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VISHI ARCHETIPI: ESPERIENZA DI RICERCA PSICOLOGICA :: 4. Parte 3 – ARCHETIPO DIALETTICO Parte 1

PARTE 3 ARCHETIPO DIALETTICO

L’archetipo dialettico contiene tre archetipi privati, o fasi temporali: creazione, realizzazione e dissoluzione (o disincarnazione).

All’archetipo (o fase) della creazione corrisponde il periodo di vita dell’oggetto o il periodo di esistenza di una persona in cui questo oggetto viene creato, cioè si forma, emerge quasi dal nulla o dallo spazio esterno. In questo momento il suo compito principale viene solo definito o manifestato, ma in forma ludica.

Nella fase di realizzazione l’oggetto adempie alla sua missione principale, si trova in equilibrio con l’ambiente circostante e, al contempo, è separato da esso da un confine sufficientemente netto.

Nella fase di dissoluzione l’oggetto scompare, si distrugge, conclude la sua missione vitale e si chiariscono i dettagli e le sottigliezze che erano visibili nelle prime due fasi.

La descrizione fornita è piuttosto semplice e, a prima vista, può sembrare al lettore di avere già (e di aver sempre avuto, anche prima di leggere questo libro) una concezione sufficientemente chiara delle tre fasi di sviluppo di qualsiasi oggetto, e che questa concezione astratta debba necessariamente essere primitiva, cioè poco utile per comprendere i processi che avvengono nel mondo esterno e nella psiche umana.

Allo stesso tempo, l’epoca dell’Acquario, che sta sopraggiungendo, sostituendo l’epoca dei Pesci, sarà probabilmente molto più attenta ai dettagli e alle sottigliezze rispetto alla precedente e imparerà a quantizzare, a discretizzare dove l’epoca dei Pesci vedeva continuità di transizioni.

Uno degli esempi importanti, dal punto di vista dell’autore, di questo fenomeno è l’atteggiamento dell’uomo e della società nel suo complesso nei confronti delle modalità del tempo. Si può ritenere che la fase della creazione sia in effetti continua e si trasformi gradualmente nella fase di realizzazione, che a sua volta passa in modo altrettanto continuo nella fase di dissoluzione. Allora la stessa suddivisione del flusso temporale in queste tre fasi appare condizionata, soggettiva e poco fruttuosa.

Se, tuttavia, adottiamo il punto di vista dell’Acquario e supponiamo che, se non nella realtà oggettiva, almeno dal punto di vista soggettivo, in ogni momento della valutazione di sé o della situazione esterna da parte dell’uomo sia attiva una delle tre modalità descritte e che i passaggi da una all’altra avvengano istantaneamente, saremo costretti a guardare alla realtà, e in particolare alla psiche, in modo diverso. Diventeremo più attenti e impareremo a cogliere i salti e i passaggi con molta più precisione rispetto a una visione continua.

Quanto sia giusta in generale l’idea espressa in precedenza sulla spontaneità di tali passaggi, lo giudicherà il lettore. Ma se, seguendo l’ipotesi dell’autore, proverà a seguire questa idea, forse scoprirà per sé molte cose nuove e interessanti e otterrà uno strumento potente per studiare e interpretare sia il proprio comportamento che quello altrui, nonché un mezzo sottile per influenzare le persone e le situazioni.

In generale, come l’autore ha già sottolineato in precedenza, la concezione secondo cui gli archetipi (e le corrispondenti modalità) cambiano nella psiche in modo discreto, cedendo istantaneamente il posto l’uno all’altro, ci porta necessariamente a immaginare che nelle profondità dell’inconscio umano, nei programmi fondamentali che si manifestano nella percezione del mondo, nella visione del mondo e nelle fondamenta del suo archetipo entro i limiti di questo universale, corrispondano la propria visione del mondo, la propria percezione, la propria etica e persino alcuni principi generali di comportamento concreto.

Solo l’uomo che si trova a un livello molto elevato di sviluppo è in grado di integrare la propria personalità e integrare le varianti di visione del mondo, percezione, etica e comportamento concreto corrispondenti a questi archetipi privati.

Perché questa integrazione avvenga, è necessario comprendere a fondo come l’uomo si comporti nel mondo interno ed esterno sotto l’influenza di ciascuno degli archetipi privati che compongono questo universale. Per questo sono necessarie numerose osservazioni pratiche, sia su di sé che sulle proprie reazioni in relazione al mondo esterno, e l’autore fornisce di seguito le chiavi per tali osservazioni.

Leggendo le descrizioni fornite dall’autore, il lettore, naturalmente, si identificherà con un tipo o con un altro, osserverà in sé la tendenza a utilizzare una modalità piuttosto che un’altra. Ma allo stesso tempo dovrebbe ricordare di essere un microcosmo, cioè di contenere in sé, almeno potenzialmente, la possibilità di comportarsi in qualsiasi situazione utilizzando qualsiasi archetipo privato, e se non ci riesce, questo non significa che non ne sia capace: molto probabilmente, semplicemente, non vi ha mai prestato attenzione e non ha sviluppato le abilità corrispondenti.

