opposto. Lo stesso vale per il suo giudizio su di sé. In alcune situazioni per lui è estremamente importante ricevere lodi, in altre, al contrario, si aspetta critiche, e spesso questo è determinato proprio dalla modalità della situazione in cui si trova.

L’autoaffermazione nella fase della creazione somiglia a quella del bambino: si afferma con ogni nuovo dono ricevuto dal destino e, dopo un attimo, la sua autoaffermazione finisce e soffre finché non riceve il dono successivo. Allo stesso modo, l’autoaffermazione di una persona creativa che concepisce la creatività come la produzione di idee fondamentalmente nuove o la scoperta di soggetti radicalmente nuovi – almeno nuovi per sé – come un viaggio ai confini di terre mai esplorate prima, per questa persona l’autoaffermazione è legata alla scoperta costante di nuove prospettive, di nuove idee, all’acquisizione di nuove esperienze, e non appena questo flusso si esaurisce o diventa un po’ monotono, l’autoaffermazione finisce e la persona si assegna un voto più basso: i ricordi non la soddisfano.

La sua autorealizzazione è piuttosto contraddittoria, perché la sua stessa identità, ciò che intende con la parola “io”, cambia costantemente, e il ricordo di come si sia autorealizzato bene sei mesi fa non lo soddisfa affatto. Ora è già un’altra persona e, per la sua autorealizzazione, ha bisogno di nuove impressioni, di nuove idee e azioni che rivelino il suo “io” attuale, cioè quello che è in questo momento. Per questa persona è vitale imparare costantemente, studiare e padroneggiare qualcosa di nuovo e presentarlo al mondo come parte di sé.

L’autoaffermazione di una persona nella modalità dell’attuazione consiste più spesso nell’identificarsi con un certo oggetto o processo funzionante del mondo reale di cui la persona si assume la responsabilità. Si pone obiettivi precisi e li realizza, finendo così in una trama stabile di relazioni con il mondo esterno, porta ordine nel mondo e ottiene un posto relativamente stabile al suo interno, e allora avverte un senso di autoaffermazione. Qui, per la fase dell’attuazione, è caratteristica l’autoaffermazione nell’azione, e precisamente in un’azione che produce risultati e pone la persona in equilibrio con il mondo circostante: prende qualcosa dal mondo e dà qualcosa in cambio.

In questo caso l’autoaffermazione non è tanto legata all’intensità dei processi di scambio e di lavoro costruttivo, quanto alla loro coerenza con le qualità della persona stessa, con i suoi talenti e le sue inclinazioni naturali. La persona avverte in sé queste inclinazioni e ritiene che la loro realizzazione sia il suo lavoro nel mondo.

Dunque, se l’autorealizzazione nella fase della creazione è l’autorealizzazione sotto forma di fortunato, un capriccio del destino, e si esprime nel fatto che la persona conta quanti doni le sono caduti addosso nel corso della giornata (a un livello più alto, è il creatore che conta quante idee fortunate gli sono venute in mente nel corso della giornata), allora nella fase dell’attuazione la fortuna e la buona sorte cercano di costruire la trama delle sue relazioni con il mondo, e la sua autorealizzazione consiste nell’efficacia di questa trama e nella sua corrispondenza alle inclinazioni e ai talenti della persona.

L’autoaffermazione della persona nella fase della dissoluzione ha un carattere del tutto diverso. Qui procede attraverso il sacrificio: o la persona serve l’idea della distruzione, partecipando alla demolizione di determinati oggetti della realtà, oppure, in una fase di dissoluzione più completa, è lei stessa a distruggersi. Sacrifica ciò che ha, cercando di portare al mondo il maggior beneficio possibile e di comprendere un certo significato superiore, le sottigliezze del proprio e dell’altrui essere, che non sono visibili nella fase dell’attuazione, ma che diventano evidenti proprio qui, quando la trama dell’esistenza giunge al termine.

Un tipo di autorealizzazione nella fase della dissoluzione è l’insegnamento, quando la persona trasmette ai discepoli le proprie conoscenze e abilità, perdendone al contempo una parte di sé, il proprio potenziale, il proprio entusiasmo, il proprio amore per la materia. Qualsiasi insegnante sa che ripetere due o tre volte lo stesso corso significa distruggerlo dentro di sé. Dopo di che, bisogna o passare a un altro argomento di insegnamento o cambiare radicalmente il corso. Tuttavia, il processo stesso di distruzione della materia all’interno dell’insegnante e la trasmissione delle conoscenze agli studenti può corrispondere perfettamente al temperamento dell’espressione di sé, e in tal caso si può dire che procede sotto l’archetipo della dissoluzione.