Pertanto, lo studio degli archetipi è un modo importante per ampliare le proprie possibilità: sia nella percezione del mondo che nel comportamento al suo interno. Ciò che è stato detto sopra è particolarmente rilevante per gli archetipi della creazione, della realizzazione e della dissoluzione. L’autore spera di mostrarlo al lettore con un numero sufficiente di esempi appropriati.

LAVORAZIONE DELL’ARCHETIPO DELLA CREAZIONE

Probabilmente, il motto principale dell’archetipo della creazione è: “Il miracolo è la norma della vita”. Qui l’oggetto emerge o si materializza quasi dal nulla, oppure l’ambiente circostante si condensa inaspettatamente intorno a esso e, come per magia, compaiono i vari elementi di questo oggetto, i suoi dettagli, accessori o semplicemente circostanze che semplificano la sua esistenza e la proteggono da ogni sorta di mutamenti e avversità. È così che si sente un bambino in una famiglia felice, che cresce senza preoccupazioni e le cui necessità vengono soddisfatte man mano che si presentano, senza che sia costretto a chiedere più volte la stessa cosa.

La fase della creazione somiglia in qualche modo al corno dell’abbondanza. Qui non c’è equilibrio tra l’oggetto e l’ambiente circostante: esso riceve molto più di quanto dia e percepisce questo come uno stato di cose del tutto normale.

Una persona sotto la forte influenza dell’archetipo della creazione non di rado si sente come al centro dell’attenzione dell’ambiente circostante, che lo ama e lo favorisce, e si sente molto a suo agio e al sicuro in questa posizione. È possibile, certo, che l’ambiente lo stanchi, gli dia ciò di cui non ha bisogno e allora lui si irrita o si arrabbia, ma il pensiero che potrebbe dover pagare per ciò che riceve non gli sfiora mai la mente.

Se ha bisogno di qualcosa ma non lo ottiene, cerca di farne a meno senza sforzarsi troppo per capire quali sforzi potrebbe fare per ottenerlo. Può lamentarsi un po’, chiedere, ma non ricevendo ciò di cui ha bisogno, sposta la sua attenzione e si appassiona a qualcos’altro.

Lo stato caratteristico della fase della creazione è il gioco, in opposizione al lavoro nella fase di realizzazione, e l’apprendimento, ancora una volta in contrasto con il lavoro qualificato della fase di realizzazione. Nella fase della creazione si acquisisce qualcosa di nuovo, che può richiedere all’individuo sforzi considerevoli, ma non comporta una responsabilità sostanziale per ciò che accade nel presente.

Non è possibile dire quali competenze acquisite nella fase della creazione saranno utili nella fase di realizzazione, né l’individuo si pone questo obiettivo. Per descrivere la fase della creazione si usano spesso parole come “fortuna”, “caso”, “felicità”.

Nella fase della creazione l’oggetto è come aperto all’ingresso, cioè i suoi confini con l’ambiente circostante sono semipermeabili. Egli è protetto da esso in modo più che affidabile, tanto che nulla o quasi nulla lo minaccia, e ciò di cui ha bisogno, ciò che è fecondo e necessario per il suo sviluppo, gli giunge senza restrizioni. Altra questione è come egli ne approfitti.

Nella fase della creazione l’uomo contrae debiti a lungo termine senza avere una chiara idea di quando e come li restituirà; gli si aprono prospettive allettanti e attraenti di un futuro lontano, su cui inizia a lavorare solo ora. Può ricevere grandi anticipi per i quali dovrà pagare molto più tardi e non ci pensa molto. Qui tutto gli è concesso, il futuro lo seduce ma non lo minaccia mai. Anche se nella fase della creazione si apre una trama tragica, essa appare alla persona come estremamente affascinante e attraente, almeno interessante e degna di essere vissuta.

E, infine, l’ultimo ma non meno significativo segno dell’attività dell’archetipo della creazione è la condensazione dell’oggetto, quando, passando da sottile e trasparente, ricevendo energia e materia dall’ambiente circostante, diventa denso, definito, ponderoso e significativo — ma ciò non significa che inizi a funzionare, poiché si trova ancora in modalità di accumulo.

A livello barbaro di elaborazione dell’archetipo creativo, l’uomo tratta con estrema leggerezza le energie, le informazioni, i doni e i crediti che riceve; crede che sarà sempre così e che il flusso di grazia, al centro del quale si trova, non avrà mai fine. Ad esempio, ricevendo un anticipo per la costruzione, può non preoccuparsi di iniziare a edificare o almeno di realizzare un modello della casa in cui intende vivere. Se gli viene proposto un maestro, non cerca di ascoltare le parole e i suoni di una lingua straniera, figuriamoci di provare a pronunciare frasi o parole in essa. Trascura tutto, scegliendo ciò che al momento lo diverte di più, e dissipa senza senso tutto ciò che riceve, senza pensare nemmeno al danno che potrebbe arrecare all’ambiente circostante, e ancor meno ai tempi in cui dovrà lavorare per realizzare i progetti per i quali ha già ricevuto gli anticipi.

Per il livello barbaro di elaborazione dell’archetipo creativo è caratteristico un egoismo innaturale dell’uomo. Si sente talmente al centro dell’attenzione e della grazia universale da non considerare minimamente che le persone e le circostanze che lo circondano stanno spendendo energie per lui e che, in qualche modo, gliene sono debitrici.sembra assolutamente impossibile. Tuttavia, se si comporta in modo oltremodo sfacciato, gli si muovono lievi rimproveri, e la sua argomentazione si riduce spesso a un richiamo infantile: “Come hai potuto mangiare tutto il dolce che c’era in casa?” rimprovera la madre al figlio, che, capitato per caso in cucina, ha divorato non solo la torta di mele destinata alla sera, ma anche i dolci che gli erano capitati sotto mano. “Capisci, mi è piaciuto così tanto, era così buono che ho dimenticato tutto il resto” si giustifica un quattordicenne già alto quasi come suo padre. “Ma perché non hai pensato a tuo fratello e a tua sorella, e soprattutto a tua nonna?” ribatte sconcertata la madre, appellandosi alla modalità dell’adempimento in cui ora si trova suo figlio. E lui, effettivamente, avendo cambiato modalità, non comprende come abbia potuto comportarsi in modo così sconsiderato ed egoista. Il problema, in questo caso, risiede nel fatto che la sua autocoscienza nella modalità della creazione è ancora del tutto infantile, mentre in quella dell’adempimento corrisponde perfettamente alla sua età; eppure, sia a lui che a sua madre risulta estremamente difficile rendersene conto. A un livello barbarico, l’uomo non è incline a condividere il proprio corno dell’abbondanza, il proprio stato di creazione. Può avere un ottimo umore,

Egli apprenderà con gioia qualcosa, scoprirà con piacere qualcosa che non richiede sforzo ma che lo interessa, senza però condividerlo con gli altri. Accendendo la televisione e vedendo sullo schermo la figura del suo attore comico preferito, non batterà le mani né griderà a squarciagola: “Presto, venite, venite, cosa ci stanno mostrando ora!”. Guarderà la televisione in silenzio, completamente immerso nell’esperienza dello spettacolo e dimenticando tutto il resto del mondo.

Al livello barbarico, l’uomo evita ogni tensione e ogni pensiero che la modalità possa cambiare, che ciò che sta facendo possa avere un seguito e forse anche un seguito lontano, che riguardi altre persone e altre situazioni. In altre parole, la sua posizione: “Io vivo qui e ora, e mi sento bene” — è estremamente stabile, e non vuole cambiarla in nessun’altra. Ciò significa che al livello barbarico dell’archetipo, l’uomo avrà sicuramente un buon umore. Può essere cattivo, può essere eternamente insoddisfatto, può aspettare costantemente nuove e sempre nuove sventure, ma in ogni caso la sua attenzione è concentrata su di sé, sul futuro immediato, e i suoi pensieri non vanno oltre.

Lo stesso vale per il suo slancio creativo, che può essere molto attivo al livello barbarico di elaborazione dell’archetipo. Ma qui la creatività consiste solitamente nel manifestare il proprio “io” e nel divertirsi con l’aiuto degli altri, o, nel caso, senza preoccuparsi di quanto ciò possa intaccare i loro interessi.

“Oggi preparerò una torta”, annuncia il piccolo barbaro ai suoi genitori, “mi servono le uova, il burro, la farina, lo zucchero, la vanillina, la cannella e le mandorle”. Tutto viene acquistato con cura e portato in cucina, dopodiché il bambino inizia a sbattere le uova con il frullatore, spargendo il contenuto del guscio sul viso, sul tavolo, sulle pareti e sul soffitto. Ben presto il suo entusiasmo svanisce, e sarà la madre o la sorella maggiore a pulire la cucina e a portare la torta a cottura ultimata. Tuttavia, il bambino non se ne preoccupa affatto: in quel momento sta già giocando con il suo trenino a molla, facendolo correre sul lucido pianoforte a coda e avvicinandosi alla scrivania del padre.

L’apprendimento al livello barbarico di elaborazione dell’archetipo della creazione consiste nel profanare costantemente qualsiasi contenuto e nell’evitare da parte dell’uomo ogni sforzo legato alla percezione di nuove idee o abilità o al loro apprendimento. Qualsiasi idea che riguardi il fatto che queste abilità potrebbero un giorno essere utili non gli sfiora la mente o viene accuratamente scartata dal suo subconscio. Gli orizzonti qui sono illimitati, le possibilità infinite, l’unica cosa che rimane è accettare con gioia i doni che piovono a profusione, di ogni genere e tipo.

Al livello amatoriale di elaborazione dell’archetipo, la creazione viene percepita con sobrietà e con una certa cautela verso il futuro. L’uomo capisce, in primo luogo, che la fase creativa può in qualsiasi momento trasformarsi in un’altra fase, e, in secondo luogo, che i doni ricevuti sotto l’archetipo della creazione non gli sono dati per un uso personale e arbitrario, ma affinché possa poi affrontare altre fasi, che intravede, seppur vagamente.

Al livello amatoriale, l’uomo non si sente più l’unico centro o il fulcro della situazione, ma percepisce certi limiti del proprio spazio — interiore ed esteriore — in cui agisce attualmente l’archetipo della creazione, e impara a interagire con gli altri che si trovano accanto a lui e si trovano nella stessa fase. Li comprende, ma la sua comprensione delle persone che si trovano nella fase di realizzazione e in quella di dissoluzione è più che condizionata. In generale, si sente a proprio agio con gli altri favoriti dalla sorte, gioca con loro a vari giochi, intuendo vagamente le loro regole, e cerca di rispettarle dove possibile.