Sotto l’archetipo della dissoluzione si colloca anche la beneficenza, il lavoro con le persone senza la speranza di migliorarne la condizione, ad esempio il lavoro nelle case di riposo, negli hospice, semplicemente negli ospedali con persone gravemente malate e morenti. Qui rientra la creazione di farse, parodie e, in senso lato, qualsiasi attività legata all’arte, cioè alla riflessione simbolica dei processi che avvengono nella realtà. Quando il processo viene riflesso nell’arte, passa dalla fase dell’attuazione a quella della dissoluzione, e l’artista, in qualità di creatore di una realtà artistica, si trova al contempo nella veste di seppellitore della realtà così come la vivono direttamente le persone.

La morte definitiva di un’epoca si riflette nei ricordi delle persone che l’hanno vissuta.

Domande al lettore. Vi è vicina l’idea di Oscar Wilde secondo cui l’opera d’arte migliore è la vita stessa di una persona? Cosa preferireste: vivere personalmente la manifestazione per strada o vederla in televisione? Come vi esprimete durante la malattia? Rispondete a questa domanda e chiedete l’opinione dei vostri cari su questo tema.

Cosa vi procura maggiore soddisfazione: quando vi vengono in mente idee inaspettate o quando riuscite a realizzarle con successo? Il vostro umore serio ostacola la vostra espressione di sé? L’umore frivolo, allegro e giocoso ostacola la vostra espressione di sé?

Punti deboli e paure

Per comprendere la paura di una persona, è necessario studiare necessariamente la modalità temporale a cui corrisponde; modificando questa modalità, potete rendere questa paura gestibile o, a volte, eliminarla del tutto senza che la persona se ne accorga. La paura tipica legata alla fase della creazione è la paura del futuro.

“Non so cosa mi aspetta, ne ho paura. Non sono sicuro di me stesso, non so come reagirò in una situazione qualitativamente nuova. Non so se riuscirò a escogitare ciò di cui avrò bisogno, poiché non sono sicuro del mio slancio creativo. Il male vecchio è sempre meglio del nuovo, almeno è noto”. Questi sono i dubbi e le paure abituali della fase della creazione. Qui bisogna credere anche quando non ci sono motivi per farlo e non si può fare affidamento sull’esperienza; bisogna saper credere in sé stessi senza avere particolari basi, affrontando nuove situazioni, aspettandosi l’imprevisto.

La paura abituale nella fase dell’attuazione è legata alla preoccupazione di non riuscire a mantenere la situazione, di uscire dai binari previsti dagli impegni: è la paura che il mondo esterno cambi atteggiamento nei confronti della persona e della sua opera, smetta di fornirle le risorse necessarie, smetta di aver bisogno della produzione che la persona offre al mondo. Inoltre, è sempre possibile l’instabilità del processo o del rituale in cui la persona si trova, che può iniziare a vacillare o addirittura a sgretolarsi; possono verificarsi circostanze che non le daranno la possibilità di realizzare il piano d’azione formulato.

A differenza della fase della creazione, dove le paure sono generalmente irrazionali, nella fase dell’attuazione la persona sa di cosa ha paura, spesso ha un nemico concreto con cui combatte, e queste battaglie fanno parte del suo stile di vita, vengono in parte ritualizzate, per esse si prepara metodicamente per lungo tempo. Quando queste battaglie avvengono, la persona subisce perdite, anche il nemico subisce perdite, entrambi traggono insegnamenti dallo scontro e continuano a prepararsi per il successivo. E la persona ha un’idea approssimativa del proprio nemico, dispone di informazioni su di esso, i suoi piani, l’intelligence riferisce sulle nuove armi che intende utilizzare, mentre i punti deboli della persona sono del tutto scoperti, li vede e cerca in qualche modo di compensarli o coprirli con toppe.

(Per la fase della creazione, al contrario, è caratteristico l’attacco improvviso di un nemico sconosciuto e la scoperta di buchi difensivi ignoti di cui la persona non aveva la minima idea.)

Cosa teme la persona nella fase della dissoluzione? Beh, almeno non la distruzione in sé. Essa avviene in questa fase in modo del tutto naturale, la persona è abituata e la accetta. Tuttavia, questa distruzione può procedere in modo troppo disarmonico, può essere legata a una scarsa comprensione della sottigliezza del senso profondo di ciò che accade e all’impossibilità di indirizzare questo processo in modo che sia utile e non dannoso per il mondo circostante, cioè in modo che sia sufficientemente ecologico.