In generale, questo assomiglia ai giochi dei bambini nella sabbiera: questi giochi sono sicuri, ma affinché siano più significativi, i bambini si accordano su alcune regole da seguire, con le quali limitano il proprio inizio caotico e, su un esempio sicuro, imparano (molto approssimativamente e molto alla lontana) il modello di vita nel vero grande mondo.

I bambini nella sabbiera imparano a parlare a turno, a rispettare le regole più semplici dei giochi, a prestare attenzione alle parole degli adulti, in una certa misura a obbedire loro e in un’altra a manifestare la propria iniziativa — in quelle situazioni in cui è necessario. Se un bambino al livello barbarico di elaborazione della fase creativa, entrando nella sabbiera, inizia a gettare sabbia tutt’intorno con la paletta, cercando di colpire gli occhi degli altri, al livello amatoriale farà invece delle piccole collinette ordinate, scaverà una buca per un futuro tesoro e poi la cercherà insieme al suo amico.

Al livello amatoriale, l’uomo inizia a percepire ciò che gli accade come una certa fortuna e una buona sorte, e a capire che altre persone, per ragioni incomprensibili, si trovano in altre situazioni in cui la fortuna e la buona sorte sono molto minori, e a volte del tutto assenti, e in cui per ogni dono del destino bisogna pagare, a volte guadagnandoselo con fatica. Vedendo questo, l’uomo apprezza molto di più le opportunità che il destino gli offre, in particolare impara in modo molto migliore ed efficace.

Qui non c’è ancora una percezione completa e al cento per cento di tutte le situazioni di apprendimento, ma, almeno, come si suol dire, se lo mette in tasca e riesce a fare qualche sforzo affinché l’apprendimento non vada sprecato. Capisce che dopo un po’ di tempo arriveranno delle prove delle sue abilità, e dovrà metterle in pratica in altre condizioni.

Inoltre, al livello amatoriale, l’uomo percepisce ciò che accade come un anticipo, cioè capisce che un giorno dovrà pagare per questo, e apprezza ciò che riceve, cercando di non sprecarlo, ma di utilizzarlo in qualche modo, tenendo conto della sua vita futura. Non che possa dire concretamente come sarà, ma ne intravede già alcune linee generali e il proseguimento di quel programma karmico che si manifesta e si rivela nella fase creativa.

Qui le prospettive non sembrano più così luminose e senza nuvole, ma, come prima, l’uomo guarda al mondo come a una fonte di creatività e tende a essere creativo. Qui la sua creatività è già più costruttiva e mirata che al livello barbarico, ma è ancora ben lontana dal livello professionale.

Se scrive poesie, di solito sono poesie occasionali, ad esempio per il compleanno dei membri della famiglia. Al livello barbarico saranno invece delle prese in giro offensive di uno o due versi. Qui la creatività dell’uomo ha un carattere amatoriale o dilettantesco e, in generale, rallegra lui e i suoi cari, senza però destare un interesse significativo nel grande pubblico; tuttavia, questo interesse potrebbe essere raggiunto se l’uomo, continuando su questa strada creativa, passerà alla fase di realizzazione e svilupperà il suo dono in modo più approfondito.

Al livello professionale di elaborazione dell’archetipo della creazione, non c’è più traccia di gioco, anche se spesso sono presenti i segni esteriori del gioco, in particolare la non obbligatorietà, la spontaneità e l’inizio creativo imprevedibile. Tuttavia, trovandosi in uno stato creativo, ricevendo i doni, le idee, le informazioni e la materia che gli piovono da ogni parte, l’uomo ha costantemente in mente il loro utilizzo futuro. È molto più esigente e capriccioso, ma queste qualità non sono il risultato della sua leggerezza — al contrario, sono la conseguenza della sua visione proiettata lontano nel futuro, quando la fase creativa sarà seguita dalla fase di realizzazione e poi da quella di dissoluzione.

In altre parole, trovandosi nel processo di creazione di un oggetto, l’uomo crea l’intero scenario della sua esistenza, anche se, ovviamente, non lo vede nei minimi dettagli. Al livello professionale di elaborazione dell’archetipo della creazione, l’uomo dedica particolare attenzione all’apprendimento. Sa che proprio ora è il momento in cui ha la possibilità di imparare e, in condizioni protette e sicure, sperimentare ciò che al momento non gli costa nulla o quasi nulla, ma che in futuro diventerà la base per affari seri e responsabili, quando accanto a lui non ci sarà più chi lo protegge o chi gli indica con fermezza la strada giusta in caso di errori, ma tutto dipenderà solo da lui.

Ciò non significa che al livello professionale l’uomo perda ottimismo e allegria — perde solo la responsabilità globale, tipica del livello barbarico e, in gran parte, di quello amatoriale.

Gli rimangono solo una responsabilità e una leggerezza locali, che altro non sono se non il contenuto principale del suo comportamento, ma il sottofondo è già dato dall’umore di altre, più serie e più sagge fasi — quella della realizzazione e quella della dissoluzione. Tuttavia, non si può dire che a livello professionale l’uomo non abbia saggezza nella fase della creazione. Forse ce n’è anche più di quanto lui stesso creda. A questo livello, possiede il dono della profezia e sa vedere lo sviluppo delle trame che inizia molto meglio di quanto a volte gli sembri; la sua intuizione gli suggerisce molte cose, e non solo sotto forma di chiaroveggenza diretta, né tanto sotto forma di profezie, quanto piuttosto sotto forma di abilità concrete che acquisisce senza sapere perché — ma che si riveleranno necessarie nelle fasi successive dello sviluppo dell’oggetto. A livello professionale, l’uomo presta grande attenzione non solo a ciò che accade, ma anche all’etica della nuova realtà che gli si dischiude. In altre parole, comprende che non sta semplicemente entrando in una nuova vita, in una nuova trama, che gli mostrano il proprio volto, ma che ottiene anche la possibilità di afferrare le leggi dell’esistenza di questa nuova realtà che gli si rivela. La sua etica non gli appare ancora nella forma rigorosa che assumerà nella fase della realizzazione; ad esempio, i rapporti con l’ambiente circostante qui sono molto più indulgenti, sembrano quelli di una madre che perdona al figlio tutto o quasi tutto, ma nondimeno riceve la prima impressione delle leggi fondamentali della vita della nuova realtà e impara a prestarvi attenzione.

LAVORAZIONE DELL’ARCHETIPO DELLA REALIZZAZIONE

Se la fase della creazione può essere paragonata, sotto molti aspetti, al periodo dell’infanzia, la fase della realizzazione è la vita adulta. Qui, come si suol dire, tutto è ormai chiaro, almeno perlopiù. È definita la struttura e la funzione dell’oggetto, sono definite le sue relazioni con il mondo esterno, sono definite le sue frontiere e il tipo di interazione con l’ambiente circostante. In particolare, l’oggetto si trova in equilibrio con esso, ne trae le risorse necessarie alla sua esistenza e al suo operato e restituisce all’ambiente i risultati del suo lavoro (o una parte di essi) come ricompensa per ciò che ha ricevuto. Qui il compito karmico dell’oggetto è del tutto comprensibile (forse fin troppo chiaro, poiché nella fase della dissoluzione verrà sostanzialmente corretto e compreso in modo diverso), ma a questo livello molti elementi che nella fase della creazione erano solo accenni, qui si chiariscono, il loro significato si trasforma e tutto trova il proprio posto. In altre parole, nella fase della realizzazione emerge lo scheletro, o la struttura principale, del karma dell’oggetto, e questo karma viene in gran parte realizzato, cioè portato a compimento.

Se la fase della creazione può essere illustrata dalle elezioni presidenziali, quando il candidato distribuisce promesse e raccoglie fondi, la fase della realizzazione è già il suo operato a beneficio dello Stato, l’interazione con i partiti politici, il lavoro con i ministri e così via. Nella fase della realizzazione si valuta quanto bene l’uomo abbia imparato e avviene il pagamento, almeno quello principale, per gli impegni assunti nella fase della creazione. Il motto della fase della realizzazione è semplice: “Io lavoro”. Essa è caratterizzata da una grande, a volte persino eccessiva, determinazione, cioè l’uomo sa fin troppo bene cosa deve fare e cosa no, quali siano i limiti del proprio ambito di attenzione e cosa ne esuli. Inoltre, la fase della realizzazione è contraddistinta dalla stabilità dei programmi, delle trame dell’essere, dalla tendenza alla loro ritualizzazione e dalla riluttanza, anzi incapacità, di cambiare. I cambiamenti sono tipici delle altre due fasi: quella della creazione e quella della dissoluzione.

A un livello barbarico di elaborazione dell’archetipo della realizzazione, l’uomo è caratterizzato, innanzitutto, da una coscienza estremamente ristretta. Non riconosce nulla al di fuori della trama che è entrata nella sua vita e, a suo avviso, l’ha completamente riempita. Tutto ciò che è stato prima non conta, e nulla di ciò che verrà dopo avrà importanza. Questa è la base della psicologia del burattino, che, come in una recita già scritta, porta avanti sempre la stessa trama, obbedendo ai fili nelle mani del burattinaio. A livello barbarico, non si tratta tanto di un senso di responsabilità dell’uomo nei confronti della trama in cui si trova e che realizza, quanto di un parassitismo su questa trama. In altre parole, pur sentendo l’importanza e la responsabilità della trama in sé, quest’uomo si permette di nutrirsi della sua energia, sapendo che la trama è estremamente stabile e che, dopo la primavera, arriverà l’estate, poi l’autunno e quindi l’inverno, e per quanto lui si comporti, il ritmo e la ripetizione di questa trama non ne risentiranno. Un furto o persino una grande rapina a danno dell’oggetto che si trova nella fase della realizzazione non intaccheranno in modo significativo la sua trama. Come funzionari che, contando sulla solidità dell’ordine statale, accettano tangenti senza pensare che così facendo minano la forza e l’efficienza della macchina statale, come un re che getta il suo paese in una guerra dopo l’altra, contando sul suo popolo laborioso che, una volta finita la guerra, ricostruirà rapidamente l’economia distrutta e la grandezza del suo regno. Come un uomo che, senza capire le possibili conseguenze, ma contando sulla stabilità dei ritmi naturali, interferisce con la vita a livello genetico, moltiplica più volte il livello di radiazioni sul pianeta e fa molte altre cose, ad esempio costruisce una civiltà tecnologica senza integrarla nel biocenosi.