Ad esempio, in vecchiaia è importante per una persona avere la possibilità di aiutare i propri figli e nipoti non tanto fisicamente ed economicamente, quanto con un consiglio saggio, e se questa possibilità manca, ad esempio i figli non la ascoltano o la persona anziana non ha nulla da dire loro, o i suoi ricordi sul passato non trovano nessuno che li ascolti e ne tragga importanti conclusioni per sé, è proprio questo a rappresentare per la persona più anziana il problema principale. Le malattie tipiche della vecchiaia, secondo l’autore, sono proprio la prova dei difetti nel passaggio della persona e del suo corpo fisico attraverso la fase della dissoluzione.

Idealmente, l’affinamento delle vibrazioni avviene senza danni visibili alle funzioni che il corpo deve svolgere finché è il contenitore dell’anima, cioè la capacità di digerire il cibo, muoversi nello spazio, respirare e così via. Probabilmente, in vecchiaia la persona dovrebbe sviluppare capacità mistiche, migliorare la visione del mondo sottile e, in certa misura, ridurre l’intensità della percezione della realtà sociale e dei dettagli della vita mondana, ma certo non fino al livello di sclerosi, cecità, sordità e così via.

Le paure e i punti deboli della fase della dissoluzione sono in molti casi legati alla paura per il rituale, per quelle rigide convinzioni che spesso accompagnano questa fase e che non sono altro che un fantoccio di carta, che un tempo era vivo e ora è rimasto solo una forma morta. Questa forma non è più in grado di svolgere i compiti che svolgeva in precedenza, nella fase dell’attuazione, e ora deve dissolversi. Quando, trovandosi nella fase della dissoluzione, la persona non avverte questo, e le sembra che questa forma sia ancora viva, soffre per essa o soffre lei stessa perché non riesce a separarsi dal rituale ormai morto e a partecipare alla sua distruzione o al suo disfacimento involontario. Quando questo disfacimento inizia, ma la persona non lo accetta, sopraggiunge in lei una caratteristica paura della distruzione totale e improvvisa, per la quale non è preparata né psicologicamente né praticamente. Questa paura spesso si diffonde per tutta la sua vita, la vita della sua famiglia, a volte portando a vere e proprie fobie apocalittiche.

Domande al lettore. Ricordate le vostre paure infantili: a quale modalità appartenevano? Nel vostro attuale stile di vita ci sono paure della stessa modalità?

Pensate a quale sia la vostra paura più attuale, a quale modalità appartenga e riformulatela nelle altre due modalità temporali. Come fare? Ad esempio, immaginiamo la paura dell’acqua. Una persona ha paura di annegare. Come teme di annegare? Ha paura che, mentre nuota, accada qualcosa di imprevisto: che le finisca il fiato, che le vengano i crampi alle gambe o che dal fondo emerga un mostro che la trascini giù. Questa descrizione, per il suo carattere, appartiene alla fase della creazione, poiché la paura è legata a un fattore di incertezza che può manifestarsi in qualsiasi modo possibile o impossibile.

Come si può riformulare questa paura nella modalità dell’attuazione? Ovviamente, qui deve esserci una trama in cui la causa della paura, cioè il rischio di annegare, sia del tutto certa. Ad esempio, una persona ogni giorno, recandosi al lavoro, attraversa un lago in barca. Il tempo è instabile, a volte si alza un vento forte, e se la persona non riesce ad arrivare a destinazione prima che scoppi la tempesta, potrebbe essere travolta dall’acqua e annegare. Questa è l’interpretazione della paura nella modalità dell’attuazione.

Nella modalità della dissoluzione, invece, potrebbe assumere questa forma. Una nonna sente che i suoi giorni sono contati e si prepara a scrivere il testamento. Proprio in quel momento si scatena una tempesta. Lei vive su un’isola, sale sul traghetto e continua a scrivere il testamento, navigando verso la riva per farlo vidimare dal notaio. La tempesta si fa sempre più violenta. Sentendo che la situazione non si concluderà bene, la nonna sigilla il testamento in una bottiglia e la getta in mare. Poco dopo, il traghetto si capovolge e la nonna annega. Ora, tutto si riduce a una domanda: troveranno la bottiglia con il testamento e riuscirà a raggiungere il suo destinatario, cioè il notaio?

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