A livello barbarico della fase della realizzazione, si disprezza e si comprende perfettamente male le altre due fasi temporali. Pertanto, la vita di un altro uomo, ad esempio quello che si trova nella fase della creazione e riceve molto più di quanto dia, se mai dà qualcosa, suscita nell’uomo della realizzazione irritazione, disprezzo, rabbia o un’invidia nera e impotente. Ecco perché, per ragioni incomprensibili, la fortuna e la buona sorte lo accompagnano costantemente, ma senza dubbio questo finirà e finirà in modo molto doloroso, con un completo fallimento. È la posizione della cicala che deride la formica nella nota favola. Allo stesso tempo, l’uomo della realizzazione a livello barbarico guarda con grande scetticismo anche alla fase della dissoluzione, considerandola una variante inferiore, inetta e inefficace della fase della realizzazione.

A livello amatoriale, l’uomo della realizzazione è un lavoratore approssimativo e diligente, scrupoloso, che sa bene quanto valgono i suoi servizi e la qualità del materiale che l’ambiente circostante gli fornisce. Lo si può definire, in via convenzionale, un artigiano, un artigiano qualificato. È un esecutore per il quale il principio creativo è qualcosa di trascurabile e persino in una certa misura dannoso. È devoto a un certo rituale in cui non sono previste innovazioni particolari, e la creatività si manifesta in variazioni trascurabili con cui un suo prodotto si distingue da un altro, ma nel complesso sono simili tra loro come due gocce d’acqua. Ciò che lo interessa non è tanto la varietà di ciò che fa, quanto il mantenimento del ritmo principale nella sua trama stabile ed equilibrata, equilibrata in termini di relazioni con l’ambiente circostante. Prende ciò di cui ha bisogno e restituisce all’ambiente ciò di cui ha bisogno. Questo è l’autentico modo di esprimersi di un professionista di medio livello che ha trovato il suo posto nella vita e vi si attiene. Anche quest’uomo è caratterizzato da una coscienza limitata; in particolare, non è incline a distrarsi con ciò che non rientra nel suo diretto ambito di doveri e lavoro; comprende bene, è consapevole e cerca di rispettare l’etica del suo operato, del suo comportamento nell’ambiente e dei suoi rapporti con i colleghi; sa che nulla è gratis, che qualsiasi impresa richiede sforzi seri e concentrati e che è meglio costruire relazioni con le persone su basi a lungo termine e affidabili piuttosto che su quelle a breve termine, per quanto redditizie nel breve periodo. Qui non c’è un’intolleranza fanatica e una perfetta incomprensione delle altre fasi: a questo livello, l’uomo comprende che esiste, in linea di principio, la fase della creazione, quando l’oggetto è ancora in preparazione, quando è necessaria una grande cura affinché inizi a funzionare, ma questa fase gli appare difficile, poco comprensibile e in generale estranea.

Per quanto riguarda la fase di dissoluzione, egli comprende che, prima o poi, l’oggetto di cui si occupa o il processo a cui partecipa giungeranno al termine, diventeranno inefficaci e sarà necessario chiuderli, trarre le dovute conclusioni da ciò che è accaduto. Tuttavia, tutto ciò gli appare come un futuro remoto, di cui in linea di principio dovrebbe occuparsi, ma che non lo interessa particolarmente. Qui non c’è più il disprezzo tipico del livello barbarico, ma nemmeno una particolare considerazione per la fase di dissoluzione: essa viene vista più come una necessità sgradevole, la fine inevitabile dell’azione principale, che rappresenta invece il maggior interesse per l’individuo.

Così una madre di famiglia è assorbita dal lavoro quotidiano, dalle faccende domestiche, dalla preparazione dei pasti, dall’educazione dei figli, e questo lavoro le risulta estremamente interessante; le piccole trasformazioni che avvengono ogni giorno le bastano, e non ha alcuna voglia di pensare a quel momento in cui i suoi figli cresceranno e il suo lavoro domestico perderà significato, costringendola a riflettere su di esso. Questa prospettiva, sia a livello conscio che inconscio, la allontana il più possibile.

Nel contesto professionale, l’elaborazione dell’archetipo dell’adempimento si traduce in un’attenzione e una precisione straordinarie verso ciò che si fa. È un lavoratore eccellente, un professionista senza il cui contributo non potrebbe essere portato a termine alcun progetto serio. Di norma, attribuisce grande importanza sia alla fase di creazione dell’oggetto che a quella della sua dissoluzione, osservando attentamente la prima (anche senza parteciparvi direttamente) e preparando con cura la seconda. Sa che la qualità del suo operato e ciò che non ha portato a termine durante il suo lavoro influenzeranno negativamente altre persone, e che il processo stesso di dissoluzione, lo scioglimento dell’oggetto, la conclusione della trama in cui è coinvolto, risulteranno disarmonici e dolorosi.

Nel contesto professionale, l’individuo conosce chiaramente, e avverte intuitivamente, i limiti della propria competenza. Il suo motto è: “Bisogna fare bene o non farlo affatto”. Se gli viene proposta una certa attività, dopo averla esaminata per un po’ di tempo, decide se sarà in grado di portarla a termine o meno. Può rifiutare per due motivi, entrambi sufficientemente validi per lui per scartare la proposta. Il primo è che gli manca la qualifica necessaria e dovrebbe dedicare del tempo allo studio per acquisirla, cioè passare dalla fase di adempimento a quella di creazione. Il secondo motivo è che l’attività è destinata al fallimento o, secondo lui, non può essere portata a termine a un livello adeguato, e in questo caso non se ne occuperà. Le sue valutazioni in questo senso sono piuttosto precise. Se gli viene posto un quesito su un argomento in cui non è competente, rifiuterà di rispondere, a differenza del dilettante, che tende a esprimere la propria opinione e a dare consigli su questioni che conosce poco.

La differenza tra dilettante e professionista nel livello di adempimento si riflette nella differenza di approccio nei confronti del proprio paziente tra un medico ordinario e un medico di alto livello. Il medico ordinario, di fronte a un malato, cerca di stabilire una diagnosi basandosi sulle proprie conoscenze delle possibili malattie e, una volta formulata, prescrive una terapia senza essere sicuro dei risultati, ma sperando nel meglio. Il medico professionista di alto livello, invece, è più attento al paziente che a una nomenclatura di malattie nota a priori; inoltre, comprende in modo più sottile la natura e il decorso della malattia e, o rifiuta di occuparsi del paziente, o prescrive farmaci e cure essendo sicuro dell’efficacia della sua prognosi.

Nel contesto professionale, la ritualizzazione del processo avviene nella misura in cui risulta comoda per l’individuo; se le circostanze richiedono di andare oltre il rituale, la persona è in grado di farlo e di agire al di fuori di esso. Tuttavia, lo considera indesiderabile e cerca di tornare al rituale ottimale per la sua attività il prima possibile; allo stesso tempo, comprende che eventi e circostanze straordinarie sono possibili e riconosce l’influenza delle fasi di creazione e dissoluzione sulla sua attività, ma queste ultime non rappresentano per lui il massimo interesse.

ELABORAZIONE DELL’ARCHETIPO DI DISSOLUZIONE

Al contrario dell’opera, il pathos principale della fase di dissoluzione è il sacrificio. L’oggetto viene distrutto e le forze non possono fermare questo processo. L’oggetto funziona peggio, il suo equilibrio con l’ambiente circostante si altera, che nei suoi confronti diventa molto più rigido, aggressivo, persino crudele, e lo smembra, non accontentandosi della sola produzione che, per inerzia, potrebbe ancora generare, ma cercando di sottrargli energia e materiali.

In questa fase avvengono la disgregazione dell’oggetto, la chiusura della sua attività, il completamento di ciò che non è stato fatto durante la fase di adempimento, il saldo definitivo dei debiti e, infine, la scomparsa dell’oggetto, la dispersione delle sue particelle nell’ambiente circostante e la loro assimilazione da parte di quest’ultimo.

Nella fase di dissoluzione emergono le sottigliezze e il karma. Ciò che era stato delineato inizialmente; ciò che si è rivelato come struttura principale quando l’oggetto è entrato nella fase di adempimento, viene ora riconsiderato e si comprende il vero scopo dell’oggetto e i risultati finali della sua esistenza. Spesso, il significato dell’esistenza dell’oggetto nella fase di dissoluzione differisce radicalmente dal senso che aveva durante la fase di adempimento. Qui, il contenuto non consiste principalmente nella sua funzione diretta, e il suo karma è lo stesso. Qui, invece, il senso non risiede tanto nel lavoro quanto nella disgregazione dell’oggetto e nel completamento di ciò che durante la fase di adempimento non era stato nemmeno preso in considerazione. Qui si traggono conclusioni profonde, qui emergono sottigliezze che non sono visibili nel pieno della fase di adempimento, quando il lavoro è chiaramente strutturato, e queste sottigliezze spesso hanno carattere indiretto: non è affatto chiaro dove e come potranno essere utili.

In questa fase avviene l’insegnamento, cioè la formazione degli altri; pertanto, la fase di dissoluzione è complementare a quella di creazione, e se nella fase di creazione si trova uno studente, in quella di dissoluzione si trova un insegnante. Questo non significa che l’insegnante muoia fisicamente nella fase di dissoluzione (anche se la sconfitta morale nella lotta con lo studente è un fenomeno diffuso nel mondo accademico), ma piuttosto che il suo involucro informativo-energetico, che indossa nel processo di preparazione, viene distrutto. Questo involucro, disintegrandosi sull’insegnante, passa agli studenti, diventando parte del loro abbigliamento, cioè delle nuove conoscenze, abilità e competenze.

È sbagliato percepire la fase di dissoluzione come tragica, così come è sbagliato vedere la fase di creazione come ottimistica: anche la creazione può essere un programma difficile e poco gradevole per l’individuo, e così la dissoluzione può liberare l’uomo, aprendo a nuovi scenari, nuove attività, una nuova vita.

Il tema della purificazione è esso stesso governato dall’archetipo di dissoluzione: la purificazione non è altro che la dissoluzione delle scorie, l’eliminazione dall’organismo di ciò che non gli serve più, che ostacola la sua normale attività vitale. Dal punto di vista dell’organismo, le scorie vengono espulse, i parassiti vengono distrutti, ma ciò rende la vita dell’organismo solo più facile. Lo stesso vale, a livello psicologico, per la scomparsa dalla vita di una persona di quei problemi, convinzioni, scenari che ha già superato, che non le servono più, che non la interessano e che le impediscono di vivere, e che ella lascia con soddisfazione e grande sollievo.

Per la fase di dissoluzione è caratteristica la rarefazione dell’energia, il dimagrimento dell’oggetto, la diminuzione della sua massa e il passaggio a una qualità più sottile. In ciò risiede il pathos dell’autodistruzione, quando l’oggetto cessa di esistere a questo livello, ma trova una nuova esistenza a un livello sottile, si chiarisce il significato superiore della sua esistenza e del programma vitale nel suo complesso. Spesso avviene l’integrazione del suo scenario, l’uscita dai limiti temporali e l’ascesa verso l’ambito degli archetipi.

Nel livello barbarico di elaborazione dell’archetipo di dissoluzione, l’individuo tende, come si suol dire, a tagliare corto. Avvertendo che un oggetto o una sua parte si trova nella fase di dissoluzione, la persona inizia a distruggerlo brutalmente, senza preoccuparsi né di ciò che l’oggetto ha fatto in passato, né del fatto che questo lavoro dovrebbe essere completato, né di ciò che l’oggetto stesso prova quando gli si nega la possibilità di portare a termine la sua missione, né dell’ambiente circostante, che, divenendo parte di esso, diventa una fonte di avvelenamento.

Inoltre, al livello barbaro della fase di dissoluzione sono tipici il predatismo e il parassitismo, quando l’oggetto, che è ancora ben lontano dall’aver assolto la propria missione, viene distrutto per impossessarsi di una sua parte preziosa, mentre tutto il resto viene gettato via come immondizia — questa è la psicologia del bracconiere, o dell’umanità che non sa preservare le risorse, e che forse sono molto più necessarie alla Terra stessa di quanto oggi immaginiamo. Probabilmente, l’uso delle risorse minerarie così come praticato nel XX secolo, tra cento o duecento anni verrà percepito dai nostri discendenti nello stesso modo in cui noi oggi guardiamo ai combattimenti dei gladiatori, o addirittura come un atto di barbarie ancora più grande.

Un’altra caratteristica tipica del livello barbaro della fase di dissoluzione è il disprezzo verso le fasi di realizzazione e, in particolare, di creazione, imponendo loro la modalità della distruzione e il suo stato d’animo, che risulta assolutamente deleterio per entrambe queste fasi. L’etica, la logica e l’atteggiamento della fase di dissoluzione sono particolari. In un certo senso sono esoterici sia rispetto alla fase di realizzazione che a quella di creazione, ma l’uomo al livello barbaro di questa fase non li comprende affatto. “A che serve sforzarsi, se alla fine ci aspetta tutti quanti la stessa fine?” — questa è la sua logica, ed è difficile opporle qualcosa di serio, perché in fondo è vero.

Tuttavia, la ciclicità di tutti i processi prevede anche il mutamento delle fasi, e una volta che l’oggetto si trova lì, esso si reincarna e torna a compiere la propria missione vitale. Ma questa riflessione, restando nell’ottica della fase di dissoluzione, non trova ascolto e viene comunque condannata alla distruzione agli occhi di chi si trova in quella fase. Al livello barbaro, l’uomo è un pessimista congenito e professionista, capace di trascinare nel baratro insieme a sé qualsiasi cosa gli capiti tra le mani.

Al livello amatoriale, invece, l’uomo della fase di dissoluzione non è più incline ad agire in modo così rozzo. Egli comprende che, in primo luogo, anche l’oggetto in fase di dissoluzione ha una sua sorte, cioè una trama di dissoluzione che si articola in fasi precise, e non è opportuno confonderle tra loro. Inoltre, capisce che in questa fase qualcosa deve comunque essere fatto, e si dedica a ciò con grande interesse, seppur talvolta in modo poco qualificato, ma provando un entusiasmo sano e costruttivo. Ha motivo di lavorare, prova compassione per l’oggetto, lo aiuta a portare a termine la sua missione e si preoccupa dell’ambiente che dovrà assimilarne i resti, affinché questi possano giovargli e non nuocergli. Per quanto riguarda il suo mondo interiore, questa persona adotta la convinzione che ciò che conta è la purificazione tempestiva, e che prima di acquisire una nuova qualità occorre liberare lo spazio per essa, eliminando in particolare i propri “nodi karmici”, riorganizzare o sgombrare il programma dell’inconscio che corrisponde al suo livello attuale e che gli impedisce di progredire ulteriormente.

In altre parole, non è incline a tagliarsi la testa quando scopre in sé un aspetto negativo, ma piuttosto cerca di localizzarlo e di trovare gli strumenti per eliminarlo, anche se per ora non ci riesce molto bene. Lavora in modo grossolano, spesso strappando via dal corpo parti ancora vive e funzionali insieme a quelle marce.

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